Recensione —
Il 19 aprile 1971, quando L.A. Woman dei Doors finisce nei negozi di dischi americani, nessuno immagina che si tratti dell’ultimo capitolo scritto insieme da Jim Morrison, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore. Passano appena due mesi e mezzo da quella data e Morrison muore a Parigi, il 3 luglio, in circostanze ormai parte della mitologia rock. Per questo ogni recensione di L.A. Woman dei Doors che si rispetti finisce quasi sempre per leggerlo come un testamento, anche se la band, mentre lo incideva tra dicembre 1970 e gennaio 1971, non aveva alcuna intenzione di scrivere un epitaffio: voleva solo tornare a suonare come sapeva fare meglio, senza fronzoli, con il blues nelle ossa. Questa recensione di L.A. Woman Doors racconta perché quel disco, nato da una crisi produttiva e da una band che sembrava allo sbando, resta uno dei vertici assoluti della loro discografia, forse il più autentico di tutti.
Indice
- Il contesto: la fine di un’era per i Doors
- La produzione: Bruce Botnick prende il timone
- Il suono: un ritorno alle radici blues
- Analisi del disco brano per brano
- L’ultima apparizione di Jim Morrison
- L’accoglienza della critica e l’eredità
- Perché ascoltarlo ancora oggi
- Fonti e approfondimenti
- Domande frequenti
Tracklist
Lato A
- The Changeling
- Love Her Madly
- Been Down So Long
- Cars Hiss by My Window
- L.A. Woman
Lato B
- L’America
- Hyacinth House
- Crawling King Snake
- The WASP (Texas Radio and the Big Beat)
- Riders on the Storm
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Il contesto: la fine di un’era per i Doors
Per capire L.A. Woman bisogna partire da dove si trovava la band alla fine del 1970. Jim Morrison usciva da un processo per direttissima legato all’incidente di Miami del 1969, con l’accusa di atto osceno in pubblico che gli sarebbe costata una condanna (poi caduta in prescrizione decenni dopo con la grazia postuma del 2010). Il cantante era stanco, appesantito, sempre più insofferente verso il ruolo di sex symbol da stadio che il pubblico gli aveva cucito addosso, e sempre più interessato a scrivere poesia che a fare tournée.
L’ultimo concerto della band con Morrison si tiene il 12 dicembre 1970 al Warehouse di New Orleans: una serata difficile, ricordata per un Morrison apatico che a un certo punto smette quasi di cantare, tanto che è Densmore a doverlo richiamare all’ordine da dietro i tamburi. Dopo quella data i Doors non si esibiscono più dal vivo con il loro cantante originale. È in questo clima, tra stanchezza fisica e tensioni interne, che il gruppo decide di rinchiudersi in studio per l’ultima volta insieme, in quello che diventerà uno dei dischi più sinceri della loro carriera.
La produzione: Bruce Botnick prende il timone
La svolta più clamorosa nella storia di L.A. Woman riguarda la produzione. Paul Rothchild, che aveva prodotto tutti e cinque gli album precedenti dei Doors e che era ormai considerato quasi un quinto membro della band, abbandona il progetto nelle primissime sessioni. Il motivo, raccontato più volte nel corso degli anni, è la sua reazione a “Love Her Madly”, che liquida bollandola come “musica da cocktail bar“: secondo Rothchild il pezzo era troppo leggero, troppo pop per una band che lui aveva sempre spinto verso territori più oscuri e sperimentali. A questo si aggiungevano la lentezza con cui il materiale prendeva forma e un Morrison spesso assente o poco concentrato alle prove. Bruce Botnick, che era stato l’ingegnere del suono di tutti i dischi precedenti, ha raccontato in seguito che Rothchild stava anche attraversando un momento di profondo sconforto personale, segnato dalla morte di Janis Joplin, artista con cui aveva lavorato a stretto contatto poco prima.
A quel punto la band fa una scelta radicale: si producono da soli, con Botnick che passa dal mixer alla cabina di regia vera e propria. Invece di tornare in uno studio tradizionale, allestiscono una sala di fortuna negli uffici della Doors Workshop, all’8512 di Santa Monica Boulevard, con il mixer al piano di sopra e gli strumenti al piano di sotto. Morrison, senza una cabina vocale isolata a disposizione, finisce per cantare letteralmente nel vano della porta del bagno, dove la band aveva scoperto per caso una resa acustica perfetta per la sua voce. Per rinforzare il suono chiamano due turnisti: il bassista Jerry Scheff, reduce dal gruppo di supporto di Elvis Presley, e il chitarrista ritmico Marc Benno. Il risultato è un disco registrato quasi in presa diretta su un otto piste, con pochissime sovraincisioni, chiuso in appena sei giorni di lavoro.
Il suono: un ritorno alle radici blues
Chiunque metta questo vinile sul piatto dopo aver ascoltato Morrison Hotel nota subito la differenza: L.A. Woman è, come ha scritto Richie Unterberger su AllMusic, di gran lunga il disco più blues-oriented dell’intera discografia dei Doors. Sparisce quasi del tutto l’organo psichedelico che aveva definito il suono del gruppo dagli esordi, e al suo posto arrivano chitarre più sporche, un basso corposo grazie a Scheff, e un approccio da club notturno più che da sala d’incisione.
È un suono volutamente meno levigato, quasi ruvido, in cui si sente la stanchezza e insieme la libertà di una band che non ha più nulla da dimostrare. La voce di Morrison, più profonda e consumata rispetto ai primi dischi, si adatta perfettamente a questa direzione: non è più il crooner acid-rock di “Light My Fire”, è un cantante blues vero, con tutte le crepe e le imperfezioni che questo comporta. Botnick stesso ha definito il concetto alla base delle session come un tentativo di tornare alle radici della band, a quel misto di blues, rhythm and blues e rock che era il loro linguaggio originario prima del successo planetario.
Analisi del disco brano per brano
L’apertura con “The Changeling”, nata da appunti che Morrison aveva scritto già nel 1968, dà subito il tono: ritmica serrata, fiati funk, un cantante che sembra recitare più che cantare. “Love Her Madly”, il pezzo che tanto irritava Rothchild, è in realtà una delle canzoni pop più riuscite scritte da Krieger, uscita come singolo nel marzo 1971 e arrivata all’undicesimo posto della classifica Billboard: leggera solo in superficie, con un ritornello che si insinua e non se ne va più.
“Been Down So Long”, ispirata al romanzo dello scrittore folk Richard Fariña, è pura escursione blues, così come la cover di “Crawling King Snake”, classico del repertorio blues tradizionale reinterpretato con un feeling quasi da bar equivoco più che da studio patinato. “Cars Hiss By My Window” nasce direttamente in sala d’incisione, costruita attorno a un riff minimale, mentre “L’America”, brano rimasto a lungo sottovalutato, mostra un lato più cupo e cinematografico del gruppo.
Al centro dell’album c’è la title track, un pezzo di oltre sette minuti costruito su un giro di basso ipnotico che AllMusic ha definito un classico dell’immaginario da cruising automobilistico losangelino: qui Morrison inserisce anche il celebre anagramma del proprio nome, diventato negli anni un piccolo pezzo di folklore rock. Il disco si chiude con “Riders on the Storm”, forse il momento più iconico dell’intera carriera dei Doors: un’atmosfera notturna, quasi da colonna sonora, che molti critici considerano il punto più melodico e allo stesso tempo più inquietante mai raggiunto dalla band.
L’ultima apparizione di Jim Morrison
Terminate le registrazioni e il mix, completato ai Poppi Studios di West Hollywood, Morrison lascia Los Angeles e si trasferisce a Parigi insieme alla compagna Pamela Courson, ufficialmente per dedicarsi alla scrittura e prendersi una pausa dalla musica e dalla notorietà che lo stava logorando. Non tornerà mai più negli Stati Uniti: muore nella capitale francese il 3 luglio 1971, ad appena 27 anni, poco più di due mesi dopo l’uscita dell’album.
Questo rende L.A. Woman, di fatto, l’ultima testimonianza in studio della voce di Morrison insieme ai Doors. I due album successivi pubblicati a nome della band, Other Voices e Full Circle, sono realizzati senza di lui, con Manzarek e Krieger a dividersi le parti vocali, e non hanno mai raggiunto lo stesso peso specifico nella storia del gruppo. È anche per questo che L.A. Woman viene ascoltato, ancora oggi, con un orecchio diverso rispetto a un disco qualunque: non perché sia stato concepito come un addio, ma perché la storia lo ha trasformato in uno senza che nessuno, in quello scantinato di Santa Monica Boulevard, potesse saperlo.
L’accoglienza della critica e l’eredità
All’uscita, nell’aprile del 1971, le reazioni sono contrastanti ma nel complesso entusiaste. Richard Meltzer su Rolling Stone lo definisce addirittura il miglior album della band fino a quel momento e uno dei migliori dischi dell’intero 1971, mentre NME lo accoglie come uno dei lavori più solidi usciti dal gruppo in quel periodo. Non manca qualche voce fuori dal coro, come quella di Melody Maker, più fredda nei confronti di un sound che ai suoi occhi suonava già stanco.
Col tempo il giudizio si è consolidato in modo quasi unanime: Metacritic assegna al disco un punteggio di 93 su 100, tra i più alti mai raggiunti da un album dei Doors, e la recensione di riferimento su AllMusic, firmata sempre da Unterberger, lo descrive come un finale ineguale ma degno per il quartetto originale, capace di contenere alcuni dei loro momenti più disturbanti e riusciti. In classifica L.A. Woman arriva al nono posto della Billboard 200 restando in classifica per 36 settimane, tocca il numero uno in Olanda e produce due singoli di peso, “Love Her Madly” e “Riders on the Storm” (quest’ultima ferma al numero 14 negli Stati Uniti ma destinata a diventare uno dei brani più trasmessi in radio di sempre). Anche il lungo speciale del cinquantenario pubblicato da Loudersound, pur critico verso alcune delle successive operazioni commerciali sul catalogo dei Doors, riconosce a questo disco il merito di aver riportato la band a un suono free-form, blues e suonato quasi in presa diretta, lontano dagli eccessi da studio dei lavori precedenti.
Perché ascoltarlo ancora oggi
Rimesso sul piatto oggi, cinquant’anni e passa dopo, L.A. Woman colpisce ancora per la sua mancanza di calcolo. Non è un disco costruito per compiacere, è un disco suonato da quattro persone che in quel momento avevano smesso di preoccuparsi di essere una band da classifica e avevano ricominciato a suonare per il gusto di farlo. Il calore della registrazione analogica, i pochi strumenti in gioco, la voce sporca di Morrison che si intreccia con l’armonica e con il piano elettrico di Manzarek: è materiale che su vinile rende ancora meglio che in digitale, perché quella grana un po’ ruvida fa parte del racconto tanto quanto le canzoni.
Do 9 su 10 a questo disco perché unisce due cose che raramente convivono in un solo album: la coerenza stilistica di un gruppo che finalmente trova un’identità sonora precisa dopo anni di sperimentazioni non sempre riuscite, e l’imprevedibilità emotiva di una session nata da una crisi vera, con un produttore storico che sbatte la porta e una band costretta a reinventarsi in pochi giorni. Il decimo lo tengo in tasca solo per un paio di episodi minori che, rispetto ai vertici assoluti come la title track o “Riders on the Storm”, restano un gradino sotto. Per il resto, è uno di quei dischi che ogni collezionista di vinili dovrebbe avere almeno una copia, magari proprio una delle ristampe più curate uscite negli anni, per sentire dal vivo, tra i solchi, l’ultimo respiro di una delle band più importanti della storia del rock.
Fonti e approfondimenti
- Recensione di L.A. Woman su AllMusic (Richie Unterberger)
- Speciale Loudersound sul 50° anniversario di L.A. Woman
Domande frequenti
Qual è il significato del titolo L.A. Woman?
Il brano che dà il titolo al disco è un omaggio diretto a Los Angeles, raccontata come una figura femminile enigmatica e notturna, specchio delle strade, delle luci e dei contrasti della città in cui la band era cresciuta artisticamente. È in questo stesso pezzo che compare il celebre anagramma del nome di Jim Morrison, diventato negli anni uno dei dettagli più citati e discussi dai fan del gruppo.
Perché Paul Rothchild ha lasciato la produzione di L.A. Woman?
Rothchild, produttore storico dei Doors fin dal primo album, abbandonò le sessioni dopo aver ascoltato “Love Her Madly”, che definì sprezzantemente “musica da cocktail bar”. A pesare furono anche la lentezza con cui procedevano le registrazioni, le assenze di Morrison alle prove e, secondo il racconto successivo dell’ingegnere Bruce Botnick, lo sconforto personale di Rothchild dopo la morte di Janis Joplin, con cui aveva lavorato poco prima.
L.A. Woman è stato davvero l’ultimo album dei Doors con Jim Morrison?
Sì. È l’ultimo disco in studio registrato con Morrison alla voce: pochi mesi dopo l’uscita, avvenuta il 19 aprile 1971, il cantante si trasferì a Parigi, dove morì il 3 luglio dello stesso anno. I due album successivi a nome The Doors, Other Voices e Full Circle, furono realizzati senza di lui, con Manzarek e Krieger a dividersi le parti vocali.

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