Judas Priest alla Cavea: il metal non ha età

Rob Halford dei Judas Priest canta piegato sul microfono, illuminato di rosso, in giacca di pelle borchiata

Prima Fila —

Un’ora e trentacinque minuti, ventuno titoli contando le intro da nastro, e una Cavea che canta i Black Sabbath prima ancora che si accendano le luci. Il 9 settembre 2026 i Judas Priest hanno chiuso a Roma il giro italiano del Faithkeepers Tour, alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, dentro il cartellone del Roma Summer Fest. Quando un gruppo heavy metal supera i cinquant’anni di attività e riempie ancora un’arena all’aperto, il confronto da reggere è quello con la propria leggenda.

In breve: i Judas Priest hanno suonato a Roma il 9 settembre 2026 alla Cavea Luciano Berio dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, dalle 21:15 alle 22:50. In apertura i Nevermore. La serata si è aperta con War Pigs dei Black Sabbath diffusa dagli altoparlanti e con il Faithkeepers Intro, ha attraversato sedici brani di set principale fino a Painkiller e si è chiusa con un bis di cinque titoli, da Electric Eye a We Are the Champions dei Queen. Faithkeepers è il nome del tour: il nuovo album, ha detto il bassista Ian Hill, è atteso nel 2027.

La scaletta completa del concerto di Roma

Ventuno titoli, nell’ordine in cui sono arrivati alla Cavea. Tre sono diffusi da nastro e servono da intro e da congedo: War Pigs, The Hellion e We Are the Champions. Gli altri diciotto sono suonati dal vivo e attingono a dieci album diversi, dal 1976 al 2024.

# Brano Da dove arriva
1 War Pigs Black Sabbath, da nastro
2 Faithkeepers Intro Intro del tour, da nastro
3 You’ve Got Another Thing Comin’ Screaming for Vengeance, 1982
4 Metal Gods British Steel, 1980
5 Breaking the Law British Steel, 1980
6 The Ripper Sad Wings of Destiny, 1976
7 The Sentinel Defenders of the Faith, 1984
8 Desert Plains Point of Entry, 1981
9 Lightning Strike Firepower, 2018
10 Turbo Lover Turbo, 1986
11 Steeler British Steel, 1980
12 Delivering the Goods Killing Machine, 1978
13 Panic Attack Invincible Shield, 2024
14 Victim of Changes Sad Wings of Destiny, 1976
15 No Surrender Firepower, 2018
16 Painkiller Painkiller, 1990
17 The Hellion (bis) Screaming for Vengeance, 1982, da nastro
18 Electric Eye (bis) Screaming for Vengeance, 1982
19 Hell Bent for Leather (bis) Killing Machine, 1978
20 Living After Midnight (bis) British Steel, 1980
21 We Are the Champions (bis) Queen, da nastro

Guardando la colonna di destra si capisce su cosa poggia la serata: quattro brani da British Steel e tre da Screaming for Vengeance, cioè i due dischi del 1980 e del 1982 che hanno trasformato una band inglese in un fenomeno radiofonico americano. Del repertorio recente restano tre titoli, Lightning Strike, No Surrender e Panic Attack, piazzati in mezzo al set dove reggono il confronto senza far scendere nessuno a prendere da bere.

L’attacco: War Pigs prima che si accendano le luci

La serata parte a tradimento, prima ancora che i cinque salgano sul palco: dagli altoparlanti attacca War Pigs dei Black Sabbath, e mezza Cavea la canta a squarciagola come se fosse un pezzo loro. È un modo intelligente di scaldare il pubblico, oltre che un inchino ai padri fondatori dell’heavy metal nati nella stessa città, prima che il Faithkeepers Intro apra davvero le danze.

Formatisi a Birmingham nel 1969, i Judas Priest sono tra i pochissimi gruppi fondativi del genere ancora in attività, ed entrati nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2022. Il suono resta riconoscibile e spigoloso, senza le scorciatoie nostalgiche di chi si limita a incassare il passato: il primo blocco di tre pezzi arriva addosso con la stessa logica di un disco, You’ve Got Another Thing Comin’ per aprire la porta, Metal Gods per dichiarare chi comanda, Breaking the Law per far cantare tutti.

Rob Halford, la voce che regge ancora il confronto

Al centro di tutto resta Rob Halford, che due settimane prima della data romana aveva compiuto settantacinque anni: giacca di pelle borchiata, voce che passa dal registro basso a un falsetto quasi impossibile per un cantante della sua età, presenza scenica costruita per un pubblico di migliaia di persone. Il momento in cui si capisce se c’è ancora o no è Victim of Changes, che sta in scaletta dal 1976 e non perdona: quasi otto minuti in cui la voce resta scoperta e non c’è riff che possa coprirla.

Poi arriva Painkiller a chiudere il set principale, che è il pezzo più difficile del catalogo per chiunque stia sul palco, batteria compresa. Metterlo lì in fondo, dopo un’ora abbondante di concerto, è una dichiarazione.

Chi c’era davvero sul palco

Qui serve una precisazione che molti resoconti si risparmiano. La formazione del 2026 non è quella classica: dell’era d’oro restano Rob Halford alla voce e Ian Hill al basso, l’unico ad aver attraversato tutta la storia del gruppo senza mai uscirne. Alle chitarre ci sono Richie Faulkner, arrivato nel 2011, e Andy Sneap, il produttore che dal 2018 copre il posto di Glenn Tipton.

Musicista Strumento Nella band
Rob Halford Voce Dal 1973
Ian Hill Basso Dal 1970, mai uscito
Richie Faulkner Chitarra Dal 2011
Andy Sneap Chitarra In tour dal 2018
Scott Travis Batteria Dal 1989
Glenn Tipton Chitarra Membro ufficiale, fuori dai tour dal 2018

Tipton resta a tutti gli effetti un membro del gruppo e in qualche occasione sale ancora sul palco per un paio di pezzi, ma non fa più i tour. A Roma non c’era. Dirlo non toglie niente alla serata: toglie soltanto l’equivoco di chi compra il biglietto aspettandosi la coppia di chitarre del 1980.

I Nevermore in apertura

Ad aprire la serata sono stati i Nevermore, tornati in attività attorno al chitarrista Jeff Loomis e al batterista Van Williams. Per loro Roma era la terza data italiana di spalla al Priest, dopo Pordenone il 3 settembre e Bari il 7, più una serata da headliner al Live Club di Trezzo sull’Adda il 4.

Un gruppo di Seattle che a cavallo del Duemila ha scritto dischi come Dreaming Neon Black e Dead Heart in a Dead World non è esattamente un riempitivo, e vederlo in una serata del genere vale da solo l’anticipo sull’orario di ingresso. Le porte della Cavea aprivano alle 18:30.

I classici e il bis con i Queen

Il bis è la parte in cui il concerto smette di essere un concerto e diventa una scaletta da jukebox, nel senso migliore: The Hellion da nastro che si incastra su Electric Eye, poi Hell Bent for Leather e Living After Midnight una dietro l’altra. Dieci minuti di pezzi che qualunque persona sotto quel palco conosce a memoria, anche chi giura di non ascoltare metal.

La chiusura è la sorpresa: We Are the Champions dei Queen diffusa dagli altoparlanti mentre la band saluta, cantata in coro dalla Cavea come un inno da stadio. Alle 22:50 era tutto finito, un’ora e trentacinque minuti esatti dall’inizio.

Un concerto che non prova a reinventarsi, e fa bene: i Judas Priest sanno esattamente cosa il loro pubblico si aspetta e lo consegnano con un mestiere che solo cinquant’anni di palchi possono dare.

Domande frequenti sul concerto

Quando e dove hanno suonato i Judas Priest a Roma?

Il 9 settembre 2026 alla Cavea Luciano Berio dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, dentro il cartellone del Roma Summer Fest. Porte alle 18:30, inizio alle 21:15.

Qual è stata la scaletta dei Judas Priest alla Cavea?

Ventuno titoli in tutto. Set principale: War Pigs e Faithkeepers Intro da nastro, poi You’ve Got Another Thing Comin’, Metal Gods, Breaking the Law, The Ripper, The Sentinel, Desert Plains, Lightning Strike, Turbo Lover, Steeler, Delivering the Goods, Panic Attack, Victim of Changes, No Surrender e Painkiller. Bis: The Hellion, Electric Eye, Hell Bent for Leather, Living After Midnight e We Are the Champions dei Queen.

Con quale brano è iniziato il concerto?

Prima che la band salisse sul palco, dagli altoparlanti è partita War Pigs dei Black Sabbath, cantata da buona parte del pubblico. Poi il Faithkeepers Intro ha aperto lo spettacolo vero e proprio.

Chi ha aperto il concerto dei Judas Priest a Roma?

I Nevermore, il gruppo di Seattle tornato in attività attorno a Jeff Loomis e Van Williams. Roma era la loro terza data italiana di spalla al Priest, dopo Pordenone e Bari.

Glenn Tipton era sul palco con i Judas Priest?

No. Tipton resta un membro ufficiale della band, ma dal 2018 non partecipa ai tour: alle chitarre, a Roma, c’erano Richie Faulkner e Andy Sneap.

Quanto è durato il concerto?

Un’ora e trentacinque minuti: inizio alle 21:15, chiusura alle 22:50.

Faithkeepers è un album dei Judas Priest?

No, è il nome del tour 2026 e dell’intro che apre i concerti. Il nuovo album in studio, secondo quanto dichiarato dal bassista Ian Hill, è atteso nel 2027.

Rimetto sul piatto

Quattro pezzi da British Steel in una scaletta del 2026 dicono una cosa sola: quel disco del 1980 è ancora la spina dorsale di questa band, e nessuno dei capitoli successivi gliel’ha mai tolta. Se sei stato a una data di questo tour, o vuoi raccontarmi un altro concerto metal storico a cui hai assistito a Roma, puoi scrivermi qui.

Di serate romane ne ho raccontate altre, da Pearl Jam all’Olimpico in poi, e se il metal classico ti interessa anche sul piatto, la recensione di Ace of Spades dei Motörhead è il passo successivo naturale.

Foto di copertina: Rob Halford dei Judas Priest al Fox Theater di Detroit, Michigan, il 19 settembre 2021, durante il 50 Heavy Metal Years Tour. © Jdunbarphoto | Dreamstime.com, uso editoriale. Fonti: setlist.fm per la scaletta e gli orari, Wikipedia per la formazione, TrueMetal per le date dei Nevermore, Auditorium Parco della Musica per i dati dell’evento. Articolo aggiornato il 6 ottobre 2026 con scaletta completa, formazione e band di supporto.

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