Prima Fila —
Il 26 giugno 2018 i Pearl Jam sono saliti sul palco dello Stadio Olimpico di Roma, una delle poche cornici davvero all’altezza di una band che ha trascorso trent’anni a definire cosa significhi resistere al proprio stesso successo senza smettere di prendersi sul serio come gruppo dal vivo.
Eddie Vedder ha sempre avuto un rapporto particolare con l’Italia, e quella sera allo Stadio Olimpico si vede: parla, ringrazia, si prende pause tra un brano e l’altro per interagire con un pubblico che risponde cantando ogni singola parola. In uno stadio da decine di migliaia di persone è facile perdere il contatto diretto con chi ascolta; i Pearl Jam mantengono quella sensazione di prossimità tipica dei loro concerti nei palazzetti, nonostante le dimensioni tutt’altro che intime del luogo. La scaletta attraversa oltre venticinque anni di carriera, dai classici che hanno definito il grunge di Seattle all’inizio degli anni ’90 fino al materiale più recente, con una band che ha sempre rifiutato di ridursi a un jukebox delle proprie hit.
Resta la sensazione, rara in un contesto da stadio, di aver assistito a qualcosa di collettivo, un’intera generazione che canta insieme le stesse canzoni con la partecipazione di chi le sente ancora attuali. Se eri allo Stadio Olimpico quella sera, o vuoi raccontarmi un altro concerto dei Pearl Jam a cui hai assistito, puoi scrivermi qui.
Foto di copertina: Raph_PH, licenza CC BY 2.0, via Wikimedia Commons. Scattata alla O2 Arena di Londra il 18 giugno 2018, otto giorni prima della data dell’Olimpico, nello stesso tour europeo.

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