Recensione —
C’è un paradosso che accompagna For Those About to Rock (We Salute You) fin dal giorno della sua uscita, il 20 novembre 1981 negli Stati Uniti: è l’album che ha finalmente issato gli AC/DC in vetta alla classifica americana, il primo numero uno della loro carriera, eppure è anche il disco che quasi tutti, band compresa, considerano un gradino sotto rispetto al capolavoro che lo precede. Scrivere questa recensione di For Those About to Rock vuol dire quindi fare i conti con due verità che convivono a fatica: da un lato il trionfo commerciale e l’immagine iconica dei cannoni sparati dal palco, dall’altro un disco che suona più stanco, più calcolato, meno ispirato del fulmine a ciel sereno che era stato Back in Black nel 1980. Non è un brutto album, tutt’altro, ma va ascoltato sapendo cosa aspettarsi, senza il velo di retorica che spesso avvolge i dischi con la copertina più scenografica della storia del rock.
Indice
- Il contesto: l’eredità pesante di Back in Black
- La produzione di Mutt Lange: sessioni tese a Parigi
- Il concept dei cannoni: dal palco al mito
- Analisi del disco brano per brano
- Un’accoglienza critica tiepida: perché?
- Il paragone con Back in Black
- Perché vale comunque la pena ascoltarlo oggi
- Fonti e approfondimenti
- Domande frequenti
Tracklist
Lato A
- For Those About to Rock (We Salute You)
- Put the Finger on You
- Let’s Get It Up
- Inject the Venom
- Snowballed
Lato B
- Evil Walks
- C.O.D.
- Breaking the Rules
- Night of the Long Knives
- Spellbound
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Il contesto: l’eredità pesante di Back in Black
Back in Black era stata la risposta della band alla morte di Bon Scott, un atto di sopravvivenza artistica trasformato in uno degli album più venduti della storia della musica, con oltre venti milioni di copie piazzate solo negli Stati Uniti. Brian Johnson era arrivato da sconosciuto e si era guadagnato il posto con una prova di forza pressoché perfetta.
A quel punto per gli AC/DC si poneva un problema quasi impossibile da risolvere: cosa si fa dopo aver scritto il disco della vita? La scelta fu quella della continuità totale, stesso produttore, stessa squadra, stessa filosofia compositiva basata su riff ossessivi e ritornelli da stadio.
Una scelta comprensibile, certo, ma che portava con sé un rischio evidente: quello di ripetersi senza più la stessa scintilla, la stessa urgenza emotiva che aveva reso Back in Black un unicum irripetibile.
La produzione di Mutt Lange: sessioni tese a Parigi
Robert John “Mutt” Lange torna dietro la consolle per la terza volta consecutiva, dopo Highway to Hell e Back in Black, ma stavolta il rapporto con la band si incrina. Le registrazioni, tra luglio e settembre 1981, partono agli storici studi Pathé Marconi di Parigi, ma vengono abbandonate dopo una decina di giorni perché Lange non riesce a ottenere il suono che ha in testa. Il gruppo si sposta quindi negli studi H.I.S., utilizzando il camion mobile Mobile One arrivato da Londra, con le sessioni interrotte anche dalla partecipazione al festival Monsters of Rock del 22 agosto — un’esibizione per cui, a detta della band stessa, non erano del tutto pronti.
Il perfezionismo maniacale di Lange, che aveva fatto la fortuna dei due dischi precedenti, qui diventa un limite: i Young raccontano ore passate ad aspettare che il produttore rifinisse take dopo take, in un’atmosfera da studio molto più logorante rispetto al passato. Malcolm Young l’ha riassunta con una frase che dice tutto: una volta finito l’album, nessuno, né la band né il produttore, era davvero sicuro se suonasse giusto o sbagliato. Non a caso, For Those About to Rock resta l’ultimo capitolo della collaborazione tra Lange e gli AC/DC.
Il concept dei cannoni: dal palco al mito
L’immagine che tutti associano a questo disco, ancora oggi, sono i cannoni. La leggenda vuole che l’idea sia nata quasi per caso: durante le session parigine, in una stanza accanto era acceso un televisore che trasmetteva il matrimonio della principessa Diana, con tanto di salve di cannone in diretta. Angus Young ha raccontato che, mentre suonavano proprio quella parte del brano, sentirono partire gli spari e capirono all’istante che l’accostamento funzionava alla perfezione. Da lì l’idea di trasformare l’effetto in un elemento sonoro e, poco dopo, in uno spettacolo dal vivo con vere e proprie repliche di cannoni napoleonici sparate sul palco.
Il titolo stesso affonda le radici nella storia romana, riprendendo il saluto dei gladiatori all’imperatore, “ave Caesar, morituri te salutant”, un’idea che Angus attribuisce a una suggestione letta nelle opere dello scrittore Robert Graves. È un concept potente, quasi teatrale, che ha fatto scuola nel rock da stadio: il brano che dà il titolo all’album è diventato un classico intoccabile della scaletta live degli AC/DC, capace di chiudere i concerti con un impatto visivo che pochissimi altri gruppi possono permettersi.
Analisi del disco brano per brano
La title track apre e, in un certo senso, esaurisce buona parte delle munizioni migliori del disco: un riff monumentale, una struttura che gioca su tensione e rilascio con quel celebre stacco a metà brano, un ritornello fatto apposta per essere urlato da un intero stadio. È, senza discussione, il pezzo che giustifica da solo l’acquisto dell’album.
Il resto del lotto vive di alti e bassi. “Put the Finger on You” e “Let’s Get It Up”, uscita anche come singolo, mantengono l’impianto boogie-rock tipico della band ma con un mordente inferiore rispetto agli standard di Highway to Hell o Back in Black. “Inject the Venom” e “Snowballed” funzionano meglio, con un’aggressività più diretta, mentre “Evil Walks” e “Breaking the Rules” restano onesti compitini che non aggiungono granché al songbook della band. “C.O.D.” e “Night of the Long Knives” chiudono un lato B che si lascia ascoltare senza mai davvero entusiasmare, e la conclusiva “Spellbound” prova a chiudere in crescendo, con un tocco quasi epico che però arriva un po’ tardi per ribaltare la sensazione generale di un disco scritto sotto pressione.
Un’accoglienza critica tiepida: perché?
Qui arriviamo al cuore di questa recensione di For Those About to Rock: la critica, all’epoca e ancora di più con il senno di poi, non ha mai considerato questo disco al livello dei due che lo precedono. Robert Christgau gli affibbiò all’uscita un secco voto C, giudicando l’approccio vocale di Brian Johnson poco convincente su questo materiale. Col tempo il giudizio si è fatto ancora più severo: la recensione di AllMusic firmata da Steve Huey sostiene apertamente che con questo disco la striscia vincente della band cominci a interrompersi, che il gruppo senta più del previsto l’assenza di Bon Scott e che i testi di Johnson comincino a sembrare più calcolati e un po’ più di maniera, con un andamento generale che rallenta e perde parte dell’aggressività dei dischi precedenti.
Anche Loudersound, in una sua retrospettiva, non usa mezzi termini: descrive riff che rischiano di suonare stanchi e sottili, definisce alcuni brani privi dell’energia e dell’arguzia di un tempo, e riconosce piena dignità solo alla title track, l’unica in grado di toccare le vette dei due album precedenti prodotti da Lange. Non è un disco disprezzato, ma è chiaramente percepito come una flessione, la prima crepa dopo una serie irripetibile di capolavori.
Il paragone con Back in Black
I numeri, più di ogni opinione critica, raccontano la distanza tra i due dischi. For Those About to Rock ha certificato quattro dischi di platino negli Stati Uniti, per circa quattro milioni di copie vendute lì e una stima di sette milioni nel mondo: cifre enormi per qualunque altro gruppo, ma minuscole se paragonate ai venti e passa milioni di copie di Back in Black solo sul mercato americano. È il classico caso in cui il secondo album di una coppia vincente arriva primo in classifica per inerzia e fiducia del pubblico, ma non regge il paragone artistico.
Dove Back in Black suonava urgente, quasi disperato nella sua energia catartica, For Those About to Rock suona più metodico, più costruito a tavolino, con la stessa formula applicata con minore convinzione. Il paradosso resta questo: il disco che ha regalato agli AC/DC il primo numero uno della carriera è, quasi all’unanimità, considerato inferiore a quello che lo precede. Un destino che accomuna diversi capolavori della storia del rock, costretti a fare i conti con un successore inevitabilmente più debole.
Perché vale comunque la pena ascoltarlo oggi
Detto tutto questo, sarebbe ingiusto liquidare For Those About to Rock come un disco da dimenticare. Ascoltato oggi, senza il peso del confronto diretto con Back in Black, resta un album di hard rock robusto, suonato con un livello tecnico altissimo, con una title track che è semplicemente uno dei momenti più iconici mai scritti dalla band, cannoni compresi. Per chi ama il suono di quella stagione degli AC/DC, con Phil Rudd alla batteria in una delle sue ultime uscite prima del lungo allontanamento dal gruppo, c’è comunque parecchio da apprezzare.
È anche un documento interessante per capire i limiti della formula Lange applicata senza la stessa scintilla creativa, un disco di transizione che anticipa, in qualche modo, le difficoltà che la band avrebbe affrontato con Flick of the Switch un paio d’anni dopo. Va ascoltato per quello che è: non l’ennesimo capolavoro, ma un buon disco di un gruppo enorme, che vive soprattutto di un singolo, straordinario momento e di un’iconografia da concerto che ha attraversato i decenni molto meglio della qualità media dei brani.
Fonti e approfondimenti
Domande frequenti
For Those About to Rock è stato davvero il primo numero uno degli AC/DC in America?
Sì. Uscito il 20 novembre 1981, l’album ha debuttato al primo posto della Billboard 200 restandoci per tre settimane, il primo traguardo del genere per la band dopo anni di crescita costante ma senza mai raggiungere la vetta assoluta delle classifiche statunitensi.
Perché la critica ha accolto For Those About to Rock in modo più freddo rispetto a Back in Black?
Perché, arrivando subito dopo un disco eccezionale come Back in Black, il paragone era impossibile da reggere: riviste come AllMusic e testate come Loudersound hanno sottolineato riff meno ispirati, testi più calcolati e un’energia complessiva inferiore, salvando quasi sempre solo la title track come vero momento all’altezza del periodo d’oro della band con Mutt Lange.
Da dove viene l’idea dei cannoni sul palco durante For Those About to Rock?
Secondo il racconto di Angus Young, l’ispirazione nacque quasi per caso durante le registrazioni a Parigi, quando in una stanza vicina veniva trasmesso in televisione il matrimonio della principessa Diana con le relative salve di cannone: sentendole coincidere con il brano che stavano suonando, la band capì che l’effetto funzionava e lo trasformò poi nello spettacolare concept scenico diventato leggendario.

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