The Queen Is Dead, Morrissey e la tanto ricercata satira

Copertina dell'album The Queen is Dead

Recensione —

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Ci sono dischi che si limitano a fotografare un momento, e dischi che invece lo definiscono per chi verrà dopo. The Queen Is Dead appartiene senza dubbio alla seconda categoria, e scriverne una recensione onesta vuol dire fare i conti con un piccolo paradosso: è un album uscito nel 1986 da una band inglese di culto, eppure ancora oggi viene citato come punto di riferimento assoluto da chiunque prenda in mano una chitarra jangle o provi a scrivere un testo insieme feroce e divertente. Quando mi capita di rimetterlo sul piatto, quello che mi colpisce non è la nostalgia, ma quanto suoni ancora fresco, quasi impertinente. In questa recensione di The Queen Is Dead provo a spiegare perché, per me, resta uno dei tre o quattro dischi imprescindibili del rock britannico: il contesto in cui nacque, il lavoro chitarristico di Johnny Marr, la scrittura di Morrissey, e il modo in cui la critica lo ha consacrato negli anni fino a farne, per NME, semplicemente il disco più importante mai realizzato.

In breve: The Queen Is Dead è il terzo album degli Smiths, uscito il 16 giugno 1986 per Rough Trade e registrato nel 1985 fra i Jacobs Studios del Surrey, i RAK di Londra e i Drone di Manchester. Dieci brani, prodotti da Morrissey e Johnny Marr con Stephen Street alla console. Nel 2013 NME lo ha messo primo fra i 500 migliori album di tutti i tempi, dopo averlo indicato secondo nel 2006; nel Regno Unito è doppio disco di platino.

Indice

Tracklist

Lato A

  • The Queen Is Dead
  • Frankly Mr Shankly
  • I Know It’s Over
  • Never Had No One Ever
  • Cemetry Gates

Lato B

  • Bigmouth Strikes Again
  • The Boy with the Thorn in His Side
  • Vicar in a Tutu
  • There Is a Light That Never Goes Out
  • Some Girls Are Bigger Than Others

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Il contesto: gli Smiths nel 1986

Per capire il peso di The Queen Is Dead bisogna guardare a cosa stava succedendo agli Smiths nella seconda metà degli anni Ottanta. Reduce dal successo critico di Meat Is Murder, la band di Manchester era già considerata la più interessante del panorama indipendente britannico, ma il rapporto con l’etichetta Rough Trade si era fatto teso, tra dispute contrattuali e ritardi produttivi che rimandarono l’uscita del disco di quasi sette mesi rispetto alla data prevista.

Le registrazioni si svolsero tra la metà e la fine del 1985, spalmate su tre strutture diverse: i Jacobs Studios a Farnham, nel Surrey, i RAK Studios di Londra e i Drone Studios di Manchester, città natale della band. Fu proprio in quest’ultimo studio che nacque la prima traccia completata, The Boy with the Thorn in His Side, la cui melodia Marr aveva composto durante un viaggio in pullman. Il disco arrivò infine nei negozi il 16 giugno 1986 su Rough Trade, e fu subito chiaro che qualcosa, nel suono e nell’ambizione della band, era cambiato in modo definitivo.

La chitarra di Johnny Marr

Se dovessi indicare un solo motivo per cui questo disco continua a essere studiato da chi si avvicina alla chitarra indie, direi senza esitazione il lavoro di Johnny Marr. AllMusic lo ha descritto con un’espressione che trovo azzeccata, parlando di una fitta trama di chitarre capace di attraversare registri completamente diversi nel giro di dieci brani: il minore inquieto e rincorrente della title track, il pop acustico quasi delicato di certi episodi più intimisti, fino a incursioni in un rockabilly obliquo che strizza l’occhio tanto agli Stooges quanto ai Rolling Stones, band che lo stesso Marr ha più volte citato come riferimenti per questo lavoro.

È una chitarra che non cerca mai l’assolo plateale, eppure riempie ogni spazio con arpeggi, sovraincisioni e trovate timbriche che rendono ogni canzone riconoscibile già al primo accordo. Marr in questo periodo lavorava con un metodo quasi sartoriale, costruendo strati su strati in studio, e il risultato è un suono sempre in movimento, mai statico, capace di reggere da solo il peso emotivo del disco anche nei momenti in cui il testo si fa più cupo.

I testi taglienti di Morrissey

Morrissey in questo disco abbandona quasi del tutto l’immagine del ragazzo malinconico e ipersensibile che molti gli avevano cucito addosso dopo i primi dischi, per indossare i panni di un satirico feroce, capace di prendere di mira la monarchia, il perbenismo di provincia, l’ipocrisia dell’industria discografica e le convenzioni di genere della società britannica del tempo, senza mai perdere quel gusto per la battuta nera che resta la sua firma più riconoscibile.

È un umorismo British al cento per cento, fatto di sarcasmo secco e understatement, che convive senza contraddizioni con momenti di autentica desolazione emotiva dedicati alla solitudine e all’amore non corrisposto. Quello che rende la scrittura di Morrissey così efficace su questo disco è proprio l’equilibrio: non scade mai nel puro cinismo, perché dietro ogni frecciata resta un fondo di empatia genuina verso chi si sente escluso, diverso, ai margini. È scrittura di classe sociale, ma raccontata con l’occhio di chi la classe l’ha vissuta dal basso, a Manchester, non da un salotto londinese.

Le classifiche degli album e dei singoli che Morrissey preferisce fra i suoi stanno a parte.

Analisi del disco brano per brano

L’apertura con la title track è già un manifesto: un riff ipnotico, un loop di tom-tom costruito da Mike Joyce insieme a Stephen Street con un campionatore, e un crescendo che non lascia respiro. Segue Frankly, Mr Shankly, brano dal destino travagliato perché la prima versione andò perduta per un guasto al nastro e dovette essere reincisa da capo con il produttore John Porter ai Wessex Studios: nel disco resta comunque uno dei momenti più scanzonati, una presa in giro tagliente rivolta al mondo dello spettacolo e alla ricerca ossessiva del successo.

I Know It’s Over e Never Had No One Ever formano il cuore più buio dell’album, due ballate sull’isolamento che mostrano Morrissey nella sua veste più vulnerabile, sostenuto da un arrangiamento quasi orchestrale. Cemetry Gates alleggerisce il tono con un affondo ironico contro il plagio letterario, mentre Bigmouth Strikes Again resta uno dei singoli più amati della band: la voce acuta che risponde nel ritornello è accreditata ad «Ann Coates», gioco di parole sul quartiere manchesteriano di Ancoats, ed è in realtà quella di Morrissey registrata e poi alzata di tono. Kirsty MacColl era stata chiamata a incidere delle armonie, ma Marr le trovò fuori posto e finirono fuori dal disco..

The Boy with the Thorn in His Side e Vicar in a Tutu proseguono nel doppio binario di malinconia e sberleffo, quest’ultimo un ritratto surreale e comico che gioca con le convenzioni di genere attraverso la figura di un prete trasgressivo. Il disco si chiude con due vertici assoluti: There Is a Light That Never Goes Out, forse la canzone più amata in assoluto del catalogo Smiths, e Some Girls Are Bigger Than Others, congedo eccentrico e volutamente straniante.

La title track e la satira sulla monarchia

Il brano che apre e intitola l’album merita un discorso a parte, perché condensa in sei minuti e mezzo tutto quello che rende speciale questo disco. Musicalmente è quasi un piccolo poema epico in miniatura, costruito su quel loop di percussioni ottenuto in studio e su una chitarra che alterna momenti di furia a passaggi quasi cinematografici. Testualmente, Morrissey immagina una sorta di irruzione immaginaria a Buckingham Palace, usandola come pretesto per una satira spietata sulla monarchia britannica e su un’idea di identità nazionale che sentiva soffocante e fuori dal tempo.

È un attacco che non ha nulla della rabbia diretta del punk: è più sottile, più letterario, costruito su immagini surreali e su un umorismo nero che disinnesca la solennità del bersaglio proprio ridicolizzandolo. Chi scrive una recensione seria di The Queen Is Dead non può evitare di sottolineare quanto questo pezzo fosse politicamente scomodo per l’Inghilterra della metà degli anni Ottanta, in piena era thatcheriana, e quanto restasse comunque una canzone prima di tutto, con un’anima musicale fortissima che ne ha garantito la sopravvivenza ben oltre il contesto politico che l’ha generata.

L’accoglienza della critica e le classifiche storiche

Alla sua uscita l’album fu accolto con entusiasmo quasi unanime. Su AllMusic, Stephen Thomas Erlewine lo ha definito il grande salto in avanti della band, sottolineando come i testi di Morrissey rappresentino un insieme devastante di satire intelligenti e argute sui costumi sociali britannici, sull’intellettualismo e sulla classe, il tutto sostenuto da quella già citata fitta trama di chitarre firmata Marr.

Il tempo, però, ha fatto ancora meglio della critica contemporanea. Nel 2006 NME lo aveva già indicato come il secondo miglior album britannico di sempre, ma nel 2013 la rivista ha compiuto il passo definitivo, incoronandolo primo nella sua classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi, davanti a nomi come Beatles, Bowie e Pulp: la notizia, riportata anche sul sito di NME, resta uno dei riconoscimenti più clamorosi mai ricevuti da un disco indipendente. Anche Rolling Stone lo ha inserito stabilmente nella sua lista dei 500 migliori album di sempre, con posizioni variate nelle diverse edizioni ma sempre all’interno della top 250. In patria l’album ha ottenuto il doppio disco di platino nel Regno Unito e il disco d’oro negli Stati Uniti, a conferma che dietro lo status di culto si nasconde anche un successo commerciale tutt’altro che marginale.

Perché è ancora un disco fondamentale oggi

Quello che colpisce ascoltando oggi The Queen Is Dead è quanto la sua influenza sia rintracciabile ovunque, dal Britpop degli anni Novanta fino a generazioni più recenti di songwriter cresciuti a pane e chitarre jangle. Non è un’influenza nostalgica: è un modello di scrittura, quello in cui l’ironia non esclude la profondità e la critica sociale può convivere con melodie orecchiabili, che continua a essere imitato perché resta difficile da eguagliare.

A quarant’anni di distanza il disco non ha bisogno di sconti sul piano storico per reggere il confronto con qualsiasi classifica di sempre: la scrittura di Marr è ancora un caso di studio per chi vuole capire cosa significhi produrre un suono di chitarra riconoscibile, e la penna di Morrissey resta un unicum nel panorama del rock inglese. Per questo, alla fine di questa recensione di The Queen Is Dead, il voto che sento di dargli è 9,5 su 10: tolgo mezzo punto solo perché nessun disco, per quanto vicino alla perfezione, dovrebbe mai prendersi il pieno, ma per il resto siamo davanti a uno dei vertici assoluti della musica britannica del secondo Novecento.

Fonti e approfondimenti

Domande frequenti

Perché The Queen Is Dead è considerato uno dei migliori album di sempre?

Perché unisce una scrittura chitarristica di Johnny Marr estremamente varia e influente a testi di Morrissey che mescolano satira sociale, critica alla monarchia e umorismo nero senza mai scadere nella retorica. Questo equilibrio raro tra intelligenza lirica e forza melodica è il motivo per cui riviste come NME lo hanno più volte inserito al primo posto tra i migliori dischi di sempre.

Di cosa parla la title track The Queen Is Dead?

Il brano immagina una sorta di irruzione a Buckingham Palace come pretesto per una satira pungente sulla monarchia britannica e sull’idea di identità nazionale dell’Inghilterra degli anni Ottanta, il tutto costruito su immagini surreali e su un umorismo nero tipico della scrittura di Morrissey, senza mai scadere nella rabbia diretta tipica del punk.

Chi ha prodotto The Queen Is Dead degli Smiths?

L’album è stato prodotto da Morrissey e Johnny Marr, con Stephen Street nel ruolo di ingegnere del suono, già collaboratore della band nel precedente Meat Is Murder. Le registrazioni si sono svolte nel 1985 tra i Jacobs Studios nel Surrey, i RAK Studios di Londra e i Drone Studios di Manchester, prima dell’uscita ufficiale il 16 giugno 1986 su Rough Trade.

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