Recensione —
Ci sono dischi che diventano un classico nonostante chi li ha fatti. Unknown Pleasures è il caso più netto che conosca: il debutto dei Joy Division, uscito nel giugno 1979, suona come suona perché un produttore ha deciso di andare contro la band, e perché un grafico ha ribaltato una copertina che il gruppo voleva nell’altro verso. A quarantasette anni di distanza è quel suono lì, non quello che volevano loro, ad aver fatto scuola.
In breve: Unknown Pleasures è il primo album dei Joy Division, registrato in tre fine settimana fra il 1º e il 17 aprile 1979 agli Strawberry Studios di Stockport e prodotto da Martin Hannett. Esce a giugno 1979 per Factory Records, catalogo FACT 10, in diecimila copie. Dura 39 minuti e 24 secondi, dieci brani divisi fra un lato chiamato Outside e uno chiamato Inside. È l’unico album della band pubblicato quando Ian Curtis era vivo.
Indice dei contenuti
Da Warsaw ai Joy Division
La band nasce a Salford nel 1976. Bernard Sumner e Peter Hook erano tutti e due in sala alla Lesser Free Trade Hall di Manchester quando suonarono i Sex Pistols, e tornando a casa decisero di mettersi a suonare: è la stessa sera da cui è uscita metà della scena post punk inglese. Ian Curtis arriva poco dopo, candidandosi come cantante. Stephen Morris entra alla batteria nell’agosto 1977, quando il gruppo si chiama ancora Warsaw; il nome Joy Division arriva alla fine di quell’anno.
All’inizio del 1978 firmano con la RCA e se ne pentono quasi subito: non sopportavano come veniva mixata la loro musica e chiedono di essere liberati dal contratto. A giugno escono per conto loro con l’EP An Ideal for Living. Poi il manager Rob Gretton va da Tony Wilson a proporre un album su Factory. Wilson accetta con la formula della casa, metà degli utili alla band, e sostiene che così avrebbero guadagnato quanto con una major. Gretton aveva stimato una spesa di ottomila sterline: Wilson dichiarerà poi di averne messe diciottomila.
Tre fine settimana a Stockport
Registrato e mixato fra il 1º e il 17 aprile 1979, in tre fine settimana, agli Strawberry Studios di Stockport. Alla produzione Martin Hannett, al banco l’ingegnere Chris Nagle. Diciassette giorni di calendario, ma in pratica sei giorni di lavoro: per capire cosa c’è dentro quel disco, questo numero conta più di tanti altri.
Cosa ha fatto Hannett al suono
Hannett partiva da una convinzione precisa: che il punk, dal punto di vista del suono, fosse una cosa conservatrice. Invece di registrare una band che suona forte, ha costruito uno spazio e ci ha messo dentro la band. Gli strumenti del mestiere, quella volta, furono questi:
- diversi delay digitali AMS 15-80 e un Marshall Time Modulator, cioè il riverbero e il ritardo che senti attorno a ogni colpo di rullante;
- eco a nastro, rimbalzi fra le piste e chitarra suonata al contrario;
- rumori veri messi dentro il mix: una bottiglia rotta, qualcuno che mangia patatine, l’ascensore dello studio con dentro un altoparlante Leslie che girava, e il bagno nel seminterrato;
- la voce di Curtis in Insight registrata attraverso una linea telefonica, per allontanarla;
- un sintetizzatore Powertran Transcendent 2000 montato in kit da Sumner, che in I Remember Nothing se la gioca con i vetri rotti e una pistola finta;
- un Syndrum, che Morris aveva comprato dopo averne visto uno sulla copertina di Tago Mago dei Can.
Il risultato è un disco in cui il silenzio pesa quanto le note. La batteria sta in una stanza che non esiste, il basso di Hook sta davanti invece che dietro, e la chitarra di Sumner, invece di riempire, lascia correnti d’aria.
Perché la band non era d’accordo
Dal vivo i Joy Division erano un gruppo violento e rumoroso. Sul disco non lo sono. Sumner ha detto che Hannett aveva colorato un quadro che loro avevano fatto in bianco e nero, addomesticando soprattutto le chitarre, e che la cosa li aveva fatti arrabbiare. Hook fu più secco: gli sembravano i Pink Floyd. Anni dopo, però, lo stesso Hook ha ammesso che è stato Hannett a creare il suono dei Joy Division, e ha raccontato una cosa che vale più di qualsiasi giudizio: su quel disco riuscì a sentire per la prima volta i testi di Curtis e le parti di Sumner, perché ai concerti suonavano troppo forte per capirci qualcosa.
Non tutti la pensavano uguale: Morris era contento del risultato e Curtis apprezzava il lavoro di Hannett. Il quale, dal canto suo, definì i Joy Division un regalo per un produttore.
Il disco, lato per lato
I due lati non si chiamano A e B: si chiamano Outside e Inside. Tutti i brani sono firmati dai quattro insieme.
| Lato Outside | Durata | Lato Inside | Durata |
|---|---|---|---|
| 1. Disorder | 3:36 | 6. She’s Lost Control | 3:56 |
| 2. Day of the Lords | 4:48 | 7. Shadowplay | 3:54 |
| 3. Candidate | 3:05 | 8. Wilderness | 2:38 |
| 4. Insight | 4:30 | 9. Interzone | 2:16 |
| 5. New Dawn Fades | 4:48 | 10. I Remember Nothing | 5:53 |
| Totale | 20:47 | Totale | 18:37 |
Outside parte in corsa con Disorder e poi rallenta: Day of the Lords è lenta e pesante, Candidate è quasi solo basso e spazio vuoto, New Dawn Fades chiude il lato salendo per cinque minuti senza mai sfogare davvero. È il lato che guarda fuori, e quello che fuori trova non è granché.
Inside è più nervoso e più corto. She’s Lost Control è costruita su un giro di basso e sul Syndrum, e rimane il pezzo più riconoscibile del disco. Shadowplay è la cosa più vicina a un singolo che ci sia qui dentro. Interzone dura due minuti e sedici ed è l’unica cantata da Hook. I Remember Nothing, sei minuti di vetri e sintetizzatore, chiude lasciando la stanza vuota.
La copertina: una pulsar, e nessun nome sul fronte
Sul fronte non c’è né il nome della band né il titolo. C’è solo un grafico bianco su nero che oggi riconoscono tutti e che quasi nessuno sa leggere.
È la rappresentazione degli impulsi radio della pulsar CP 1919, presa dalla Cambridge Encyclopaedia of Astronomy. L’immagine originale la realizzò nel 1970 il radioastronomo Harold Craft all’osservatorio di Arecibo, per la sua tesi di dottorato; la pulsar era stata scoperta nel 1967 da Jocelyn Bell Burnell e Antony Hewish. Non è un’analisi di Fourier, come si legge spesso in giro: sono impulsi successivi impilati uno sopra l’altro, ognuno una riga.
A sceglierla fu Sumner o Morris, a seconda di chi racconta. Peter Saville la rovesciò in bianco su nero, contro il parere della band, perché così gli sembrava più forte: un segnale che arriva dallo spazio. La prima edizione era stampata su cartoncino ruvido, e dentro c’era una fotografia in bianco e nero di una porta e una mano, che Saville ha poi identificato come Hand Through a Doorway di Ralph Gibson.
Il metodo è lo stesso del suono: la band chiede una cosa, qualcun altro ne fa un’altra, e quella che resta per cinquant’anni è la seconda. Saville lo rifarà l’anno dopo con la statuaria funeraria che Bernard Pierre Wolff aveva fotografato nel 1978 al cimitero monumentale di Staglieno, a Genova: la tomba Appiani finirà sulla copertina di Closer, quella della famiglia Ribaudo su una delle copertine del singolo Love Will Tear Us Apart. Per mezzo mondo, da allora, l’immagine dei Joy Division è un angelo di marmo italiano.
Ian Curtis, tre mesi prima
C’è una data che cambia il modo di ascoltare questo disco. Le crisi epilettiche di Ian Curtis cominciano alla fine del 1978; la diagnosi arriva il 23 gennaio 1979. Le sedute agli Strawberry Studios cominciano il 1º aprile. Fra le due cose passano poco più di due mesi.
C’è anche un dettaglio biografico che a saperlo non si dimentica più. Curtis era un impiegato pubblico, e il suo ultimo incarico fu all’ufficio di collocamento di Macclesfield come Assistant Disablement Resettlement Officer: il suo lavoro era trovare un impiego alle persone con disabilità. Lo faceva mentre la propria diagnosi era appena arrivata.
La condizione peggiorò nel corso del 1979 e del 1980, man mano che concerti e tour si infittivano: crollò sul palco più di una volta e dovette essere portato via di peso. Nell’aprile 1980, al Rainbow, uno stroboscopio gli provocò una crisi durante l’esibizione, e da quel momento le luci lampeggianti furono vietate ai loro concerti.
Ian Curtis è morto il 18 maggio 1980, a 23 anni. Il giorno dopo avrebbe dovuto incontrare gli altri all’aeroporto di Manchester: la band stava per partire per il suo primo tour nordamericano. Unknown Pleasures resta l’unico album uscito mentre lui era in vita.
Vale la pena dire una cosa, perché su questo disco si è scritta parecchia retorica: ascoltarlo come un presagio è un errore di prospettiva. Nell’aprile del 1979 nessuno in quella stanza sapeva come sarebbe finita. Quello che si sente è un gruppo di ventenni che trova un suono, non un epilogo annunciato.
Come è andata: diecimila copie e nessuna classifica
La prima tiratura è di diecimila copie. Ne vendono circa cinquemila nelle prime due settimane, poi le vendite si siedono e ripartono solo con il singolo Transmission, che nell’album non c’è. Alla fine del tour di novembre 1979 come gruppo di supporto dei Buzzcocks siamo a quasi quindicimila copie. Il disco frutta circa cinquantamila sterline di utile, divise fra Factory e band; Wilson le reinvestì quasi tutte in altri progetti dell’etichetta.
In classifica, all’uscita, non entra affatto. Arriva secondo nella prima classifica indipendente britannica, quella di gennaio 1980, dove poi resterà per 136 settimane. Nella classifica generale entra solo dopo la ristampa del 1980, al numero 71. Il suo piazzamento migliore in assoluto è di quarant’anni dopo: numero 5 nel 2019, con la ristampa dell’anniversario. Oggi è disco di platino nel Regno Unito.
La critica dell’epoca fu quasi tutta favorevole: Jon Savage lo mise tra i migliori esordi inglesi dell’anno, NME lo definì straordinario. Non tutti però: su Melody Maker, Mary Harron lo trovò in buona parte monotono. È un giudizio che oggi fa sorridere, ma conviene ricordarlo: nel 1979 quel suono non aveva ancora un nome.
Come si riconosce una prima stampa
Qui la faccenda si fa interessante per chi colleziona, perché di Unknown Pleasures esistono moltissime stampe e la copertina ruvida da sola non prova niente: ce l’hanno anche edizioni successive. Quello che decide è la matrice incisa nel solco finale.
| Edizione | Matrice lato Outside | Matrice lato Inside |
|---|---|---|
| Prima | FACT-10-Outside!-B, S-21, A Porky Prime Cut, This Is The Way | FACT 10-Inside!-A, S-23, A Porky Prime Cut, Step |
| Seconda | FACT-10-Outside!-2, RC, Step | FACT 10-Inside-2, RC, This Is The Way |
| Terza | FACT 10 B2, Townhouse, GG | FACT 10 A2, Townhouse, GG |
Gli altri riscontri, da mettere insieme e non da prendere singolarmente:
- La copertina della prima edizione è di Garrod & Lofthouse e porta il marchio del tipografo. Le edizioni successive hanno copertine ruvide ma senza quel marchio.
- La busta interna della prima edizione è in cartoncino con gli angoli arrotondati.
- Alcune copie iniziali, controluce, hanno il vinile con una sfumatura rossastra. È un indizio di contorno, non una prova.
Una nota per chi ha letto la nostra guida al post punk: quel «A Porky Prime Cut» inciso nel solco è la firma di George Peckham, lo stesso tecnico che ha lasciato «PORKY» e «PECKO» sulla prima stampa italiana di Thick as a Brick. Sono le persone che si riconoscono dal solco, non dalla copertina.
Copertina e disco si separano facilmente nel tempo, quindi una copia va descritta pezzo per pezzo: chi vende una prima stampa seria non ha problemi a mandarti le foto delle due matrici, del marchio del tipografo e degli angoli della busta interna. Il resto del metodo sta nella guida ai vinili da collezione.
Se invece lo vuoi solo per ascoltarlo, le ristampe recenti sono ottime: il rimasterizzato del 2007 e il 180 grammi rosso rubino dell’anniversario, 7 maggio 2019, con copertina bianca alternativa.
Il voto
Quarant’anni di imitazioni non gli hanno tolto niente, ed è la prova più dura che un disco possa superare. Unknown Pleasures ha inventato un modo di registrare una band rock che da allora è diventato una scuola: tenere il basso davanti, lasciare aria attorno alla batteria, far valere i silenzi quanto le note. Il paradosso resta che la band quel suono non lo voleva.
Il voto è 9,5 su 10. Mezzo punto in meno per la stessa ragione di sempre, che nessun disco dovrebbe prendersi il pieno, e non certo perché qui manchi qualcosa. Se ne possiedi una copia qualsiasi, mettila sul piatto a volume basso: è un disco che funziona meglio quando lo lasci entrare, invece di andartelo a prendere.
Domande frequenti su Unknown Pleasures
Di che anno è Unknown Pleasures dei Joy Division?
È uscito nel giugno 1979 per Factory Records, catalogo FACT 10. Era stato registrato e mixato nei tre fine settimana compresi fra il 1º e il 17 aprile dello stesso anno, agli Strawberry Studios di Stockport, con Martin Hannett alla produzione.
Cosa rappresenta la copertina di Unknown Pleasures?
Gli impulsi radio della pulsar CP 1919, uno sopra l’altro. L’immagine viene dalla Cambridge Encyclopaedia of Astronomy e fu realizzata nel 1970 dal radioastronomo Harold Craft a Arecibo. Peter Saville la rovesciò in bianco su nero: nell’originale era nera su bianco.
Quanti album hanno pubblicato i Joy Division?
Due album in studio: Unknown Pleasures nel 1979 e Closer nel 1980, uscito dopo la morte di Ian Curtis. Unknown Pleasures è l’unico pubblicato mentre lui era in vita. Gli altri tre componenti proseguirono con il nome New Order.
Da quale canzone conviene iniziare?
Da Disorder, che apre il disco e mette subito in chiaro il rapporto fra basso, batteria e spazio vuoto. Se quella funziona, il passo successivo è She’s Lost Control; se vuoi capire dove arriva il gruppo quando rallenta, New Dawn Fades.
Fonti
- Wikipedia, Unknown Pleasures, per sedute, tecniche di produzione, scaletta, copertina, vendite e classifiche.
- Wikipedia, Ian Curtis, per le date e l’incarico all’ufficio di collocamento di Macclesfield.
- Factory Records catalogue, per le matrici e le varianti di stampa di FACT 10.
- Heathen Records, per il metodo di riconoscimento della prima stampa.
- Post-Punk.com, per le tombe Appiani e Ribaudo a Staglieno, fotografate da Bernard Pierre Wolff nel 1978.

Lascia un commento