Guide —
Ogni canzone ha il suo significato, e spesso ne ha più d’uno. Qui raccolgo quelle che mi chiedete di più: per ciascuna trovate cosa ha detto l’autore, quando è uscita e dove le fonti si fermano, perché non tutte le letture sono dichiarazioni dirette. Non riporto i testi, per quelli serve il disco.
Scrivete il titolo o l’artista nel campo qui sotto, oppure aprite una voce alla volta. Se manca la vostra, lasciatela nei commenti. Per il metodo con cui leggo una canzone, ho scritto una guida a parte: cosa significa una canzone e come capirla davvero.
A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z
A
A Day in the Life, The Beatles (1967)
Chiude Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967), produzione di George Martin. John Lennon scrisse le sezioni iniziale e finale, Paul McCartney la parte centrale, che richiama la sua adolescenza. Le prime due strofe di Lennon nascono dalla morte di Tara Browne, ventunenne erede dei Guinness morto in un incidente stradale il 18 dicembre 1966, e da un articolo del Daily Mail del 17 gennaio 1967; l’ultima strofa parte da una breve sulle buche di Blackburn. La registrazione iniziò il 19 gennaio 1967; il crescendo orchestrale fu inciso il 10 febbraio con 40 musicisti, e l’accordo finale di mi maggiore dura oltre quaranta secondi. Il 20 maggio 1967 la BBC la vietò perché “poteva incoraggiare un atteggiamento permissivo verso le droghe”; il divieto cadde nel 1972. Lennon disse che parlava di “un incidente e della sua vittima”.
A muso duro, Pierangelo Bertoli (1979)
Brano di Pierangelo Bertoli che nel 1979 dà il titolo sia a un singolo sia a un album. Bertoli, nato a Sassuolo nel 1942 e morto a Modena nel 2002, fu colpito dalla poliomielite a dieci mesi e si muoveva in carrozzina fin da bambino. Nelle fonti che ho consultato non c’è una dichiarazione dell’autore sul significato della canzone. Libreriamo la legge come un inno al riscatto personale contro le ingiustizie quotidiane: un invito a resistere all’ipocrisia e a chi ottiene successo con le scorciatoie invece che con il merito, con una polemica verso un mondo discografico interessato soprattutto alle vendite. È un’interpretazione dell’articolista, ricavata dal testo. Nel 2012 il brano è stato reinciso da vari artisti per un’iniziativa di beneficenza.
A Whiter Shade of Pale, Procol Harum (1967)
Il singolo d’esordio dei Procol Harum uscì il 12 maggio 1967 su Deram e restò sei settimane al primo posto in Gran Bretagna. La musica è di Gary Brooker e Matthew Fisher, il testo di Keith Reid. La linea d’organo ricorda l’Aria dalla Suite orchestrale n. 3 di Bach, e Brooker ha detto che gli accordi ne richiamano una battuta o due prima di prendere un’altra strada. Quanto al significato, alcuni critici ci leggono una seduzione alcolica, mentre Reid, in un’intervista a Uncut del 2008, ha detto di aver cercato un clima e delle immagini, senza raccontare una storia lineare. Qui la zona aperta è stata voluta dall’autore.
Ace of Spades, Motörhead (1980)
Uscì come singolo il 17 ottobre 1980 per la Bronze ed è la title track dell’album. La firmano Lemmy, Eddie Clarke e Phil Taylor; fu registrata tra agosto e settembre ai Jackson’s Studios di Rickmansworth, con Vic Maile alla produzione. Quanto al testo, Lemmy ha detto di aver usato metafore del gioco d’azzardo, soprattutto carte e dadi. Nelle classifiche britanniche si fermò al quindicesimo posto; dopo la morte di Lemmy, nel dicembre 2015, è salita al tredicesimo e ha guidato le classifiche rock e metal del Regno Unito. Ha il disco di platino nel Regno Unito.
Africa, Toto (1982)
Il testo è di David Paich, che con Jeff Porcaro ne ha scritto anche la musica; è l’ultima traccia di Toto IV (1982), prodotto dalla band. Uscita nel Regno Unito il 25 giugno 1982 e negli Stati Uniti il 7 ottobre, ha raggiunto il primo posto della Billboard Hot 100 nel febbraio 1983 e il terzo nel Regno Unito. Paich ha detto nel 2015 che la canzone parla dell’amore di un uomo per un continente, non di una storia personale, e che nacque da un documentario notturno sulle sofferenze africane che lo aveva commosso e sconvolto. Nel 2018 ha aggiunto che alcuni versi riguardano una persona che arriva in volo da un missionario solitario, un’immagine legata ai suoi insegnanti di scuola cattolica, alcuni dei quali erano stati missionari in Africa; i paesaggi vengono da un articolo del National Geographic, perché non era mai stato in Africa. Dagli anni Dieci è tornata popolare grazie ai social, con la cover dei Weezer del 2018 (51º posto nella Hot 100) e un disco di diamante Riaa.
Albachiara, Vasco Rossi (1979)
Uscì il 25 maggio 1979 come singolo dal secondo album di Vasco Rossi, Non siamo mica gli americani!. Il testo è accreditato a Vasco e al produttore Alan Taylor, ma Vasco ha detto di averlo scritto da solo e di aver ceduto metà dei diritti a Taylor in cambio di una chitarra. Per la musica partì da un brano inedito dell’amico Massimo Riva, intitolato «Seveso». Sull’ispirazione Vasco ha raccontato di Giovanna, una ragazza di 13 anni vista a una fermata dell’autobus a Zocca alla fine degli anni Settanta: quando lei compiì 18 anni le disse che la canzone era per lei, e scrisse poi «Una canzone per te» sulla sua reazione. È doppio disco di platino in Italia (FIMI) e nel 2012 ha raggiunto il 26° posto della classifica FIMI dei singoli. Vasco chiude i concerti con questo brano dagli anni Ottanta; nel 2020 Zocca ha installato un’insegna luminosa permanente con le parole.
Alice, Francesco De Gregori (1973)
È il primo singolo di Francesco De Gregori, uscito nel 1973 per RCA Italiana e contenuto nell’album Alice non lo sa, prodotto da Edoardo De Angelis. Fu presentato a Un disco per l’estate e arrivò ultimo; salì poi gradualmente in hit parade fino al n. 21 della classifica Musica e dischi del 1973 e oggi è disco d’oro FIMI. Tra i riferimenti che i commentatori ritrovano nel testo ci sono Ulisse di Joyce, la poesia di Tristan Tzara, Andy Warhol, Blow-Up di Antonioni e 8½ di Fellini; Alice richiama Lewis Carroll e Cesare Pavese. De Gregori ha respinto l’etichetta di canzone «ermetica», paragonandola a una poesia dadaista o a un quadro cubista, e ha detto che lo sposo del testo è modellato su di lui. Secondo Wikipedia la RAI fece pressione perché cambiasse un verso, altrimenti non l’avrebbe trasmessa. Fra le riprese: Mia Martini, Fiorella Mannoia, Enrico Ruggeri e, nel 2014, un duetto dello stesso De Gregori con Ligabue.
Alive, Pearl Jam (1991)
La musica è di Stone Gossard, nata come strumentale intitolato Dollar Short; il testo è di Eddie Vedder. È il singolo d’esordio dei Pearl Jam e fu pubblicato il 7 luglio 1991, 51 giorni prima di Ten, l’album che la contiene. Vedder l’ha descritta come in parte autobiografica e in parte di finzione, e del protagonista ha detto che sta ancora crescendo. Nel 2006, a VH1 Storytellers, ha raccontato che il pubblico ne aveva cambiato il significato per lui, «liberandolo dalla maledizione». Negli Stati Uniti il singolo circolò solo come importazione e non entrò nella Hot 100; arrivò al 16° posto nel Regno Unito e al 9° in Australia. È stato il primo brano del gruppo certificato dalla BPI.
Almeno tu nell’universo, Mia Martini (1989)
Il testo è di Bruno Lauzi, la musica di Maurizio Fabrizio. Fu scritta nel 1972 ma depositata solo nel 1979, e rimase a lungo inedita perché Lauzi voleva che a cantarla per prima fosse Mia Martini. La cantante la presentò al Festival di Sanremo 1989, dove arrivò nona e vinse il Premio della Critica. Il brano segnò il ritorno di Martini dopo un lungo periodo in cui l’ambiente dello spettacolo l’aveva emarginata, chiudendo la fase più buia della sua carriera. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione degli autori sul significato. Ha ottenuto il disco d’oro nell’ottobre 2017 e il disco di platino nel marzo 2021. Tra le riprese, quelle di Mina (1995), Fiordaliso (1997) ed Elisa, che nel 2003 la incise per il film Ricordati di me e la riportò in classifica.
Angie, The Rolling Stones (1973)
Firmata Jagger–Richards, è una ballata costruita sulla chitarra acustica, registrata a novembre e dicembre 1972 ai Dynamic Sounds Studio di Kingston, in Giamaica, e inclusa in Goats Head Soup (1973). Uscì come primo singolo il 20 agosto 1973: entrò al 75º posto della Billboard Hot 100 e raggiunse il 1° posto nella settimana del 20 ottobre 1973; in Regno Unito arrivò al 5°. Il pianoforte, scritto da Richards, è suonato da Nicky Hopkins. Chi sia Angie è stato a lungo oggetto di ipotesi: la moglie di Bowie, la figlia appena nata di Richards, l’attrice Angie Dickinson. Richards ha detto nel 1993 che il titolo veniva dal nome della figlia Angela, mentre nelle memorie del 2010 ha scritto di aver scelto il nome a caso e che il brano «non parlava di nessuna persona in particolare». Secondo l’NME, il contributo di Jagger al testo rifletteva la fine della relazione con Marianne Faithfull.
Anna e Marco, Lucio Dalla (1978)
È di Lucio Dalla, del 1978, ed è contenuta nell’album Lucio Dalla; l’arrangiamento fu completato in seguito da Gian Piero Reverberi. Il brano doveva intitolarsi «Sera»: secondo il produttore Alessandro Colombini, il testo fu cambiato in una notte, in studio, poco prima dell’incisione, ed è così che nacque il titolo attuale. Enrico Ruggeri ha invece detto, nel novembre 2019, che le parole furono scritte al Castello di Carimate su una musica già incisa, con molta fatica da parte di Dalla: le due ricostruzioni non coincidono. Il testo racconta due giovani che si incontrano in discoteca, pessimisti sul futuro, con un finale che lascia aperta una possibilità positiva. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Dalla sul significato. Tra le riprese ci sono quelle di Annalisa (2021), di Brunori Sas con Levante e di Mika con Emma Marrone. La scheda indica oltre 200.000 copie vendute.
Another Brick in the Wall, Pink Floyd (1979)
Testo e musica sono di Roger Waters. Il brano, diviso in tre parti, sta in The Wall, undicesimo album in studio dei Pink Floyd uscito il 30 novembre 1979; la Parte II fu pubblicata come singolo nello stesso anno. Arrivò al primo posto nel Regno Unito per cinque settimane e negli Stati Uniti per quattro, oltre che in Germania Ovest, Canada e Australia, e al secondo in Italia. Ottenne una candidatura al Grammy come migliore esecuzione rock di un duo o gruppo (vinse Bob Seger con Against the Wind) e Rolling Stone lo colloca al 375º posto tra i 500 migliori brani. Le fonti presentano la Parte II come un brano di protesta contro la rigida istruzione e i collegi, ma nelle fonti che ho consultato non c’è una dichiarazione diretta di Waters: è una lettura dei commentatori.
Aqualung, Jethro Tull (1971)
Scritta da Ian Anderson e Jennie Franks, è la title track dell’album Aqualung, uscito il 19 marzo 1971 e registrato tra dicembre 1970 e febbraio 1971 agli Island Studios di Londra. Il disco andò al 7º posto negli Stati Uniti, il primo top ten americano dei Jethro Tull. Il testo nasce da una fotografia di un senzatetto scattata a Londra dall’allora moglie di Anderson; lui ha raccontato di aver provato colpa e disagio, e una visione un po’ romantica dei senzatetto come spiriti liberi. Il pezzo dura 6:34 e non è mai stato pubblicato come singolo, perché secondo Anderson troppo lungo e articolato per la radio di allora. È il secondo brano più suonato dal vivo dalla band, dopo Locomotive Breath. Anderson ha anche precisato che Aqualung non è un concept album, nonostante molti lo credano.
Azzurro, Adriano Celentano (1968)
Uscì nel maggio 1968, scritta da Paolo Conte, Vito Pallavicini e Michele Virano; Conte e Pallavicini la pensarono per Adriano Celentano, la cui versione resta la più nota. Racconta un’estate solitaria in città. A una melodia semplice si affiancano elementi insoliti, come un passaggio da marcia militare a metà brano, che la fonte indica come tipico della scrittura di Conte. Fu prima in classifica in Italia e in Austria, sesta in Germania Ovest e 28ª nei Paesi Bassi tra il 1968 e il 1969. Conte la incise a sua volta nel 1985. Tra le riprese ci sono quelle di Mina, Gianni Morandi, Fiorello e della nazionale italiana di calcio; i Die Toten Hosen ne fecero una versione per i Mondiali del 1990. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione degli autori sul significato del testo.
B
Baba O’Riley, The Who (1971)
Scritta da Pete Townshend, apre Who’s Next (1971) ed è stata incisa nel maggio 1971 agli Olympic Studios di Londra; uscì come singolo europeo in ottobre. Nacque per Lifehouse, un’opera rock mai realizzata da cui furono recuperati otto brani per l’album. Il titolo unisce due ispirazioni di Townshend: il maestro spirituale indiano Meher Baba e il compositore minimalista Terry Riley. Per l’immagine della «teenage wasteland» Townshend ha citato i rifiuti lasciati dal pubblico al festival dell’Isola di Wight del 1969 e la desolazione vista tra i ragazzi a Woodstock. Rolling Stone l’ha collocata al 159° posto tra le 500 migliori canzoni ed è nella lista Time delle cento canzoni di tutti i tempi.
Back to Black, Amy Winehouse (2006)
È la title track dell’album del 2006 e uscì come terzo singolo nel Regno Unito il 26 aprile 2007 per la Island, negli Stati Uniti il 27 novembre dello stesso anno. La scrissero Amy Winehouse e Mark Ronson, che la produsse. L’ispirazione viene collocata nel rapporto con Blake Fielder-Civil, che l’aveva lasciata per una ex: è una ricostruzione, non una citazione dell’autrice. Sul senso del «nero», chi commenta ci legge depressione e alcol, mentre per un critico l’amante potrebbe essere stato legato alla cocaina; sono interpretazioni. Nel Regno Unito la versione fisica arrivò al 25° posto nel 2007; dopo la morte di Winehouse rientrò all’8° posto il 31 luglio 2011, il suo migliore. In Italia raggiunse il terzo posto nel 2011, e negli Stati Uniti il disco di platino RIAA nel gennaio 2015. Il video fu candidato ai MOBO Awards 2007, ma perse contro Kanye West.
Bad Moon Rising, Creedence Clearwater Revival (1969)
Bad Moon Rising fu scritta da John Fogerty e incisa dai Creedence Clearwater Revival nel marzo 1969. Uscì il 16 aprile 1969 come primo singolo dell’album Green River, pubblicato quattro mesi dopo. Secondo la ricostruzione riportata, Fogerty la scrisse dopo aver visto il film The Devil and Daniel Webster (1941), in cui un uragano distrugge i raccolti risparmiando quelli di Jabez Stone. L’autore ha detto che il pezzo parla dell’apocalisse che stava per abbattersi su di noi, notando il contrasto con la melodia allegra: all’epoca, ha aggiunto, la cosa non lo disturbava. Il singolo raggiunse il n. 2 della Billboard Hot 100 (28 giugno 1969) e il n. 1 in Regno Unito per tre settimane a settembre dello stesso anno. Nelle fonti che ho consultato non c’è altra spiegazione dell’autore oltre a queste.
Beat It, Michael Jackson (1983)
Scritta e composta da Michael Jackson e prodotta da Quincy Jones, è su Thriller (1982; ne parliamo nella recensione dell’album) e uscì come terzo singolo il 21 febbraio 1983, con «Get on the Floor» sul lato B. Raggiunse il primo posto della Billboard Hot 100 il 30 aprile 1983, restandoci tre settimane, ed è arrivata al 3° posto nel Regno Unito. Jones chiese a Eddie Van Halen di aggiungere un assolo: il chitarrista registrò due take senza farsi pagare. Sul senso del brano c’è una dichiarazione di Jackson, che disse di voler scrivere il tipo di canzone rock che avrebbe comprato lui stesso, in modo che piacesse sia ai ragazzi più giovani sia agli studenti universitari. Ai Grammy del 1984 vinse Record of the Year e miglior interpretazione vocale rock maschile. Il video, diretto da Bob Giraldi, fu girato a Skid Row, a Los Angeles, con circa ottanta membri reali di Crips e Bloods, e ha superato il miliardo di visualizzazioni su YouTube nel 2023.
Billie Jean, Michael Jackson (1983)
Uscì come singolo il 2 gennaio 1983 per la Epic, il secondo estratto da Thriller dopo «The Girl Is Mine». La scrisse Michael Jackson e la produsse con Quincy Jones. Jackson ha detto che «non è mai esistita una vera Billie Jean»: il personaggio sarebbe un composto di donne che sostenevano che un figlio fosse di uno dei suoi fratelli, e di groupie che bazzicavano dietro le quinte. Il biografo J. Randy Taraborrelli ha riportato un’altra origine, le lettere ricevute nel 1981 da una donna che affermava di aver avuto da lui dei gemelli: è una ricostruzione del biografo, non una dichiarazione di Jackson. Molti la ritengono autobiografica, ma resta una convinzione diffusa e non un fatto confermato. Il 5 marzo 1983 arrivò al primo posto della Billboard Hot 100, dove restò sette settimane, ed è stata prima anche nel Regno Unito. Ai Grammy del 1984 vinse come miglior canzone R&B e per la miglior performance vocale R&B maschile. Per l’album, ho scritto la recensione di Thriller.
Bitter Sweet Symphony, The Verve (1997)
Scritta da Richard Ashcroft, è il singolo che apre Urban Hymns, uscito il 16 giugno 1997 e prodotto da Youth e dai Verve agli Olympic Studios di Londra. Il brano poggia su un loop tratto dalla versione orchestrale di «The Last Time» dei Rolling Stones incisa dalla Andrew Oldham Orchestra nel 1965-66. Allen Klein, di ABKCO, non concesse l’autorizzazione sostenendo che il campione fosse usato oltre quanto pattuito: i Verve rinunciarono a tutti i diritti e i crediti passarono a Jagger e Richards. Nel 2019 royalties e crediti sono stati restituiti ad Ashcroft. Arrivò al 2º posto nel Regno Unito e al 12º negli Stati Uniti, fu singolo dell’anno per Rolling Stone e NME e ottenne una candidatura al Grammy. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato del testo.
Black, Pearl Jam (1991)
Il testo è di Eddie Vedder, la musica di Stone Gossard, che nel 1990 l’aveva abbozzata come demo strumentale intitolato E Ballad. È la quinta traccia di Ten (1991), prodotto da Rick Parashar e dal gruppo. Vedder ha detto che parla delle prime relazioni e del lasciarsi andare, e di quanto sia raro che un rapporto sopravviva ai cambiamenti delle persone. Fu distribuita come singolo promozionale il 27 agosto 1991, ma dopo il successo di Ten la Epic spinse per un’uscita vera e propria e il gruppo rifiutò: il brano era troppo personale, e secondo Vedder le canzoni fragili vengono schiacciate dall’industria. Raggiunse comunque il 3° posto nella classifica Mainstream Rock statunitense.
Black Hole Sun, Soundgarden (1994)
Uscì il 23 maggio 1994 per la A&M come terzo singolo di Superunknown. La scrisse Chris Cornell, che disse a Uncut di averla composta in circa quindici minuti, in testa, tornando a casa dal Bear Creek Studio, a partire da una frase di un conduttore televisivo che aveva capito male. Quanto al significato, Cornell la definì un «paesaggio onirico surreale» e un gioco sul titolo (RIP, 1994), e in un’intervista successiva disse che non c’era nessuna idea precisa da comunicare; a Melody Maker aggiunse che è una canzone triste, cosa che secondo lui nessuno notava. Disse anche di averla scritta pensando che alla band non sarebbe piaciuta. Il video di Howard Greenhalgh, che secondo il gruppo fu un’idea tutta del regista, vinse agli MTV Video Music Awards 1994 il premio per il miglior video metal/hard rock; ai Grammy del 1995 il brano vinse come miglior performance hard rock. Negli Stati Uniti restò sette settimane al primo posto della classifica Album Rock, nel Regno Unito arrivò al 12° posto e ha il disco di platino. Per il disco, ho scritto la recensione di Superunknown.
Blackbird, The Beatles (1968)
Brano solista di Paul McCartney, accreditato a Lennon–McCartney, fu registrato l’11 giugno 1968 nello Studio 2 di Abbey Road con George Martin e Geoff Emerick, e compare nel White Album, uscito il 22 novembre 1968. McCartney ha raccontato che l’ispirazione gli venne dal canto di un merlo sentito a Rishikesh, durante il soggiorno dei Beatles in India, e che lo scrisse in Scozia pensando al caso dei Little Rock Nine e al movimento per i diritti civili. Nel 2002 ha detto che il merlo simboleggia la lotta degli afroamericani negli Stati del Sud; nel 2018 ha precisato che «blackbird» va letto come «ragazza nera» nel contesto dei conflitti degli anni Sessanta. Tra le molte cover ci sono quelle di Crosby, Stills & Nash, Sarah McLachlan e, nel 2024, «Blackbiird» di Beyoncé in Cowboy Carter.
Blitzkrieg Bop, Ramones (1976)
Firmata dall’intero gruppo, fu scritta soprattutto dal batterista Tommy Ramone, con Dee Dee Ramone accreditato per il testo e autore del titolo; il nome di lavoro era “Animal Hop”. Registrata a gennaio 1976 con Craig Leon, uscì come singolo a febbraio e aprrì il disco d’esordio, uscito il 23 aprile 1976. Il significato del testo è volutamente vago: Tommy Ramone lo descrisse come la storia di un pubblico giovane a un concerto rock. Il grido d’apertura fu ispirato da “Saturday Night” dei Bay City Rollers (1973) e, per le parole, dalla cover dei Rolling Stones di “Walking the Dog”, in cui il gruppo sentiva un “hey ho” nella pronuncia di Jagger. Tommy raccontò di averlo trovato tornando a casa con la spesa. È certificata doppio platino negli Stati Uniti; Rolling Stone l’ha collocata al 92° posto nella lista del 2004.
Blowin’ in the Wind, Bob Dylan (1963)
Scritta da Bob Dylan nel 1962 e registrata il 9 luglio 1962 a New York con John H. Hammond come produttore, è nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan (maggio 1963) ed è uscita su singolo il 13 agosto 1963. È spesso indicata come canzone di protesta: pone una serie di domande retoriche su pace, guerra e libertà. Nel giugno 1962, su Sing Out!, Dylan disse che la risposta «è nel vento», non nei libri, nei film o nelle discussioni; nel 1978 aggiunse che il brano prendeva il suo clima dallo spiritual No More Auction Block. L’originale non entrò in classifica, mentre la cover di Peter, Paul and Mary (1963) arrivò al 2º posto della Billboard Hot 100 e vinse due Grammy; la versione di Stevie Wonder (1966) entrò nella top ten. L’originale è nella Grammy Hall of Fame dal 1994 e Rolling Stone lo ha messo al 14º posto nella lista del 2004.
Blue Monday, New Order (1983)
Firmata dai New Order (Gillian Gilbert, Peter Hook, Stephen Morris e Bernard Sumner), uscì il 7 marzo 1983 come singolo da 12 pollici per Factory Records, con «The Beach» sul lato B. È un pezzo soprattutto di costruzione: il basso fu suonato su un Moog Source e sequenziato con un apparecchio costruito da Sumner, la batteria viene da un Oberheim DMX, i cori da un campionamento di «Uranium» dei Kraftwerk. Una pausa aggiunta per errore da Gilbert nella sequenza fa slittare leggermente il tempo e la band la tenne. Hook ha detto che il brano era «rubato» da «Our Love» di Donna Summer; Morris lo ha descritto come il momento in cui il gruppo si mise a fare «Euro disco». Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione del testo da parte della band. Nel Regno Unito raggiunse il 9° posto e AllMusic lo indica come il 12 pollici più venduto di sempre. La copertina di Peter Saville, fustellata come un floppy disk, costava più di quanto rendesse a Factory.
Bocca di rosa, Fabrizio De André (1967)
Scritta nel 1967 da Fabrizio De André con Gian Piero Reverberi, uscì prima come lato B del singolo “Via del Campo” / “Bocca di rosa” e poi nell’album Vol. 1º. La fonte del personaggio non è accertata: si citano “Brave Margot” di Georges Brassens, il film La donnaccia (1965), le frequentazioni di De André nei quartieri di Genova e la tradizione letteraria della femme fatale, accostata alla “Lupa” di Verga. Esistono due versioni del 1967: il paese immaginario passa da Sant’Ilario a “San Vicario” e furono modificati alcuni versi sui carabinieri, mentre dal vivo De André cantava sempre la versione modificata. L’unica dichiarazione diretta che ho trovato è del 1988: a Vincenzo Mollica, che gli chiedeva quale canzone gli assomigliasse di più, rispose “Sicuramente Bocca di rosa”. Sul significato nelle fonti consultate non c’è altro; leggere l’espressione come sinonimo di prostituta è considerato un fraintendimento.
Bohemian Rhapsody, Queen (1975)
Scritta da Freddie Mercury, uscì il 31 ottobre 1975 come singolo apripista di A Night at the Opera, prodotta da Roy Thomas Baker e dalla band. Fu incisa tra agosto e settembre 1975 in cinque studi e dura 5 minuti e 55. Rimase prima nel Regno Unito per nove settimane, diventando il numero uno di Natale, e tornò in vetta per altre cinque nel 1991, dopo la morte di Mercury; negli Stati Uniti arrivò al 9° posto nel 1976 e al 2° dopo l’uso in Wayne’s World (1992). Sul significato Mercury non si è mai spiegato: in un’intervista del 1976 disse che ognuno doveva ascoltarla e farsi la propria idea, aggiungendo soltanto che parlava di relazioni. Secondo Kenny Everett l’avrebbe definita «rime casuali senza senso», mentre Brian May ha detto che Mercury ci mise «molto di sé». È nella Grammy Hall of Fame dal 2004.
Born in the U.S.A., Bruce Springsteen (1984)
Apre l’album omonimo ed è uscita come singolo a ottobre 1984 per la Columbia. Springsteen la scrisse nel 1981 come possibile brano per un film di Paul Schrader, la mise da parte dopo un demo da solo del 1982 e la incise con la E Street Band nell’aprile dello stesso anno. Il ritornello suona da inno, ma le strofe raccontano un reduce del Vietnam che torna in un paese che non lo accoglie; questa lettura è degli studiosi, mentre Springsteen ha descritto l’uomo della classe operaia come in «una crisi spirituale», smarrito e isolato da società, lavoro e famiglia. Il 19 settembre 1984 Ronald Reagan lo citò in un comizio a Hammonton, nel New Jersey; la gestione di Springsteen rifiutò poi di discutere un sostegno, e il 21 settembre, a Pittsburgh, lui presentò «Johnny 99» scherzando sul fatto che il presidente probabilmente non ascoltava Nebraska. Negli Stati Uniti arrivò al 9° posto della Hot 100, nel Regno Unito al 5° insieme a «I’m on Fire», e ha il triplo platino RIAA.
Born to Be Wild, Steppenwolf (1968)
L’autore è Mars Bonfire, che la propose a diversi gruppi prima che la incidessero gli Steppenwolf: la loro versione, accelerata e riarrangiata rispetto alla ballata originale, è il terzo singolo dell’album d’esordio, uscito nel 1968 per la Dunhill con la produzione di Gabriel Mekler. Il testo non nomina le motociclette, ma il brano è rimasto legato al mondo dei motociclisti dopo l’uso in Easy Rider (1969) ed è letto come un inno all’individualismo. Nella seconda strofa compare «heavy metal thunder»: l’espressione indica una moto, non un genere, ed è considerata la prima volta che il termine entra nel testo di una canzone. Arrivò al 2° posto nella Hot 100, dietro People Got to Be Free dei Rascals, e Rolling Stone l’ha collocata al 129° posto nella sua lista del 2004.
Born to Run, Bruce Springsteen (1975)
Brano omonimo del terzo album di Bruce Springsteen, uscì come singolo il 25 agosto 1975 con Meeting Across the River sul lato B. Le sessioni, prodotte da Springsteen e Mike Appel, si svolsero da gennaio ad agosto 1974 ai 914 Sound Studios di Blauvelt, New York, con fino a undici tracce di chitarra. Secondo quanto Springsteen ha scritto in Songs (1996), il titolo gli venne sulla strada in Tennessee alla fine del 1973; il riff nacque alla chitarra e il pezzo fu finito al pianoforte. Il nucleo più semplice, ha detto, è la fuga da Freehold, New Jersey. Raggiunse il 23° posto della Hot 100. Rolling Stone lo colloca al 27° posto tra le 500 migliori canzoni, il suo piazzamento più alto per Springsteen. Nel 1980 l’assemblea del New Jersey approvò una risoluzione che lo indicava come tema rock non ufficiale dei giovani dello stato; il Senato non la votò.
C
Cambiare, Alex Baroni (1997)
Baroni la portò al Festival di Sanremo 1997, nella categoria Nuove proposte. Non vinse, ma ottenne i premi per la migliore voce e per la migliore interpretazione. Il testo è letto come il desiderio di lasciarsi alle spalle un amore finito e difficile da cancellare dai pensieri, mentre il ritornello guarda alla libertà e a una fiducia ritrovata nel futuro. È la canzone più legata al suo nome: Baroni morì in un incidente stradale il 13 aprile 2002, a 36 anni, e nel 2012 Noemi l’ha cantata in un disco tributo.
Canzone per un’amica, Francesco Guccini (1967)
Il testo è di Francesco Guccini; la musica è accreditata al chitarrista Deponti, che aveva fornito gli accordi. Fu pubblicata nel 1967 nell’album d’esordio Folk beat n. 1, aggiunta all’ultimo momento durante le registrazioni a Milano. Nacque con il titolo «In morte di S.F.» ed è un omaggio a Silvana Fontana, amica di Guccini morta in un incidente stradale sull’autostrada del Sole, vicino a Reggio Emilia, il 2 agosto 1966. Secondo la voce di Wikipedia, il titolo definitivo arrivò dopo le pressioni dell’ANAS, che voleva evitare cattiva pubblicità sulla sicurezza stradale. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul brano. Guccini la usa tradizionalmente per aprire i suoi concerti. I Nomadi, con Augusto Daolio, la incisero già nel 1968 con il titolo originale.
Caruso, Lucio Dalla (1986)
Incisa nel 1986 e tratta dal disco dal vivo DallAmeriCaruso, Lucio Dalla la scrisse durante un soggiorno a Sorrento. Dalla racconta che, dopo un guasto alla barca, fu ospitato in un albergo, nella stanza dove aveva alloggiato poco prima di morire il tenore Enrico Caruso; i proprietari gli parlarono degli ultimi giorni del cantante e della sua passione per una giovane allieva di canto. In un’intervista televisiva del 2008 Dalla aggiunse che un barista di nome Angelo gli disse che la zia era stata la cameriera di Caruso. Il ritornello deve molto a “Dicitencello vuje” (1930), nel testo e nella musica. Raggiunse il secondo posto in classifica ed è considerata dalla critica un capolavoro della musica contemporanea. Tra le interpretazioni: Pino Daniele (1987), Luciano Pavarotti (1989), Andrea Bocelli (1994) e Metallica, in una cover dal vivo a Bologna nel 2018.
Ciao amore, ciao, Luigi Tenco (1967)
Fu presentata al Festival di Sanremo la sera del 26 gennaio 1967 in due versioni separate, una di Luigi Tenco e una di Dalida. Nata come «Ciao amore», venne rinominata circa tre settimane prima del festival per ragioni legali. Secondo la scheda di Wikipedia Tenco ne scrisse almeno una decina di stesure; una variante, «Li vidi tornare», di carattere antimilitarista, fu giudicata troppo estrema dalla RCA e restò inedita fino al 1972. Il brano ottenne 38 preferenze su 900, dodicesimo posto su sedici, e fu eliminato. Tenco morì a Sanremo il 27 gennaio 1967, lasciando un biglietto di protesta contro pubblico e commissione. Il disco superò le 300.000 copie in un mese. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato: lo scritto di Tenco riguarda l’esito del festival. Dario Salvatori e Gianni Borgna ne danno una lettura come canzone d’amore e insieme critica della società moderna, con un ritornello insolitamente allegro su un fondo malinconico.
Come as You Are, Nirvana (1992)
Scritta da Kurt Cobain, è la terza traccia e il secondo singolo di Nevermind (1991), pubblicato nel marzo 1992. Arrivò al 9º posto nel Regno Unito e al 32º nella Billboard Hot 100, ed è certificato cinque volte platino negli Stati Uniti; Rolling Stone lo ha messo al 452º posto nella sua lista del 2010. Cobain temeva che il riff somigliasse a quello di «Eighties» dei Killing Joke, ma il management, guidato da Danny Goldberg, preferiva questo brano come scelta più commerciale e lui accettò. I Killing Joke parlarono di plagio; le fonti sono discordi sul fatto che sia stata davvero intentata una causa. Sul testo Cobain lo descrisse come contraddittorio e legato a ciò che gli altri si aspettano da una persona; molti commentatori lo leggono come un riferimento all’eroina, interpretazione che non è una dichiarazione dell’autore.
Come saprei, Giorgia (1995)
Con questo brano Giorgia vinse il Festival di Sanremo 1995. Lo firmano Giorgia, Eros Ramazzotti, Vladimiro Tosetto e Adelio Cogliati, con arrangiamento di Celso Valli, che diresse anche l’orchestra sul palco dell’Ariston. Compare nell’album Come Thelma & Louise ma non è mai uscito come singolo. A Sanremo ottenne il Premio della Critica, il Premio Autori e il Premio Radio e TV. È una ballata dalle modulazioni vocali ampie, con note lunghe e un’estensione di circa due ottave che ne fa un banco di prova tecnico per l’interprete. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autrice sul significato del testo. Il 4 febbraio 2019 la FIMI le ha assegnato il disco d’oro per oltre 25.000 copie.
Come Together, The Beatles (1969)
Scritta da John Lennon e accreditata a Lennon–McCartney, apre Abbey Road (26 settembre 1969). La base fu incisa il 21 luglio 1969 agli EMI Studios (oggi Abbey Road Studios) con la produzione di George Martin. Il punto di partenza fu Timothy Leary, che nel 1969 pensava di candidarsi a governatore della California e chiese a Lennon una canzone per la campagna, sullo slogan «Come Together – Join the Party!»; Lennon ne riprese la frase e scrisse un brano diverso. La melodia di partenza, però, era vicina a «You Can’t Catch Me» di Chuck Berry (1956): a fine 1969 l’editore Big Seven Music avviò una causa per plagio, chiusa con un accordo nel 1973. Lennon la definì «una delle mie canzoni preferite dei Beatles». Uscita negli Stati Uniti il 6 ottobre 1969 in doppio lato A con «Something», arrivò al n. 1 della Billboard Hot 100 dopo la modifica del sistema di conteggio, il 29 novembre 1969. Qui trovi la recensione di Abbey Road.
Comfortably Numb, Pink Floyd (1979)
Dall’album The Wall (1979), uscì come singolo il 23 giugno 1980. Il testo è di Roger Waters, che lo scrisse dopo aver ricevuto un’iniezione di tranquillanti per dei crampi allo stomaco prima di un concerto a Filadelfia nel 1977; la musica è di David Gilmour, che partì da un demo senza parole del 1978. Waters canta le strofe, Gilmour il ritornello. In studio i due discussero sull’arrangiamento, orchestrale per Waters e più asciutto per Gilmour, e la band mise insieme le due versioni; Gilmour ha descritto il brano come «le ultime braci» della sua capacità di lavorare con Waters. I due assoli di chitarra, con Big Muff e delay, sono tra i più amati: i lettori di Guitar World hanno messo quello di Gilmour al quarto posto di sempre. Nel 2005, al Live 8, la band si ritrovò con Waters e chiuse l’esibizione proprio con questo pezzo.
Coming Around Again, Carly Simon (1986)
Carly Simon scrisse e cantò il brano per la colonna sonora del film Heartburn (1986); il singolo uscì per Arista nell’agosto 1986 e fu poi incluso nell’album Coming Around Again (1987), con “Itsy Bitsy Spider” sul lato B in una versione più spoglia. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autrice sul significato del testo. Negli Stati Uniti arrivò al diciottesimo posto della Hot 100 e al quinto della classifica Adult Contemporary; nel Regno Unito, dove uscì a gennaio 1987, raggiunse il decimo, e il suo piazzamento migliore fu il terzo posto in Svezia. Segnò una ripresa della carriera di Simon. Il video del 1987 usa filmati di famiglia in cui Simon è bambina con i genitori. Nel 2025 Alanis Morissette ne ha inciso una versione in duetto.
Creep, Radiohead (1992)
“Creep” è il singolo d’esordio dei Radiohead, uscito il 21 settembre 1992 per la EMI e incluso in Pablo Honey (22 febbraio 1993). Il testo è di Thom Yorke, che ha raccontato di averlo scritto in un periodo difficile al college, quando voleva lasciare gli studi per entrare in una rock band; ha anche detto di non esserne soddisfatto, definendolo “piuttosto scadente”. Dopo una causa legata a The Air That I Breathe (1972), nei crediti sono comparsi Albert Hammond e Mike Hazlewood. La prima uscita arrivò solo al 78° posto nel Regno Unito; con la ristampa del settembre 1993 raggiunse il 7°, mentre negli Stati Uniti fu 34° nella Hot 100 e 2° nella classifica Alternative Airplay. Rolling Stone l’ha inserita tra le 500 migliori canzoni di sempre nelle edizioni 2021 e 2024.
D
Dancing in the Dark, Bruce Springsteen (1984)
Dancing in the Dark è il primo singolo di Born in the U.S.A. e il più venduto di Bruce Springsteen. Nacque quando il suo manager Jon Landau lo convinse che all’album serviva un singolo: secondo il biografo Dave Marsh, Springsteen rispose con irritazione di aver già scritto settanta canzoni e che, se ne voleva un’altra, se la scrivesse lui. La compose in una notte, in una camera d’albergo. Il testo riflette il suo stato d’animo: il senso di isolamento dopo il successo di The River e la frustrazione di dover cercare un pezzo da classifica. Fu registrata il 14 febbraio 1984 all’Hit Factory di New York e uscita il 9 maggio 1984. Restò quattro settimane al n. 2 della Billboard Hot 100, dietro “The Reflex” dei Duran Duran e “When Doves Cry” di Prince, e arrivò al n. 4 nel Regno Unito. Ottenne il Grammy per la miglior performance vocale rock (1985). Il video, diretto da Brian De Palma, vede Courteney Cox salire sul palco.
Dancing Queen, ABBA (1976)
Gli autori sono Benny Andersson, Björn Ulvaeus e Stig Anderson; Andersson e Ulvaeus l’hanno anche prodotta. È il singolo che ha lanciato Arrival, quarto album degli ABBA, ed è uscito in Svezia il 16 agosto 1976. Le sedute iniziarono il 4 agosto 1975 al Glen Studio, le voci di Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad furono incise a settembre e il pezzo fu completato circa tre mesi dopo. La prima esecuzione dal vivo in Svezia fu il 18 giugno 1976, alla serata di gala al Teatro dell’Opera reale in onore di re Carlo XVI Gustavo e della futura moglie Silvia Sommerlath, che si sposarono il giorno seguente. È stato il primo posto nel Regno Unito e l’unico numero uno degli ABBA nella Billboard Hot 100, oltre a guidare le classifiche di una dozzina di paesi, tra cui 14 settimane in Svezia. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione degli autori sul significato del testo.
Dio è morto, Nomadi (1967)
È una canzone di protesta scritta da Francesco Guccini nel 1965 e incisa nel 1967 in due versioni, una dei Nomadi e una di Caterina Caselli, con lievi varianti nel testo. Secondo Il Post il testo è ispirato a Urlo di Allen Ginsberg, di cui ricorda l’incipit, e parla dei cambiamenti della società di quegli anni e della sfiducia verso ciò che fino ad allora non era stato messo in discussione. Non attacca la religione, ma la RAI lo giudicò blasfemo, per il contenuto e per il titolo, e non lo trasmise; paradossalmente, scrive lo stesso articolo, lo mandava in onda Radio Vaticana. Nelle fonti che ho consultato non c’è una dichiarazione di Guccini sul significato del brano, quindi il legame con Ginsberg va letto come indicazione dei commentatori. L’8 febbraio 2019, nella quarta serata del Festival di Sanremo, Luciano Ligabue l’ha cantata come omaggio a Guccini.
Do You Really Want to Hurt Me, Culture Club (1982)
Fu il primo grande successo dei Culture Club: uscì a settembre 1982 da Kissing to Be Clever e rimase tre settimane al numero uno in Gran Bretagna. È una ballata con un passo reggae, scritta da Boy George, Mikey Craig, Roy Hay e Jon Moss. Nel 2007 Boy George ha detto che non parlava soltanto di Jon Moss, il batterista del gruppo e suo compagno di allora, ma anche degli altri uomini frequentati in quel periodo.
(Don’t Fear) The Reaper, Blue Öyster Cult (1976)
Scritta e cantata dal chitarrista Donald “Buck Dharma” Roeser, compare sull’album Agents of Fortune (1976). La versione ridotta per il singolo arrivò al 12° posto della Billboard Hot 100 a novembre 1976, il miglior risultato statunitense della band; quella integrale raggiunse il 16° posto nel Regno Unito nel 1978. Buck Dharma ha spiegato di averla scritta immaginando una propria morte precoce: parla dell’inevitabilità della morte e dell’inutilità di temerla, “una canzone d’amore in cui l’amore va oltre l’esistenza fisica” della coppia. Il riferimento a Romeo e Giulietta, scelti come esempio di due amanti che volevano restare insieme dopo la morte, ha portato molti ad ascoltarla come un patto suicida, lettura che l’autore dice di aver trovato sconcertante. Nell’aprile 2000 lo sketch “More Cowbell” del Saturday Night Live ne ha parodiato la registrazione.
Don’t Stop Believin’, Journey (1981)
Scritta da Jonathan Cain, Steve Perry e Neal Schon, è in Escape (1981) e uscì come singolo il 19 ottobre 1981. Cain ha raccontato che titolo e ritornello vengono da un consiglio del padre, quando lui, musicista in difficoltà, viveva sul Sunset Boulevard a Los Angeles; il brano fu costruito a ritroso partendo da quel verso, l’unico già pronto. Cain e Perry vedevano nelle immagini del treno la storia di due persone che lasciano la propria città con un treno di mezzanotte. La «South Detroit» del testo non esiste: a sud della città c’è Windsor, in Ontario, e Perry ha detto che la formula gli suonava semplicemente giusta. Nel 1981-82 arrivò al 9° posto della Hot 100. Dopo il finale de I Soprano (2007) le vendite digitali crebbero molto: oggi è certificata 18 volte platino negli Stati Uniti. Nel 2022 la Library of Congress l’ha inserita nel National Recording Registry.
Dreams, Fleetwood Mac (1977)
Scritta e cantata da Stevie Nicks, è tratta da Rumours ed è uscita come singolo negli Stati Uniti nel marzo 1977. Il 18 giugno 1977 arrivò in cima alla Billboard Hot 100 per una settimana: resta l’unico numero uno americano della band. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autrice sul significato del testo; in un’intervista a Blender Nicks racconta di averla scritta in circa dieci minuti al Fender Rhodes e di aver apprezzato il ritmo da ballo, insolito per lei. Il contesto è quello della fine della relazione di otto anni tra Nicks e Lindsey Buckingham durante la lavorazione dell’album, ma questa lettura è del quadro biografico, non una dichiarazione sul brano. Nell’ottobre 2020 il video TikTok dello skater Nathan Apodaca, oltre 50 milioni di visualizzazioni, la riportò nella Hot 100 fino al dodicesimo posto.
Due vite, Marco Mengoni (2023)
Mengoni la scrisse con Tropico (Davide Petrella) e Davide Simonetta e con questa canzone vinse il Festival di Sanremo 2023, la sua seconda vittoria dopo «L’essenziale» nel 2013. Uscì l’8 febbraio 2023 come unico singolo della riedizione di Materia (Pelle). Mengoni ha spiegato che il brano racconta una doppia vita: quella vissuta di notte nei sogni, che sembra più reale dei sogni stessi, e quella di tutti i giorni; ha aggiunto che riflette il suo lavoro sul rapporto tra ragione e inconscio e che si è ispirato a Lucio Dalla. All’Eurovision 2023 rappresentò l’Italia e arrivò quarto su 26 con 350 punti, vincendo anche il premio Marcel Bezençon per la composizione. In Italia ha sei dischi di platino, per oltre 600.000 copie: è il suo singolo più venduto. Il video è girato sulle dune di Piscinas, in Sardegna.
Dust in the Wind, Kansas (1977)
Scritta dal chitarrista Kerry Livgren, compare nell’album Point of Know Return (1977) ed è uscita come singolo nel 1978. Nasce da un esercizio di fingerpicking: fu la moglie di Livgren, Vicci, a incoraggiarlo a scriverci sopra un testo. La band aveva scelto come primo singolo la title track dell’album, ma il brano ebbe tanto successo in radio come pezzo dell’album da essere pubblicato in fretta su 45 giri. Raggiunse il 6º posto della Billboard Hot 100, l’unico singolo dei Kansas nella top ten americana, ed è stato certificato 3 volte platino dalla RIAA nel 2019. Il titolo è un riferimento biblico che rimanda all’Ecclesiaste; in un’intervista del 1992 Livgren ha detto che a ispirarlo fu un verso tratto da un libro di poesia dei nativi americani.
E
E ti vengo a cercare, Franco Battiato (1988)
Il brano è in Fisiognomica, del 1988. Secondo quanto riportato, Battiato stesso ha detto che può essere considerata una canzone d’amore. Molti la leggono anche come una ricerca spirituale, in cui la persona cercata fa da specchio per conoscere sé stessi, e come una critica a egoismo e materialismo. Questa seconda lettura è un’interpretazione di chi commenta il brano, non una dichiarazione dell’autore, e va presa come tale.
Earth Song, Michael Jackson (1995)
Scritta da Michael Jackson il 1° giugno 1988 in un hotel di Vienna, durante il Bad World Tour, è stata prodotta da lui insieme a David Foster e Bill Bottrell. L’Epic la pubblicò l’8 novembre 1995 come terzo singolo di HIStory: Past, Present and Future, Book I. Debuttò al primo posto nel Regno Unito e ci restò per sei settimane, diventando il singolo natalizio del 1995; nel Paese ha venduto circa 1.270.000 copie. Si riporta che Jackson volesse un brano dal testo profondo e dal messaggio emotivo, ma con una melodia abbastanza semplice da essere cantata ovunque; la lettura come esercizio di compassione è invece un’interpretazione tratta dal libro di John Street. Il video, diretto da Nick Brandt, fu girato tra Amazzonia, Croazia, Tanzania e stato di New York e affronta crudeltà sugli animali, deforestazione e guerra; si chiude con un appello a donare alla Heal the World Foundation e nel 1997 ebbe una nomination ai Grammy. Nel 2010 il brano fu eseguito ai Grammy come omaggio a Jackson.
Eleanor Rigby, The Beatles (1966)
Accreditata a Lennon–McCartney, fu poi oggetto di una disputa sulla paternità: Paul McCartney disse di aver scritto melodia e prima strofa, tesi sostenuta da George Martin e Pete Shotton. Nessun Beatle suonò strumenti: l’accompagnamento è un ottetto d’archi (quattro violini, due viole, due violoncelli) registrato il 28 aprile 1966 agli studi EMI e arrangiato da Martin, mentre Lennon e Harrison cantano le armonie. Uscì il 5 agosto 1966 come doppio lato A con «Yellow Submarine» e compare in Revolver. Fu prima per quattro settimane nel Regno Unito (Record Retailer), mentre negli Stati Uniti si fermò all’11° posto della Hot 100. McCartney ha spiegato di aver preso «Eleanor» dall’attrice Eleanor Bron, vista in Help!, e «Rigby» da un negozio di Bristol, Rigby & Evens Ltd: «mi piaceva il nome». Una lapide con quel nome trovata a Woolton ha messo in dubbio il racconto, ma lui sostiene che il personaggio sia di fantasia. Sul significato i critici si dividono: Walter Everett vi vede la solitudine individuale elevata a dimensione universale, Carr e Tyler ne hanno giudicato sentimentale la pretesa sociologica.
Emozioni, Lucio Battisti (1970)
Musica di Lucio Battisti, testo di Mogol, arrangiamento di Gian Piero Reverberi. Uscita il 15 ottobre 1970 per la Dischi Ricordi, è il singolo tratto dall’album Emozioni. Nacque come lato B di «Anna», che arrivò al primo posto in Italia, ma Battisti inverì i due lati e «Emozioni» divenne il lato A; raggiunse il 13º posto della classifica Musica e dischi ed è oggi doppio disco di platino FIMI. Secondo le fonti l’ispirazione fu il viaggio a cavallo da Milano a Roma che Battisti e Mogol fecero insieme, molto raccontato dalla stampa dell’epoca; Battisti disse che la canzone rendeva il senso di scoperta, di meraviglia e di libertà provato attraversando la campagna. Ne hanno inciso una versione, tra gli altri, Mina, Gianni Morandi e Patty Pravo.
Enjoy the Silence, Depeche Mode (1990)
Secondo singolo da Violator, uscito il 5 febbraio 1990, è scritto da Martin Gore. Il demo originale era una ballata lenta per sola voce e armonium; Alan Wilder la sentì come brano dance e la rielaborò con il produttore Flood, tra le resistenze iniziali di Gore, che temeva un contrasto tra il ritmo da discoteca e il tema sereno. Gore ha spiegato che il testo riguarda la sensazione di essere del tutto appagati, senza desiderare altro, al punto che le parole diventano un’intrusione. Raggiunse il 6° posto nel Regno Unito e l’8° sulla Billboard Hot 100, il miglior piazzamento americano della band, e vinse il Brit Award come miglior singolo britannico nel 1991.
Enter Sandman, Metallica (1991)
Apre e anticipa l’album omonimo dei Metallica, noto come Black Album, con un singolo uscito il 29 luglio 1991. Il brano nasce da un riff di Kirk Hammett, ispirato a Louder Than Love dei Soundgarden; Lars Ulrich lo descrisse come un «pezzo da un solo riff», ed è firmato da Hammett, Hetfield e Ulrich. Il testo è di James Hetfield: trovando la musica orecchiabile e piuttosto commerciale, scrisse parole su una «famiglia perfetta» da distruggere a causa di un segreto nascosto, con riferimenti alla morte in culla. Per la prima volta nella storia del gruppo, Ulrich e il produttore Bob Rock gli dissero che poteva scrivere testi migliori. Raggiunse il 16° posto della Hot 100 statunitense, il 5° nel Regno Unito e il primo in Finlandia; il video vinse l’MTV Video Music Award come miglior video hard rock nel 1992. Il disco è certificato nove volte platino negli Stati Uniti, e Rolling Stone l’ha collocato al 30° posto tra i 100 migliori brani heavy metal nel 2023.
Everlong, Foo Fighters (1997)
Scritta da Dave Grohl, è il secondo singolo di The Colour and the Shape, uscito il 18 agosto 1997. Grohl la compose in una quarantina di minuti mentre era ospite di un amico durante il divorzio, partendo da un riff trovato nelle sessioni di Monkey Wrench. Ha dichiarato che parla di una ragazza di cui si era innamorato, ispirata alla relazione con Louise Post delle Veruca Salt, che canta nei cori del brano. Raggiunse il 3° posto nella classifica Alternative Songs statunitense e il 18° nel Regno Unito; dopo la morte del batterista Taylor Hawkins, nel 2022, è tornata al primo posto della classifica Hard Rock Songs. Rolling Stone l’ha messa al 409° posto tra le 500 migliori canzoni (2021) e Kerrang! al primo tra i brani dei Foo Fighters (2020).
Every Breath You Take, The Police (1983)
Sting scrisse il brano a Oracabessa Bay, in Giamaica, nella tenuta di GoldenEye, partendo secondo il racconto dalla scrivania di Ian Fleming. Uscì il 20 maggio 1983 in Synchronicity. Il tono è morbido e la melodia rassicura, ma Sting ha detto di aver pensato al Grande Fratello, alla sorveglianza e al controllo, e alla BBC Radio 2 ha spiegato che molti lo scambiano per una canzone d’amore mentre è «sinistra e brutta». È l’esempio più chiaro di una musica che consola e di parole che inquietano: il senso sta nello scarto tra le due.
Everybody Hurts, R.E.M. (1992)
Compare in Automatic for the People (1992), ottavo album dei R.E.M., ed è uscita come singolo il 5 aprile 1993 nel Regno Unito per la Warner Bros. Il brano è firmato da tutti e quattro i membri (Bill Berry, Peter Buck, Mike Mills e Michael Stipe); gli archi sono di John Paul Jones, ex bassista dei Led Zeppelin. Sul significato Peter Buck ha spiegato, nelle note di In Time: The Best of R.E.M. 1988–2003, che il testo è volutamente semplice perché pensato per gli adolescenti; la critica vi ha letto un argomento contro il suicidio. Nel 2022 Stipe ha detto a Rick Rubin che la canzone nacque ispirandosi alla cover dei Nazareth di Love Hurts. Raggiunse il settimo posto nel Regno Unito e il 29º nella Hot 100 statunitense. Il video, diretto da Jake Scott e girato a San Antonio nel febbraio 1993, vinse ai Billboard Music Video Awards del 1994.
Everybody Wants to Rule the World, Tears for Fears (1985)
Terzo singolo di Songs from the Big Chair, uscito a marzo 1985, è firmato da Roland Orzabal, Ian Stanley e Chris Hughes, che lo produsse. Il testo parla del desiderio di potere e di controllo. Curt Smith lo ha descritto come un brano su temi seri: la voglia di potere e la guerra con la miseria che causa. Orzabal ha detto che il ritmo “giocoso” era alieno al loro modo di scrivere. Joe Strummer raccontò nel 1988 che il titolo veniva da un verso di Charlie Don’t Surf dei Clash, e che Orzabal gli pagò cinque sterline. Fu numero uno negli Stati Uniti per due settimane nel giugno 1985 e secondo nel Regno Unito, bloccato da We Are the World. Vinse il Brit Award come miglior singolo nel 1986.
F
Fade Into You, Mazzy Star (1993)
Il testo è di Hope Sandoval, la musica di David Roback, che ha anche prodotto il brano. Esce nel settembre 1993 nell’album So Tonight That I Might See, il secondo dei Mazzy Star. È l’unico singolo del gruppo entrato nella Billboard Hot 100 (44° posto); nel 1994 ha raggiunto il 3° posto della classifica Modern Rock Tracks e il 48° nel Regno Unito. Qualunque lettura del testo è interpretazione di chi ascolta. Quanto al giudizio critico, nel 2021 Rolling Stone l’ha messo al 468° posto tra le 500 migliori canzoni di sempre, mentre Pitchfork lo ha collocato al 19° posto tra i migliori brani degli anni Novanta. Ha superato il miliardo di ascolti su Spotify nel 2025. È anche una delle canzoni più usate nelle serie e nei film: Vulture nel 2013 la definì la più abusata in assoluto, tra gli altri titoli compare in Gilmore Girls e Dopesick.
Fai rumore, Diodato (2020)
Diodato la presentò e la vinse al Festival di Sanremo 2020, dove ottenne anche il Premio della Critica «Mia Martini» e il Premio della Sala Stampa «Lucio Dalla». Era uscita il 5 febbraio 2020 come quarto singolo di Che vita meravigliosa. Il testo è suo, la musica è sua e di Edwyn Roberts. Quanto al senso, Diodato l’ha descritta come un invito a far sentire la propria umanità: ha parlato di silenzi che aumentano le distanze e ha detto che l’importante è farsi ascoltare, anche attraverso il dissenso, rivolgendosi anche a chi, contrario alle voci urlate e sprezzanti, a volte sceglie di tacere. Doveva rappresentare l’Italia all’Eurovision 2020, cancellato per la pandemia. È stato il suo primo numero uno nella classifica italiana dei singoli.
Fast Car, Tracy Chapman (1988)
Fast Car è il singolo d’esordio di Tracy Chapman, uscito il 6 aprile 1988 per Elektra e tratto dall’album omonimo. La cantautrice, in un’intervista del 2010, ha detto che il brano non è direttamente autobiografico e riflette il mondo che vedeva crescendo a Cleveland, in un contesto di classe lavoratrice. Le letture dei critici vanno oltre: per Chris Gerard (Metro Weekly) racconta una lavoratrice che cerca di uscire dalla povertà, per John Tague (NME) parla dell’impossibilità della fuga; sono interpretazioni, non dichiarazioni dell’autrice. Raggiunse il n. 6 della Billboard Hot 100 e il n. 5 nel Regno Unito. L’esibizione di Chapman al concerto per il 70° compleanno di Nelson Mandela (giugno 1988) ne favorì il successo e l’album arrivò al primo posto della Billboard 200. Ai Grammy del 1989 ebbe tre candidature e vinse come miglior performance vocale pop femminile. La cover di Luke Combs (2023) arrivò al n. 2 della Hot 100 e vinse il CMA Award come canzone dell’anno.
Fields of Gold, Sting (1993)
Scritta e cantata da Sting, esce il 7 giugno 1993 dall’album Ten Summoner’s Tales, co-prodotto con Hugh Padgham. Sting ha raccontato di averla ispirata alla vista dei campi d’orzo attorno alla sua casa del Wiltshire, con il vento che increspa il grano come le onde di un mare dorato. Il testo segue una relazione dal corteggiamento al matrimonio, ai figli, fino alla morte; secondo una critica citata, è una metafora dell’amore semplice e forte con la persona giusta, ma è una lettura e non una dichiarazione dell’autore. Raggiunse il 16° posto nel Regno Unito e il 23° sulla Billboard Hot 100. La cover più nota è quella di Eva Cassidy, certificata disco d’oro dalla BPI.
Fix You, Coldplay (2005)
È firmata da Chris Martin, Jonny Buckland, Guy Berryman e Will Champion e fa parte di X&Y (2005); uscì come secondo singolo il 5 settembre 2005 nel Regno Unito. Secondo le fonti, Martin la scrisse per aiutare l’allora moglie Gwyneth Paltrow ad affrontare la morte del padre, Bruce Paltrow, e nel 2005 la definì «probabilmente la canzone più importante che abbiamo mai scritto». Martin ha indicato come influenza «Grace Under Pressure» degli Elbow (2003); Berryman ha parlato di un po’ di ispirazione da «Many Rivers to Cross» di Jimmy Cliff. Nel Regno Unito arrivò al 4° posto e oggi vale cinque dischi di platino; negli Stati Uniti si fermò al 59° posto della Hot 100. Rolling Stone l’ha inserita al 392° posto tra le 500 migliori canzoni e fu candidata all’Ivor Novello.
Fortunate Son, Creedence Clearwater Revival (1969)
Fortunate Son fu scritta e prodotta da John Fogerty per i Creedence Clearwater Revival. Uscì come singolo nel settembre 1969 e compare in Willy and the Poor Boys, pubblicato il 29 ottobre. Fogerty la collega alla guerra del Vietnam e alla propria chiamata alla leva: ha raccontato che nacque da una rabbia accumulata e che ci vollero circa venti minuti per scriverla. Nella sua autobiografia dice di aver pensato a David Eisenhower, nipote del presidente e genero di Nixon, ma precisa che il brano non fu ispirato da un singolo episodio, bensì dai figli di politici e funzionari che ottenevano esenzioni dal servizio militare. Arrivò al n. 3 della Billboard Hot 100 il 20 dicembre 1969. Nel 2013 è stata inserita nella National Recording Registry della Library of Congress; nel 2025 Rolling Stone l’ha messa al n. 13 tra le 100 migliori canzoni di protesta. Fogerty non approvò l’uso del brano in uno spot Wrangler del 2002.
Free Bird, Lynyrd Skynyrd (1973)
Compare nel disco d’esordio dei Lynyrd Skynyrd (1973) e viene pubblicata come singolo a novembre 1974. Gli autori sono Allen Collins e Ronnie Van Zant. Secondo il racconto di Gary Rossington, Collins scrisse gli accordi iniziali e Van Zant melodia e testo in poco tempo; gli assoli di chitarra furono aggiunti all’inizio per far riposare la voce di Van Zant, mentre l’introduzione al pianoforte è di Billy Powell. Van Zant ha detto che parla di cosa significhi essere liberi, come un uccello che può volare dove vuole. La casa discografica la voleva più corta per la radio, ma la band rifiutò. Il singolo raggiunse il 19° posto della Billboard Hot 100 nel gennaio 1975; nel 2008 la registrazione è entrata nella Grammy Hall of Fame.
G
Gangsta’s Paradise, Coolio (1995)
Il brano è firmato da Coolio (Artis Ivey Jr.), L.V. (Larry Sanders) e dal produttore Doug Rasheed, con un credito a Stevie Wonder per l’interpolazione della sua “Pastime Paradise” (1976). Uscì il 1° agosto 1995 come primo singolo della colonna sonora del film Dangerous Minds (con Michelle Pfeiffer) e poi dell’album omonimo di Coolio, pubblicato a novembre. Fu numero uno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, singolo più venduto dell’anno secondo Billboard e primo singolo rap a entrare al numero uno in Gran Bretagna; in Australia resta in vetta 14 settimane. Valse a Coolio il Grammy per la migliore performance rap solista, e il video vinse due MTV Video Music Awards. Coolio disse che la canzone “voleva nascere” e scelse lui come tramite. Nel 1996 Weird Al Yankovic ne fece la parodia “Amish Paradise”: Coolio sostenne di non averla autorizzata, ma in seguito ammise che opporsi era stata una delle cose meno intelligenti da lui fatte.
Generale, Francesco De Gregori (1978)
È contenuta nell’album De Gregori ed è uscita in singolo il 10 aprile 1978 per la RCA Italiana, con «Natale» sul lato B; in Italia arrivò al 4° posto e oggi è certificata disco di platino. Racconta di un generale che torna dalla guerra. De Gregori l’ha scritta dopo una crisi personale, in un periodo in cui aveva aperto una libreria e pensava di lasciare la musica, e ha indicato come influenze Viaggio al termine della notte di Céline, Addio alle armi di Hemingway e il film La grande guerra di Monicelli; la lavorazione richiese circa due settimane e una quindicina di versioni, e alla fine uscì una che aveva scartato. Sono invece interpretazioni dei commentatori la lettura come metafora del suo ritorno alla musica e quella di un brano contro tutte le guerre, che richiamerebbe anche il servizio di leva di De Gregori negli alpini in Val Venosta. Tra le riprese c’è quella di Vasco Rossi.
Gianna, Rino Gaetano (1978)
Uscita come singolo il 27 gennaio 1978 dall’album Nuntereggae più, si classificò terza al Festival di Sanremo 1978, dove Rino Gaetano la presentò al posto di «Nuntereggae più», giudicata dai produttori poco adatta alla gara. Si esibì con un cilindro regalatogli da Renato Zero e con l’ukulele, accompagnato nell’ultima strofa dai Pandemonium. Fu la prima canzone sanremese a contenere la parola «sex». Il titolo originario era «Anna» e fu cambiato per ragioni ritmiche. Per la scheda consultata ha raggiunto il primo posto nella classifica Musica e dischi ed è stato il tredicesimo singolo italiano più venduto del 1978, con oltre 600.000 copie. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Gaetano sul significato. Tra le letture proposte, un articolo dell’Enciclopedia Treccani vi vede un’ironia su massoneria e politica italiana, in un mondo fatto di illusioni, promesse, sesso e affari: è un’interpretazione critica.
Gimme Shelter, The Rolling Stones (1969)
Scritta da Mick Jagger e Keith Richards, apre Let It Bleed, uscito il 28 novembre 1969 con la produzione di Jimmy Miller. La base fu registrata agli Olympic Studios di Londra all’inizio del 1969, le voci a Los Angeles in autunno; Brian Jones non partecipò alle sessioni. Sul significato ci sono dichiarazioni dirette: Jagger la definì «un pezzo molto cupo sul mondo che ti si stringe attorno», legato alla tensione del 1969, mentre Richards disse che l’idea nacque guardando la gente correre al riparo da un temporale improvviso a Londra, e nella sua autobiografia Life collega la tensione del brano anche alla gelosia per il rapporto tra Jagger e Anita Pallenberg. La voce femminile è di Merry Clayton, chiamata a mezzanotte da Jack Nitzsche e incisa in poche riprese mentre era incinta di circa quattro mesi. Nel 2021 Rolling Stone l’ha messa al 13° posto tra le 500 migliori canzoni di sempre. Non fu mai pubblicata come singolo nella versione originale.
Gloria, Umberto Tozzi (1979)
La scrissero Umberto Tozzi e Giancarlo Bigazzi e Tozzi la produsse; uscì nel giugno 1979 come singolo dall’album omonimo, con Aria di lei sul lato B. In Italia si fermò al secondo posto, mentre in Svizzera e in Spagna fu prima; entrò in top 10 anche in Germania Ovest. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Tozzi sul significato: il testo racconta, nella versione inglese di Jonathan King, un uomo che sogna una donna immaginaria di nome Gloria. Fu la versione americana di Laura Branigan, uscita nel 1982 nell’album Branigan, a trasformarla in un successo mondiale: secondo posto nella Hot 100 statunitense (dietro Truly di Lionel Richie), primo posto in Australia e in Canada, sesto nel Regno Unito. Il team di Branigan riscrisse il testo come ritratto di una donna che «corre troppo veloce per i propri passi»; la cantante ottenne una nomination ai Grammy del 1982.
God Save the Queen, Sex Pistols (1977)
Secondo singolo del gruppo dopo “Anarchy in the U.K.”, uscito il 27 maggio 1977, pochi giorni prima del Giubileo d’argento di Elisabetta II. Gli autori sono Paul Cook, Steve Jones, Glen Matlock e Johnny Rotten; il titolo iniziale era “No Future”. La band ha negato che fosse stato scritto per il Giubileo: Cook disse che non era nato apposta per l’occasione. Rotten (John Lydon) lo presentò come un’espressione d’affetto per gli inglesi e di rabbia per come venivano trattati, rivolta alla monarchia più che alle persone; Jones lo ha poi definito “solo uno scherzo”. La BBC e le radio dell’IBA lo vietarono e alcune catene non lo vendettero. Arrivò al 2° posto della classifica ufficiale britannica, dietro Rod Stewart, e al 1° in quella dell’NME; c’è chi sostiene che i dati ufficiali fossero stati alterati. La copertina è di Jamie Reid.
H
Hallelujah, Leonard Cohen (1984)
Leonard Cohen pubblicò “Hallelujah” nell’album Various Positions (1984), che secondo quanto riportato la Columbia aveva inizialmente rifiutato. La stesura fu lunghissima: le stime parlano di 80-180 strofe scartate o rielaborate, e Cohen stesso ne citò circa 150, per un lavoro durato circa cinque anni. Sul significato, Cohen ha definito l’originale “piuttosto gioioso”: un modo di affermare la fede nella vita, non in senso religioso formale, e di “abbracciare l’intero disastro”. Il successo arrivò con la versione di John Cale del 1991, con strofe diverse tratte dai concerti di Cohen, e con quella di Jeff Buckley nell’album Grace (1994), pubblicata come singolo nel 2007 e seconda nella classifica britannica nel 2008. L’originale di Cohen si è fermato al 59° posto della Hot 100 e al 36° nel Regno Unito.
Heart of Glass, Blondie (1978)
Scritta da Debbie Harry e Chris Stein e prodotta da Mike Chapman, esce come 12 pollici a dicembre 1978 dall’album Parallel Lines. La prima versione, Once I Had a Love, risale al 1974-75: il gruppo la chiamava “The Disco Song” e si ispirava a Rock the Boat degli Hues Corporation. Il titolo, ha spiegato la band, viene dal film di Werner Herzog del 1976, mai visto da nessuno di loro. Harry ha dichiarato che il testo “non parlava di nessuno” ed è “un lamento sull’amore perduto”. Il suono si regge su una drum machine Roland CR-78. Fu numero uno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e nel 2015 è entrata nella Grammy Hall of Fame. Secondo Harry, la scelta dance non piacque a molti musicisti newyorkesi.
Heart-Shaped Box, Nirvana (1993)
Scritta da Kurt Cobain, è uscita il 30 agosto 1993 come primo singolo di In Utero, terzo album dei Nirvana. Sul significato esiste una dichiarazione diretta: nella biografia Come As You Are (1993) Cobain disse che il brano parlava di bambini malati di cancro, e che i documentari sull’argomento lo colpivano più di qualunque altra cosa vista in televisione. L’interpretazione prevalente, sostenuta anche dal biografo Michael Azerrad, è invece che il testo riguardi il rapporto con Courtney Love. Il videoclip fu diretto da Anton Corbijn e girato a Los Angeles tra il 31 agosto e il 1° settembre 1993; Cobain lo giudicò il più vicino alla sua visione tra quelli che aveva visto, e ai VMA del 1994 vinse come miglior video alternativo e per la direzione artistica. Raggiunse il quinto posto nel Regno Unito, il miglior piazzamento della band, e il primo nella classifica statunitense Modern Rock.
“Heroes”, David Bowie (1977)
Bowie la scrisse con Brian Eno e la produsse con Tony Visconti agli Hansa Studio 2 di Berlino Ovest, a poche centinaia di metri dal Muro, nell’estate del 1977. Uscì come singolo nel Regno Unito il 23 settembre 1977, in versione ridotta, e il 14 ottobre aprì l’album omonimo. La base fu incisa prima del testo, che Bowie improvvisò al microfono a registrazione quasi finita; alla chitarra c’è Robert Fripp. Bowie ha detto che le virgolette del titolo indicano ironia e che il brano parla di «affrontare la realtà e resistervi» (Melody Maker, 1977). Sulla coppia che si bacia accanto al Muro disse all’inizio che si trattava di due innamorati qualsiasi; nel 2003 confermò che erano Visconti e Antonia Maass, e Maass ha sostenuto in seguito che il pezzo fosse già finito prima di quell’incontro. Alcuni studiosi lo leggono come una storia più personale che politica: questa è un’interpretazione di chi commenta. Nel Regno Unito arrivò al 24° posto (al 12° dopo la morte di Bowie, nel 2016); negli Stati Uniti non entrò nella Hot 100. Il 6 giugno 1987 la suonò davanti al Reichstag. Per il disco, ho scritto la recensione di “Heroes” di David Bowie.
Hey Joe, The Jimi Hendrix Experience (1966)
La paternità è contesa: Billy Roberts la registrò nel 1962, Dino Valenti la depositò poi a proprio nome e Tim Rose registrò la sua versione del 1966 come arrangiamento di un brano tradizionale; il folksinger scozzese Len Partridge sostiene di averla scritta con Roberts. La versione di Jimi Hendrix uscì nel dicembre 1966, dopo che l’ex bassista degli Animals Chas Chandler lo aveva visto eseguirla e lo aveva portato a Londra, e raggiunse il 6° posto nel Regno Unito. Il testo è un dialogo: Joe ha sparato alla moglie infedele e vuole fuggire in Messico, un amico gli fa domande. La critica lo legge come una storia di fuga verso la libertà o come una canzone misogina; tra le radici c’è la ballata tradizionale Little Sadie. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore.
Hey Jude, The Beatles (1968)
Scritta da Paul McCartney e accreditata a Lennon–McCartney, fu registrata il 31 luglio e il 1° agosto 1968 ai Trident Studios di Londra con George Martin come produttore. Uscì come singolo a fine agosto 1968, con Revolution sul lato B, ed è stato il primo 45 giri dei Beatles per la Apple. Il titolo iniziale era «Hey Jules»: McCartney l’ha raccontata come un modo per consolare Julian Lennon dopo la separazione dei genitori. Quando John Lennon gli suggerì che parlasse di lui e di Yoko Ono, McCartney rispose di averla scritta su se stesso; Lennon, nel 1980, disse di averla sempre sentita come una canzone rivolta a sé. Fu prima per nove settimane nella Hot 100 e per due nel Regno Unito, vinse l’Ivor Novello per il singolo più venduto del 1968 ed è nella Grammy Hall of Fame dal 2001.
Hey Ya!, Outkast (2003)
È scritta e prodotta da André 3000 (André Benjamin) e uscì il 25 agosto 2003 come secondo singolo di Speakerboxxx/The Love Below, quinto album degli Outkast, per Arista. André 3000 ha detto che è più importante essere felici che rispondere alle aspettative del mondo, e l’ha definita «una celebrazione di come uomini e donne si relazionano negli anni Duemila». Restò per nove settimane al primo posto della Billboard Hot 100, dal 13 dicembre 2003 al 7 febbraio 2004, e arrivò al 3° posto nel Regno Unito. Ai Grammy del 2004 vinse come miglior performance urban/alternative; fu candidata anche come disco dell’anno, perdendo contro «Clocks» dei Coldplay.
Highway to Hell, AC/DC (1979)
È firmata da Angus Young, Malcolm Young e Bon Scott; il riff si deve ad Angus. Apre l’album omonimo ed è uscita come singolo il 27 luglio 1979, lo stesso giorno del disco. Fu registrata tra marzo e aprile 1979 al Roundhouse di Londra con la produzione di Robert John «Mutt» Lange, che curò anche i cori. Sul titolo c’è una spiegazione diretta: Angus Young ha detto che si riferisce al massacrante calendario dei tour, vissuto come un’autostrada verso l’inferno; la «highway» del titolo, secondo Wikipedia, è invece la Canning Highway di Perth. Malcolm Young ha raccontato che ogni giorno nascevano centinaia di riff, ma questo «spiccava». Nel 1979-80 raggiunse il n. 47 della Billboard Hot 100 e il n. 56 in Regno Unito; nel 1992 arrivò al primo posto della classifica statunitense Mainstream Rock e nel 2013 al n. 4 nel Regno Unito, dopo una campagna in rete per il Natale. Ha ottenuto 6 dischi di platino negli Stati Uniti e 3 nel Regno Unito.
Hotel California, Eagles (1976)
Brano omonimo dell’album del 1976, uscito come singolo il 22 febbraio 1977. La musica è di Don Felder, il testo di Glenn Frey e Don Henley, che canta. Henley ne ha parlato più volte: in un’intervista a 60 Minutes del 2002 l’ha definita una canzone sul lato oscuro del sogno americano e sugli eccessi, e ha detto che parla «davvero dell’America», non della California; a Rolling Stone nel 2005 l’ha descritta come l’interpretazione della band dell’«alta vita a Los Angeles», un viaggio dall’innocenza all’esperienza. Arrivò al primo posto della Billboard Hot 100 nel maggio 1977 e vinse il Grammy come registrazione dell’anno nel 1978. L’assolo di circa due minuti e dodici secondi è di Felder e Joe Walsh. Secondo il racconto di Cameron Crowe, il titolo di lavorazione era «Mexican Reggae».
Hotel Supramonte, Fabrizio De André (1981)
Contenuta nell’album Fabrizio De André, noto come L’Indiano (21 luglio 1981), i cui testi sono di Fabrizio De André e Massimo Bubola. Il brano si riferisce al sequestro del 1979 in Sardegna, nel Supramonte, di cui furono vittime De André e Dori Ghezzi. Secondo la scheda dell’album su Wikipedia il testo non è però un resoconto diretto del rapimento, ma una visione poetica e metaforica degli eventi: la voce si rivolge a una donna e la invita a passare del tempo con lui, cercando di recuperare un amore che sente perduto. De André lo canta con tono dolce e sommesso, senza rabbia o tristezza evidenti. Nelle fonti che ho consultato non c’è una dichiarazione dell’autore sul significato; quella appena riportata è un’interpretazione dei commentatori.
House of the Rising Sun, The Animals (1964)
È un canto tradizionale americano, raccolto negli Appalachi negli anni Trenta e di paternità incerta; la registrazione più antica nota, intitolata «Rising Sun Blues», è di Clarence Ashley e Gwen Foster, del 6 settembre 1933. Gli Animals la incisero in una sola take il 18 maggio 1964, con Mickie Most alla produzione, e la pubblicarono il 19 giugno. Il credito è «Traditional, arr. Alan Price»: poiché il solo Price ne è beneficiario, i diritti d’autore hanno lasciato un’amarezza duratura negli altri membri. L’arpeggio di chitarra iniziale è di Hilton Valentine. Il brano fu primo in classifica nel Regno Unito (luglio 1964) e primo nella Billboard Hot 100 dal 5 settembre 1964, per tre settimane. Non essendoci un autore noto, non esistono dichiarazioni dirette sul significato: la storia racconta una vita andata male a New Orleans, e il «Rising Sun» viene di solito inteso come eufemismo per un bordello, ma non è certo che la casa fosse reale. Tra le ipotesi alternative ci sono un carcere o una casa da gioco; la ricercatrice Pamela Arceneaux sostiene che nel testo nulla indichi specificamente un bordello.
Hurricane, Bob Dylan (1975)
È una canzone di protesta scritta da Bob Dylan e Jacques Levy sul pugile Rubin “Hurricane” Carter, condannato nel 1967 per il triplice omicidio del Lafayette Grill di Paterson, nel New Jersey, e poi scarcerato. Dylan lo incontrò nel carcere di Rahway dopo aver letto la sua autobiografia. Il brano usa un impianto narrativo e apre l’album Desire (gennaio 1976); il singolo è uscito il 21 novembre 1975. Una prima registrazione di luglio fu rifatta a ottobre, dopo i rilievi degli avvocati della Columbia su alcuni versi riferiti a due testimoni; la versione finale, di oltre otto minuti, unisce due take del 24 ottobre 1975. Raggiunse la 33ª posizione della Hot 100 e la 7ª in Australia. Una testimone, Patricia Graham Valentine, fece causa sostenendo di essere stata presentata come parte di un complotto; il ricorso fu respinto. La condanna di Carter fu annullata nel 1985.
Hurt, Nine Inch Nails (1994)
“Hurt” è stata scritta da Trent Reznor e chiude The Downward Spiral (1994); è uscita come singolo promozionale nell’aprile 1995. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato del testo, quindi ogni lettura è interpretazione. Il brano ha avuto una seconda vita nel 2002, quando Johnny Cash lo ha inciso per American IV: The Man Comes Around, l’ultimo album uscito durante la sua vita. Reznor ha lodato quella versione per “sincerità e significato” e ha detto che la canzone “non è più mia”. Il video di Mark Romanek ha vinto il Grammy 2004 per il miglior videoclip e il premio per la miglior fotografia agli MTV VMA 2003; la versione di Cash ha ricevuto anche il CMA Single of the Year 2003.
I
I giardini di marzo, Lucio Battisti (1972)
Musica e testo sono attribuiti a Lucio Battisti e Mogol. Il brano uscì come singolo il 24 aprile 1972 per la Numero Uno, con «Comunque bella» sul retro, e dura 5 minuti e 33 secondi. Salì al primo posto della classifica italiana, dove restò circa due mesi, e fu il quarto singolo più venduto del 1972. La voce di Wikipedia descrive il testo come autobiografico e legato all’infanzia di Mogol nel dopoguerra, segnata da povertà e difficoltà familiari: è una lettura riportata dalla fonte, e nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione diretta di Battisti o di Mogol sul significato. In un’intervista del 2018 Mogol l’ha citata tra le sue canzoni preferite. A Poggio Bustone, paese natale di Battisti, un parco pubblico porta il titolo del brano e ospita una statua dedicata a lui.
I Look to You, Whitney Houston (2009)
Brano che dà il titolo al settimo e ultimo album in studio di Whitney Houston, uscito come primo singolo statunitense nel luglio 2009. L’autore è R. Kelly, che lo scrisse nel 1996 per lei; il pezzo rimase però inedito fino al 2008, quando Houston cominciò a cercare materiale per il disco. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Kelly sul significato del testo. Houston ha dichiarato che la canzone “risuona nella mia anima”, mentre Clive Davis, dopo averla ascoltata, la definì “la migliore interprete di ballate del nostro tempo”. Negli Stati Uniti arrivò al 70º posto della Hot 100, al 19º della classifica R&B/hip-hop e al secondo posto della Adult R&B; dopo la morte di Houston, nel 2012, salì al primo posto tra le vendite digitali gospel. Nel gennaio 2023 ha ottenuto il disco di platino RIAA. Esiste anche un duetto postumo con R. Kelly, pubblicato nel 2012.
I Want to Break Free, Queen (1984)
Il pezzo è firmato dal bassista John Deacon e apparve nell’album The Works (1984); uscì come singolo il 2 aprile 1984, dopo “Radio Ga Ga”. Raggiunse il terzo posto nel Regno Unito (doppio disco di platino) e il 45° nella Billboard Hot 100, con il primo posto in Austria, Belgio e Paesi Bassi. Deacon ha detto che l’ispirazione fu il movimento di liberazione delle donne; la canzone viene letta come un inno contro l’oppressione, in particolare in Sudafrica e in Sud America. Il video di David Mallet, girato ai Limehouse Studios, mostra la band in abiti femminili in parodia della soap Coronation Street, con il personaggio di Freddie Mercury ispirato a Bet Lynch, e include un’esibizione coreografata da Wayne Eagling con il Royal Ballet. In Gran Bretagna fu accolto bene; negli Stati Uniti suscitò polemiche e MTV lo trasmise poco, il che contribuì al piazzamento modesto. Roger Taylor dichiarò che il video mostrava un gruppo che non si prendeva troppo sul serio.
I Will Always Love You, Dolly Parton (1973)
La scrisse Dolly Parton nel 1973 come addio a Porter Wagoner, mentore e socio per sette anni, quando decise di lasciare il suo show per la carriera solista; la incise il 12 giugno 1973 a Nashville, agli RCA Studio B. Il brano esprime gratitudine verso Wagoner e la scelta di separarsi. Nel 1974 arrivò al 1° posto della classifica country; la nuova incisione del 1982 la riportò in vetta. Elvis Presley volle registrarla, ma Parton rifiutò la richiesta del colonnello Tom Parker di cedere metà dei diritti editoriali. La versione di Whitney Houston per la colonna sonora di The Bodyguard (1992) restò 14 settimane al 1° posto della Billboard Hot 100, vinse due Grammy nel 1994 e supera i 24 milioni di copie vendute secondo la voce consultata.
Il cielo in una stanza, Gino Paoli (1960)
La scrisse interamente Gino Paoli, ma poiché non era ancora iscritto alla SIAE fu inizialmente accreditata a Toang e Mogol. La versione che la rese celebre è quella di Mina, uscita come singolo nel giugno 1960 per l’Italdisc, con «La notte» sul retro: restò in cima alle classifiche italiane per undici settimane consecutive e vi tornò per altre tre. Paoli ha raccontato che il brano nacque da una notte con una prostituta (non da un bordello) e che voleva fissare la sensazione successiva, una sorta di magia che svanisce subito; nel 2010 criticò l’interpretazione di Mina, preferendo quella di Carla Bruni. Il linguista Giuseppe Antonelli ha definito il testo molto moderno per la vicinanza all’italiano parlato. Tra le riletture figurano quelle di Ornella Vanoni (1980), Giorgia (1999), Franco Battiato (2002) e Mike Patton (2010).
Il mio canto libero, Lucio Battisti (1972)
Il testo è di Mogol, la musica di Lucio Battisti. Il singolo uscì a novembre 1972 per la Numero Uno, con «Confusione» sul lato B, ed è tratto dall’album omonimo. Per la prima uscita era stato previsto un altro lato A, «Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…»: ne erano state stampate delle copie, ma non furono mai distribuite dopo la scelta di puntare su «Il mio canto libero». A febbraio 1973 arrivò al primo posto della classifica italiana e ci restò per nove settimane consecutive; fu il terzo singolo più venduto del 1973, con 900.000 copie. Nelle fonti che ho consultato non ci sono dichiarazioni di Mogol o di Battisti sul significato del brano, e la scheda che ho letto ne descrive solo il lato B: la lettura del testo resta quindi affidata ai commentatori. La stessa scheda riporta un ricordo del fotografo Cesare Montalbetti sulla copertina, con l’occhio di Battisti su fondo bianco, che indica come la sua preferita fra le immagini del cantautore.
Il pescatore, Fabrizio De André (1970)
Il testo è di Fabrizio De André, la musica di Gian Piero Reverberi e Franco Zauli. Pubblicata nel 1970 come singolo dalla Liberty (non fa parte di un album), con «Marcia nuziale» sul lato B, è stata la prima canzone di De André a entrare nella classifica dei singoli italiani, dove ha raggiunto il tredicesimo posto. Racconta di un vecchio pescatore addormentato sulla riva che viene svegliato da un assassino in fuga e gli dà pane e vino senza chiedere chi sia; quando arrivano due gendarmi, lo trovano di nuovo addormentato. Un cenno all’eucaristia ha fatto leggere il pescatore come figura cristologica; c’è anche chi interpreta gli ultimi versi come l’uccisione del pescatore, lettura che contrasta con il clima sereno del brano. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore. Nel 1979, in concerto con la PFM, De André presentò una versione rock che ne accrebbe molto la popolarità.
Il ragazzo della via Gluck, Adriano Celentano (1966)
Pubblicata come singolo nel 1966 e inclusa nel 1968 nell’album omonimo, è ispirata a via Cristoforo Gluck, nel quartiere Greco di Milano, dove Celentano nacque e visse da ragazzo, al civico 14. Racconta la nostalgia per l’infanzia e parte dell’adolescenza, prima del trasferimento in centro. Celentano la presentò a Sanremo 1966 in coppia con il Trio del Clan, preferendola a Nessuno mi può giudicare, ma il pubblico la escluse dopo la prima serata. Il 45 giri raggiunse comunque il secondo posto della hit parade italiana, fu il decimo singolo più venduto del 1966 e superò le 100.000 copie. È considerata una ballata folk che segna il superamento del ruolo di «urlatore» e uno dei primi approcci del cantante a un tema impegnativo come quello ambientalista. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione diretta dell’autore sul significato, e non risultano indicati gli autori di testo e musica.
Il vecchio e il bambino, Francesco Guccini (1972)
È il brano che chiude Radici, l’album di Francesco Guccini pubblicato nel 1972 da EMI, prodotto da Pier Farri e costruito attorno al tema delle radici personali, culturali e politiche dell’autore. La canzone è un dialogo tra un bambino nato dopo un ipotetico disastro atomico e un vecchio che prova a descrivergli com’era il mondo prima. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato: le letture che circolano sono quindi interpretazioni dei commentatori. Una, di taglio ecologico, vede nel paesaggio delle «torri di fumo» una natura perduta che il nonno ricostruisce a memoria; quando alla fine il bambino chiede di sentire le «fiabe», la prospettiva si capovolge e la natura diventa un mito. Non ho trovato date precise di composizione o registrazione, né cover documentate nelle schede che ho letto.
Imagine, John Lennon (1971)
La registrazione cominciò il 27 maggio 1971 negli Ascot Sound Studios, lo studio di casa di Lennon a Tittenhurst Park; gli archi furono aggiunti il 4 luglio al Record Plant di New York. Furono incise tre take e fu scelta la seconda. Il brano è nell’album Imagine, prodotto da Lennon, Yoko Ono e Phil Spector, e uscì come singolo negli Stati Uniti a ottobre 1971, dove raggiunse il 3° posto della Hot 100. Nel Regno Unito uscì nel 1975 (6ª) e arrivò prima nel gennaio 1981, dopo la morte di Lennon. Sul significato ci sono dichiarazioni dirette: Lennon disse che il pezzo andava accreditato anche a Ono, perché gran parte di testo e idea veniva dal libro Grapefruit (1964); in un’intervista a Playboy del dicembre 1980 attribuì l’ispirazione a un libro di preghiere regalato da Dick Gregory, e paragonò la visione del brano al Manifesto comunista, negando di essere comunista. Nel 2017 la NMPA ha riconosciuto Ono come coautrice.
Immigrant Song, Led Zeppelin (1970)
Scritta da Jimmy Page e Robert Plant e prodotta da Page, apre Led Zeppelin III (1970) ed è uscita come singolo negli Stati Uniti il 5 novembre 1970, con «Hey, Hey, What Can I Do» sul retro. Sul significato c’è una dichiarazione dell’autore: Plant ha detto che il pezzo nacque dal tour del 1970, aperto a Reykjavík, in Islanda, dove uno sciopero aveva quasi fatto saltare il concerto, e che “parlava di quel viaggio”; la band era stata ospite del governo islandese in una “missione culturale”. Il testo richiama la mitologia norrena, con guerra e Valhalla, e ha contribuito a fissare l’immaginario vichingo dell’heavy metal, poi ripreso da gruppi come Iron Maiden, Manowar e Amon Amarth. Negli Stati Uniti arrivò al 16° posto della Hot 100. Compare in School of Rock (2003), dove il permesso fu ottenuto da Jack Black con un video, e in Thor: Ragnarok (2017); la cover di Trent Reznor e Atticus Ross con Karen O accompagna i titoli di Millennium – Uomini che odiano le donne (2011).
In the Air Tonight, Phil Collins (1981)
È il primo singolo dell’album d’esordio solista di Phil Collins, Face Value, uscito a gennaio 1981 e coprodotto con Hugh Padgham. Collins l’ha scritta nel 1980, durante il divorzio dalla prima moglie: ha raccontato di essersi messo a improvvisare in studio e di aver cantato quasi tutto il testo di getto. Sul significato ha dato versioni coerenti ma caute: in un’intervista del 2016 ha detto di non sapere bene di cosa parli, ma che contiene rabbia, disperazione e frustrazione; alla BBC l’ha descritta come il lato rabbioso di una separazione. La leggenda secondo cui racconterebbe un annegamento a cui Collins avrebbe assistito è stata smentita da lui stesso. È celebre per il suono di batteria con riverbero gated, che entra solo dopo circa due minuti. Arrivò al 2° posto nel Regno Unito, al 19° della Hot 100 statunitense e al primo in Svizzera, Austria, Svezia e Germania Ovest.
Iron Man, Black Sabbath (1970)
È in Paranoid (1970) e il testo è di Geezer Butler. Sul disco dura 5 minuti e 56, nel singolo 3 e 33. Butler ha detto che non c’entra con il supereroe Marvel: da ragazzo non leggeva fumetti americani. Lo spunto, secondo il suo racconto, fu una frase di Osbourne sull’«iron bloke», l’uomo di ferro, e lui scelse di scrivere un testo di fantascienza, con influenze dichiarate dai film horror della Hammer e dai romanzi di H. G. Wells. Sempre secondo quanto riportato, nelle sue intenzioni il personaggio doveva essere un’allegoria di Gesù, ma nel testo cerca vendetta e non perdono. La trama è quella di una profezia che si avvera da sola: un uomo vede nel futuro la fine del mondo, torna trasformato in acciaio, viene deriso e finisce per provocarla; questa è la lettura del testo, non una frase di Butler. Raggiunse il 52° posto della Billboard Hot 100 nel 1972, il miglior piazzamento della band in quella classifica. La versione dal vivo di Reunion (1998) vinse il Grammy 2000 per la miglior performance metal.
J
Jailhouse Rock, Elvis Presley (1957)
Fu scritta da Jerry Leiber e Mike Stoller per il terzo film di Elvis Presley, Jailhouse Rock, e registrata il 30 aprile 1957 ai Radio Recorders di Los Angeles. Il singolo RCA Victor uscì il 24 settembre 1957, con “Treat Me Nice” sul lato B. Rimase sette settimane al primo posto della Billboard Hot 100 in autunno, arrivò in vetta nel Regno Unito per tre settimane all’inizio del 1958 e fu numero uno anche nelle classifiche country e R&B statunitensi. È entrata nella Grammy Hall of Fame nel 2016 ed è al 67° posto nella lista delle 500 migliori canzoni di Rolling Stone. Rolling Stone ha notato che i due autori l’avevano concepita con ironia, mentre Presley la cantò come puro rock and roll. Alcuni studiosi leggono nel testo sottintesi omoerotici; è un’interpretazione della critica, non una dichiarazione degli autori. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione degli autori sul significato.
Jealous Guy, John Lennon (1971)
Nasce nel 1968 come Child of Nature, con un primo testo ispirato a una lezione del Maharishi Mahesh Yogi durante il ritiro dei Beatles a Rishikesh; Lennon ne incise un demo a casa di George Harrison, a Esher, nel maggio 1968 e lo riprese nel gennaio 1969 durante le sessioni di Let It Be. Il testo di Jealous Guy sostituì quello originale per l’album Imagine (9 settembre 1971): incisione il 24 maggio 1971 agli Ascot Sound Studios, con il pianoforte di Nicky Hopkins e gli archi aggiunti il 4 luglio a New York. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Lennon sul significato; i commentatori lo leggono come una confessione sulle proprie insicurezze e sul male fatto a chi amava. Non uscì come singolo in vita sua: il 45 giri è del 18 novembre 1985 (65º posto britannico). La cover dei Roxy Music, uscita nel febbraio 1981, fu prima nel Regno Unito per due settimane.
Jeremy, Pearl Jam (1992)
Testo di Eddie Vedder, musica di Jeff Ament: è il terzo singolo di Ten (1991), uscito nell’agosto 1992. Vedder partì da un articolo di giornale del 1991 su Jeremy Wade Delle, quindicenne di Richardson, in Texas, che si uccise con un colpo di pistola davanti alla sua classe di inglese, e si ispirò anche a una sparatoria avvenuta in una scuola media di San Diego frequentata da un suo ex compagno. In un’intervista del 2009 disse di aver sentito il bisogno di «prendere quel piccolo articolo e farne qualcosa». Il videoclip originale fu rifiutato da Epic e MTV; la versione di Mark Pellington, dalla quale MTV tolse l’arma nel finale, vinse quattro MTV Video Music Awards nel 1993, compreso quello di video dell’anno. Molti spettatori fraintesero il finale, cosa che Pellington ha contestato. Il singolo raggiunse il 5° posto nelle classifiche rock e alternative statunitensi e il 15° nel Regno Unito, ed ebbe due candidature ai Grammy.
Johnny B. Goode, Chuck Berry (1958)
Scritta e cantata da Chuck Berry, fu incisa a Chicago per la Chess Records nel 1958 con Lafayette Leake al piano, Willie Dixon al basso e Fred Below alla batteria. Il singolo uscì il 31 marzo 1958, con «Around and Around» sul lato B, e arrivò all’ottavo posto della Billboard Hot 100 e al secondo della classifica R&B. Il pianista Johnnie Johnson ne è stato l’ispirazione iniziale, ma il testo parla soprattutto di Berry: lui stesso lo ha definito in parte autobiografico, e ha spiegato di aver sostituito con «country boy» l’espressione razziale originaria riferita al protagonista, per avere più possibilità di passaggi radiofonici. Il titolo richiama anche Goode Avenue, a St. Louis, dove Berry è nato. La registrazione è stata inserita nel disco d’oro delle sonde Voyager (1977) e compare in Ritorno al futuro (1985).
Jolene, Dolly Parton (1973)
Scritta e cantata da Dolly Parton, è stata registrata il 22 maggio 1973 ai RCA Studio B di Nashville, con la produzione di Bob Ferguson, e pubblicata nel gennaio 1974. Sul significato esiste una dichiarazione diretta dell’autrice: Parton ha raccontato di essersi ispirata a una cassiera di banca dai capelli rossi che flirtava con il marito Carl Dean, all’epoca sposato da poco, mentre nome e aspetto di Jolene sarebbero quelli di una giovane fan salita sul palco per chiedere un autografo. Il brano fu il suo secondo numero uno solista nella classifica country statunitense (febbraio 1974) e nel 1976 arrivò al 7º posto nel Regno Unito. Rolling Stone lo ha messo al 63º posto nella lista del 2021. Tra le cover, quelle di Olivia Newton-John (1976) e dei White Stripes (2004), questa al 16º posto britannico.
Jump, Van Halen (1983)
Firmata da Michael Anthony, David Lee Roth, Alex Van Halen ed Edward Van Halen, è uscita nel dicembre 1983 come singolo apripista di 1984, prodotto da Ted Templeman. Ha raggiunto il primo posto della Hot 100 statunitense ed è arrivato al 7° posto nel Regno Unito. Sul testo c’è una dichiarazione dell’autore: Roth ha raccontato che l’idea nacque da un servizio televisivo su una persona sul punto di buttarsi, con uno spettatore che la incitava; ne parlò con il roadie Larry Hostler, che a suo dire contribuì molto al risultato. La versione finale, però, è un invito all’azione, alla vita e all’amore, e non parla di suicidio. Templeman ricorda che Roth scrisse le parole il pomeriggio in cui si registrarono le voci. Il riff di tastiera, suonato con un Oberheim OB-Xa, fu scritto da Eddie Van Halen intorno al 1981 e inizialmente non convinse gli altri membri. Daryl Hall ha riferito che Eddie gli disse di averlo ripreso da «Kiss on My List», ma la circostanza ci è nota solo dal racconto di Hall.
K
Karma Police, Radiohead (1997)
“Karma Police” è uscita il 25 agosto 1997 come secondo singolo di OK Computer, prodotta da Nigel Godrich e dalla band e firmata da tutti e cinque i membri. Sul significato Thom Yorke ha parlato di un brano sullo stress e sulla sensazione di essere osservati in modo ostile, “contro i capi”; lui e Jonny Greenwood hanno però precisato che è anche ironico e non del tutto serio. Il titolo nasce da una battuta interna al gruppo: minacciare di chiamare la “polizia del karma” contro chi si comportava male. Il riferimento al ronzio di fondo, secondo Yorke, è legato al “fridge buzz”, tema ricorrente del disco. In classifica arrivò all’8° posto nel Regno Unito e al primo in Islanda. Il video di Jonathan Glazer, girato dal punto di vista di un’auto che insegue un uomo, vinse la miglior regia agli MTV Video Music Awards 1997.
Kashmir, Led Zeppelin (1975)
Contenuta in Physical Graffiti (1975), è accreditata a Jimmy Page e Robert Plant, con il contributo di John Bonham; John Paul Jones non compare tra gli autori perché arrivò in ritardo alle prime sessioni. Page ne incise una demo con Bonham alla fine del 1973, poi Plant aggiunse testo e sezione centrale e Jones, all’inizio del 1974, orchestrazione e Mellotron; per archi e fiati furono chiamati musicisti di studio. Page usò una chitarra Danelectro e l’accordatura DADGAD. Quanto al titolo, nessuno dei quattro era mai stato in Kashmir: Plant si ispirò a un viaggio in auto attraverso una zona desertica del sud del Marocco, dopo il tour americano del 1973. Tutti i membri la considerano tra i loro risultati musicali migliori. Nel 1994 Page e Plant ne incisero una versione con un’orchestra egiziana e marocchina per No Quarter, e la band la eseguì alla O2 Arena di Londra il 10 dicembre 2007.
Killer Queen, Queen (1974)
Scritta da Freddie Mercury per Sheer Heart Attack, è uscita come singolo l’11 ottobre 1974, in doppio lato A con «Flick of the Wrist». Arrivò al 2° posto nel Regno Unito e al 12° nella Hot 100 statunitense: fu il primo successo americano dei Queen. Sul tema c’è una dichiarazione diretta dell’autore: Mercury ha detto che parla di una escort d’alto bordo, spiegando che anche le persone di classe possono prostituirsi (parafrasi), e che preferiva lasciare agli ascoltatori la propria interpretazione. Ha aggiunto di aver scritto prima il testo e poi la melodia, l’opposto del suo solito metodo. Del brano si ricordano il solo di chitarra multitraccia di Brian May e le armonie vocali a quattro parti; fu registrato in parte ai Rockfield Studios, in Galles. Le fonti che ho consultato non indicano nessuna persona reale che abbia ispirato il personaggio.
Killing in the Name, Rage Against the Machine (1992)
È il primo singolo dell’album d’esordio omonimo dei Rage Against the Machine, inviato alle radio statunitensi il 20 ottobre 1992 e pubblicato nel Regno Unito il 15 febbraio 1993. Il brano denuncia la brutalità della polizia e il razzismo all’interno delle forze dell’ordine; i critici lo collegano al pestaggio di Rodney King e alle rivolte di Los Angeles del 1992, e il ritornello accosta il dipartimento di polizia di Los Angeles al Ku Klux Klan. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dettagliata dell’autore: Tom Morello ha parlato del pezzo come di un lavoro collettivo. Nel dicembre 2009 una campagna nata su Facebook lo portò al primo posto della classifica britannica, battendo il singolo del vincitore di X Factor: il 20 dicembre 2009 superò le 500.000 copie, primo Christmas number one solo in download, e la raccolta fondí a favore dell’ente Shelter.
Kiss, Prince (1986)
Uscita il 5 febbraio 1986 come primo singolo dell’album Parade, fu incisa il 27 e 28 aprile 1985 ai Sunset Sound; Prince la scrisse e la produsse, con David Z. come coproduttore. La sua storia è curiosa: il brano fu dato in origine ai Mazarati, che avevano chiesto a Prince un pezzo per il loro disco d’esordio e ricevettero un demo acustico grezzo; lui lo rifinì poi per conto proprio, tenendo ritmica e cori della band. Il bassista Brownmark sostiene di averlo coscritto e di non aver ricevuto il credito promesso. Prince insistette per pubblicare quella versione minimale, nonostante le perplessità della Warner. Arrivò al primo posto della Billboard Hot 100 per due settimane (il suo terzo numero uno dopo “When Doves Cry” e “Let’s Go Crazy”) e al sesto nel Regno Unito, e vinse il Grammy per la migliore performance R&B di un duo o gruppo con voce. Nel 1988 gli Art of Noise ne incisero una versione con Tom Jones, quinta nel Regno Unito.
Knockin’ on Heaven’s Door, Bob Dylan (1973)
Scritta da Bob Dylan per la colonna sonora di Pat Garrett e Billy the Kid (1973), il film di Sam Peckinpah, è stata pubblicata come singolo nell’agosto 1973, due mesi dopo la prima del film. Nella pellicola accompagna la morte di uno sceriffo, interpretato da Slim Pickens, che chiama “mamma” la moglie, Katy Jurado: è il contesto in cui nasce il testo. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Dylan sul significato. Raggiunse il 12º posto negli Stati Uniti e il 14º nel Regno Unito. Tra le versioni più note, quella di Eric Clapton (1975) e quella dei Guns N’ Roses, uscita in Use Your Illusion II (1991), che arrivò al secondo posto nel Regno Unito. Nel 1996 una versione con una nuova strofa dedicata alle vittime di Dunblane, scritta da Ted Christopher con il consenso di Dylan, fu prima in classifica nel Regno Unito.
L
La canzone dell’amore perduto, Fabrizio De André (1966)
Uscì come singolo nel marzo 1966, lato A di un 45 giri con «La ballata dell’amore cieco (o della vanità)», ed è inclusa nell’album Tutto Fabrizio De André dello stesso anno. La musica si basa sull’Adagio del Concerto per tromba, archi e basso continuo in re maggiore di Telemann (TWV 51:D7), composto tra il 1708 e il 1714; il nome di Telemann non compare sulla copertina del 45 giri. Secondo la voce di Wikipedia, De André si ispirò alla fine del suo amore con la prima moglie, Enrica Rignon, detta Puny, ma la pagina non indica una fonte precisa per questo episodio e non attribuisce a lui una dichiarazione sul significato. Il brano racconta i sentimenti di un amore finito, a differenza di Amore che vieni, amore che vai, che parla della caducità del sentimento in generale. Tra le riprese ci sono quelle di Franco Battiato (1999), Gino Paoli (2003) e Claudio Baglioni (2006).
La cura, Franco Battiato (1996)
È in L’imboscata, scritta da Battiato con il filosofo Manlio Sgalambro. Battiato l’ha definita una «preghiera al contrario»: qui è Dio a consolare l’umanità, non il contrario. Nacque dopo la morte della madre del cantautore, Grazia. Il testo si presta a più letture: un dialogo d’amore, un colloquio tra genitore e figlio, una riflessione interiore. Fu canzone dell’anno al Premio italiano della musica e ha tre dischi di platino. Nel 2010 Battiato la riregistrò con Lucio Dalla, Gianni Morandi e altri per un disco benefico; tra le cover ci sono quelle di Celentano, Fiorella Mannoia e Massimo Ranieri.
La cura per me, Giorgia (2025)
Non va confusa con “La cura” di Battiato. È il brano con cui Giorgia ha partecipato al Festival di Sanremo 2025, scritto da lei insieme a Blanco (Riccardo Fabbriconi) e Michelangelo (Michele Zocca) e pubblicato come singolo il 12 febbraio 2025. Giorgia lo ha descritto come una canzone che racconta una ricerca attraverso un sentimento molto forte, con momenti di paura e solitudine, e che si chiude con la speranza di guarire grazie a quel sentimento e a sé stessi: è una dichiarazione dell’artista, non una lettura dei critici. Al Festival si è classificata sesta e ha ricevuto il Premio TIM. Ha debuttato al quarto posto della classifica FIMI dei singoli, salendo poi al secondo, ed è entrata nella Billboard Global 200; secondo Wikipedia ha superato le 100.000 copie.
La donna cannone, Francesco De Gregori (1983)
De Gregori scrisse prima la musica e poi cercò per settimane i versi giusti. L’ispirazione venne da un articolo di giornale su una donna che aveva lasciato il circo dopo aver lavorato come donna cannone. Il brano nacque come tema del film Flirt e uscì nel 1983 su un EP della RCA Italiana, con «Canta canta» come retro del singolo. Andò al primo posto in Italia e oggi ha il doppio disco di platino. La lettura del testo resta a chi ascolta. Tra le molte cover ci sono quelle di Mia Martini, Ornella Vanoni, Joan Baez e Gianna Nannini; nel 2022 l’ha riregistrata in duetto con Antonello Venditti.
La guerra di Piero, Fabrizio De André (1966)
Compare per la prima volta nella raccolta Tutto Fabrizio De André (1966). Il testo è di Fabrizio De André; l’arrangiamento è di Vittorio Centanaro, che secondo le fonti ne compose anche la musica senza firmarla perché non iscritto alla SIAE. È un brano antimilitarista, scritto tre anni dopo «La ballata dell’eroe», con lo stile di Georges Brassens come riferimento. De André disse di aver parlato della guerra soprattutto in questa canzone, ispirata ai racconti dello zio materno Francesco Amerio, che aveva combattuto in Albania ed era tornato dopo la prigionia in un campo di concentramento. Le fonti segnalano echi di Le dormeur du val di Rimbaud e della canzone Dove vola l’avvoltoio? di Italo Calvino. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022 è diventata la sigla di Che tempo che fa.
L’avvelenata, Francesco Guccini (1976)
Scritta da Francesco Guccini, è contenuta nell’album Via Paolo Fabbri 43 (1976; la pagina consultata non dà l’anno in modo esplicito). Nasce come polemica con il critico Riccardo Bertoncelli, che nel 1975 aveva stroncato su Gong l’album Stanze di vita quotidiana: Guccini lo citò in un brano eseguito dal vivo. Dopo un articolo in cui Bertoncelli riportava la critica, i due si incontrarono a casa del cantautore e chiarirono; Guccini si offrì di togliere il nome dal pezzo, ma Bertoncelli rifiutò. Nelle note del disco Guccini si definisce un cantastorie, non un poeta, dice di aver espresso le sue idee con ironia e tono grottesco e si scusa con l’amico citato. Secondo il racconto di Bertoncelli, il cantautore presentò il brano come uno sfogo da concerto che non doveva finire su disco.
Layla, Derek and the Dominos (1970)
È firmata da Eric Clapton e Jim Gordon, che scrissero separatamente i due movimenti contrastanti del brano, ed è la tredicesima traccia dell’unico album in studio del gruppo, Layla and Other Assorted Love Songs. Titolo e tema vengono dalla storia persiana di Layla e Majnun, che Clapton ricevette da Ian Dallas e che Nizami Ganjavi rielaborò nel XII secolo; Clapton la scrisse anche per il suo amore non corrisposto verso Pattie Boyd, moglie dell’amico George Harrison. Secondo Clapton nacque come ballata e fu Duane Allman a ideare il riff che la trasformò in un brano rock; la coda al pianoforte è accreditata a Gordon. Il singolo del 1971 si fermò al 51° posto negli Stati Uniti; la versione integrale, ripubblicata nel 1972, arrivò al 7° posto nel Regno Unito e al 10° negli Stati Uniti.
Le ali, Max Pezzali (2026)
È un brano nuovo, uscito a inizio ottobre 2026: Max Pezzali l’ha scritto con Davide Ferrario, musicista che collabora con lui da molti anni. Accompagna la seconda stagione della serie Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, in onda su Sky e Now dal 9 ottobre, e il video mescola scene della serie e ricordi tratti da vecchie scatole che Pezzali ha riaperto. Compare tra le novità legate a Max Forever Vol. 2, in uscita il 30 ottobre, ma le fonti non dicono se il pezzo sia nella tracklist. Sul significato, la lettura di Sorrisi è che parli della voglia di rischiare nonostante la paura di fallire e della lealtà e fratellanza che segnano il rapporto con Mauro Repetto: è un’interpretazione della testata. Nelle fonti che ho consultato non c’è una dichiarazione di Pezzali sul testo, e non risultano posizioni in classifica.
Let It Be, The Beatles (1970)
Uscì come singolo il 6 marzo 1970 per la Apple, con «You Know My Name (Look Up the Number)» sul retro, ed è anche la title track dell’album, in un mixaggio diverso. La scrisse e la canta Paul McCartney, credita a Lennon–McCartney. McCartney ha raccontato di aver sognato la madre, Mary, morta di cancro nel 1956 quando lui aveva 14 anni, e di aver trovato bello «visitarla di nuovo»; in un’altra intervista ha detto che nel sogno lei gli diceva che sarebbe andato tutto bene e che doveva lasciar correre. Il road manager Mal Evans sostenne invece nel 1975 che l’idea fosse nata dopo una visione avuta da McCartney durante il soggiorno in India del 1968: è la versione di un’altra persona, non dell’autore. Molti ascoltatori leggono in «Mother Mary» un richiamo alla Vergine; McCartney ha in genere lasciato libertà di interpretazione. Negli Stati Uniti debuttò al sesto posto, il miglior debutto fino ad allora, e restò due settimane al primo in aprile; nel Regno Unito arrivò al secondo. Fu l’ultimo singolo dei Beatles prima dell’annuncio dell’addio di McCartney.
Light My Fire, The Doors (1967)
Compare nell’album d’esordio dei Doors, uscito il 4 gennaio 1967, e come singolo il 24 aprile dello stesso anno. La musica nasce da Robby Krieger, anche se il credito andò a tutto il gruppo: Jim Morrison scrisse la seconda strofa e parte del ritornello, Ray Manzarek aggiunse l’introduzione d’organo, John Densmore suggerì il ritmo latino. Krieger ha detto di essersi ispirato alla melodia di «Hey Joe» e al testo di «Play with Fire» dei Rolling Stones; Manzarek ha definito le parti strumentali un omaggio a John Coltrane. Sul disco dura 7 minuti e 6; per le radio il produttore Paul Rothchild portò il singolo a 2 minuti e 52, tagliando quasi tutta la parte strumentale. Restò tre settimane al primo posto della Billboard Hot 100. Il 17 settembre 1967, al programma di Ed Sullivan, ai Doors fu chiesto di cambiare un verso che gli sponsor ritenevano un riferimento alla droga; Morrison cantò la versione originale e il gruppo non fu più invitato.
Like a Rolling Stone, Bob Dylan (1965)
Uscì come singolo il 20 luglio 1965 per la Columbia, con «Gates of Eden» sul retro, e apre Highway 61 Revisited, pubblicato a fine agosto. Fu registrata il 15 e 16 giugno 1965 nello Studio A di New York con Tom Wilson alla produzione: fu l’ultima canzone che Wilson produsse per Dylan. Sull’origine Dylan ha raccontato che il brano nacque da un lungo sfogo scritto di getto, dieci o venti pagine a seconda delle versioni, e nel 1966, in un’intervista alla CBC, lo ha definito una svolta che lo spinse a dedicarsi alle canzoni più che a romanzi o testi teatrali. La prima esecuzione dal vivo fu al Newport Folk Festival il 25 luglio 1965, dove parte del pubblico folk contestò le chitarre elettriche. I critici la leggono come risentimento più che come canzone d’amore: per Robert Shelton parla di perdita dell’innocenza e durezza dell’esperienza. Gli accostamenti ai personaggi del suo giro, come Edie Sedgwick e Andy Warhol, restano congetture. Negli Stati Uniti arrivò al secondo posto della Hot 100, davanti c’era «Help!» dei Beatles, e nel Regno Unito al quarto. Rolling Stone l’ha messa al primo posto tra le 500 migliori canzoni nel 2004 e nel 2010, al quarto nel 2021.
Lithium, Nirvana (1991)
È scritta da Kurt Cobain ed è la quinta traccia di Nevermind (DGC Records, 1991); fu il terzo singolo estratto dall’album. Cobain, in un’intervista a Flipside del 1992, la descrisse come il racconto di fantasia di un uomo che, dopo la morte della fidanzata, si volge alla religione come ultima risorsa per restare vivo e decide di trovare Dio prima di uccidersi. Aggiunse che la religione può fare bene a chi ne trae salvezza e che il pezzo poteva essere stato in parte suggerito dal periodo passato con una famiglia di cristiani rinati. Negli Stati Uniti arrivò al 64° posto della Billboard Hot 100, nel Regno Unito all’11° e in Finlandia al primo. Il video, diretto da Kevin Kerslake, monta immagini del concerto del 31 ottobre 1991 al Paramount Theatre di Seattle e di 1991: The Year Punk Broke.
Livin’ on a Prayer, Bon Jovi (1986)
Gli autori sono Jon Bon Jovi, Richie Sambora e Desmond Child. Il pezzo sta in Slippery When Wet (1986), prodotto da Bruce Fairbairn e registrato al Little Mountain Studio di Vancouver. Bon Jovi ha spiegato che racconta di due ragazzi, Tommy e Gina, alle prese con le difficoltà della vita, e che i due «rappresentano uno stile di vita». Secondo le fonti la storia si ispira a fatti visti dai tre autori negli anni Settanta: lo sciopero dei portuali del 1977 per il lavoro perso da Tommy, e la fidanzata di Child di allora, cameriera in un locale, soprannominata Gina dalle colleghe. Il riff è suonato da Sambora con la talk box. Bon Jovi non amava la prima registrazione, rimasta come traccia nascosta in una raccolta; Sambora lo convinse e il brano fu rifatto con un nuovo basso e la talk box. Rimase quattro settimane al primo posto della Billboard Hot 100 (14 febbraio–14 marzo 1987) ed è disco di diamante negli Stati Uniti.
Lola, The Kinks (1970)
Scritta e prodotta da Ray Davies, è uscita nel Regno Unito il 12 giugno 1970 dall’album Lola Versus Powerman and the Moneygoround, Part One. Davies ha detto che nasce da un episodio reale ma non in ogni dettaglio: in un locale rifiutò l’invito a ballare di una donna vistosa, che se ne andò con il suo manager. Un’altra versione che ha dato riguarda una serata a Parigi del manager Robert Wace con un travestito; Davies ha invece negato che parli di un appuntamento con Candy Darling. Nel testo originale compariva «Coca-Cola», incompatibile con le regole della BBC sulla pubblicità: Davies andò e tornò da New York a Londra per sostituirla con «cherry cola». Fu seconda nel Regno Unito e nona negli Stati Uniti.
London Calling, The Clash (1979)
Uscì come singolo il 7 dicembre 1979 per la CBS, con «Armagideon Time» sul retro, ed è l’unico singolo britannico tratto dal doppio album omonimo. La firmano Joe Strummer e Mick Jones; la produzione è di Guy Stevens e fu registrata ai Wessex Studios di Highbury, a nord di Londra, tra agosto-settembre e novembre 1979. Il testo nasce dalla preoccupazione per quello che accadeva nel mondo, a partire dall’incidente nucleare di Three Mile Island dello stesso anno, e i riferimenti all’inondazione vengono dal timore che una piena del Tamigi sommergesse buona parte del centro di Londra (la barriera sul Tamigi aprì tre anni dopo). Strummer ha detto che il gruppo si sentiva in bilico su un pendio e che non c’era nessuno ad aiutarli. Fotografa anche la situazione dei Clash nel 1979, con debiti, nessun manager e una disputa con la CBS sul pubblicare un disco singolo o doppio, mentre il tema della «falsa Beatlemania» riguarda le preoccupazioni della band dopo la fine del boom punk inglese del 1977. In Gran Bretagna arrivò all’undicesimo posto nel gennaio 1980, il miglior piazzamento fino a «Should I Stay or Should I Go», che arrivò al numero uno dieci anni dopo; negli Stati Uniti il singolo fu «Train in Vain». Per il disco, ho scritto la recensione di London Calling dei Clash.
Lose Yourself, Eminem (2002)
Il testo è di Eminem (Marshall Mathers); la musica porta anche la firma di Jeff Bass e Luis Resto, con cui l’ha prodotta. È il singolo principale della colonna sonora di 8 Mile ed è uscita il 28 ottobre 2002. Eminem ha raccontato di averla scritta sul set, nelle pause delle riprese; il testo parte dal passato del personaggio di B-Rabbit e la prima strofa riassume gran parte della trama del film. Secondo l’ingegnere del suono Steven King fu incisa in uno studio portatile, una strofa per volta. Arrivò al primo posto nella Hot 100 il 9 novembre 2002 e vi rimase per 12 settimane, il primo numero uno statunitense di Eminem. Ha vinto l’Oscar per la migliore canzone originale, il primo assegnato a un brano rap; sul palco andò a ritirarlo Luis Resto.
Losing My Religion, R.E.M. (1991)
Singolo dei R.E.M. uscito il 19 febbraio 1991, apre l’album Out of Time. Il riff nasce dal mandolino di Peter Buck, che stava imparando a suonarlo e con quello strumento scrisse riff e ritornello; il testo è di Michael Stipe. Il titolo è un’espressione del Sud degli Stati Uniti che indica perdere la pazienza o sentirsi frustrati e disperati, non perdere la fede. Stipe ha detto che il brano riguarda l’espressione dei sentimenti e l’amore non corrisposto; il testo ruota attorno alla disillusione. Raggiunse il 4° posto della Billboard Hot 100, restando in classifica 21 settimane: il maggior successo americano della band. Il video di Tarsem Singh vinse sei premi agli MTV Video Music Awards 1991, tra cui Video dell’anno; ai Grammy 1992 il brano ottenne il premio per il miglior video musicale e quello per la miglior performance pop di un gruppo. Dal 2017 è nella Grammy Hall of Fame.
Love Will Tear Us Apart, Joy Division (1980)
Firmata da Ian Curtis, Peter Hook, Stephen Morris e Bernard Sumner, uscì nel giugno 1980 per Factory Records come singolo fuori album, prodotto da Martin Hannett; un mese dopo il suicidio di Curtis. Il testo attinge, secondo le ricostruzioni, al matrimonio in crisi del cantante con Deborah Woodruff, all’epilessia diagnosticata nel 1979 e alla relazione con la giornalista belga Annik Honoré, che anni dopo la definì platonica; nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Curtis in prima persona. Stephen Morris ricorda che in quel periodo la band ascoltava Sinatra, gli Sparks e le produzioni di Giorgio Moroder. Raggiunse il 13° posto nel Regno Unito e il primo in classifica indipendente; l’NME la elesse miglior singolo di tutti i tempi nel 2002 e Rolling Stone la colloca al 41° posto nella lista del 2021. Il video, girato il 25 aprile 1980 a Manchester, è l’unico della band.
Luci a San Siro, Roberto Vecchioni (1971)
Il testo è di Roberto Vecchioni, la musica di Andrea Lo Vecchio e Giorgio Antola; è del 1971, compare nell’album Parabola e non è mai uscita come singolo. Qualche mese prima Rossano aveva pubblicato un 45 giri con un testo completamente diverso, intitolato «Ho perso il conto». Secondo la voce di Wikipedia, le parole ricordano l’amore giovanile di Vecchioni per Adriana, vicina di casa e sua fidanzata dal 1964 al 1968, e sono insieme un omaggio a Milano e alla giovinezza e un atto d’accusa contro l’ambiente dei produttori discografici. Nelle fonti che ho consultato non c’è una dichiarazione diretta dell’autore sul significato: la lettura è quella dei commentatori. Francesco Guccini, eseguendola in concerto, ha detto di rimpiangere di non averla scritta lui. Il brano compare anche nel film Tre uomini e una gamba di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Lust for Life, Iggy Pop (1977)
Fu scritta da Iggy Pop e David Bowie, che la compose all’ukulele e la produsse; fu registrata nel giugno 1977 agli Hansa Studio di Berlino Ovest ed è il brano che dà il titolo all’album. Il singolo uscì nell’ottobre 1977 in Olanda e Belgio, con «Success» sul lato B. Il celebre attacco di batteria, suonato da Hunt Sales, si rifà al segnale di chiamata dell’Armed Forces Network, captato da Pop e Bowie mentre aspettavano la messa in onda di Starsky & Hutch; il ritmo discende a sua volta da due brani Motown del 1966, «You Can’t Hurry Love» e «I’m Ready for Love». Sul significato, Pop ha detto nel 1999 di aver pensato che «l’America avrebbe ballato» su questo pezzo; Ray Manzarek e Danny Sugerman hanno invece riferito nel 1995 che i primi versi parlano di «Gypsy Johnny», lo spacciatore di eroina dei Doors, ormai morto. Il successo maggiore arrivò con Trainspotting (1996): ripubblicata l’11 novembre 1996, raggiunse il n. 26 nel Regno Unito.
M
Ma il cielo è sempre più blu, Rino Gaetano (1975)
È un singolo di Rino Gaetano pubblicato nell’estate 1975 dalla It. La canzone fu composta con la chitarra; il giro di accordi dell’introduzione fu ideato da Arturo Stalteri, che Gaetano approvò subito. La versione completa, di 8 minuti e 23 secondi, è uscita nel 1990 nella raccolta Gianna e le altre…, mentre un remix di Molella del 2003 è la traccia portante di Sotto i cieli di Rino. Secondo la scheda di Wikipedia ha venduto oltre 50.000 copie e ha una certificazione FIMI; la pagina non riporta posizioni in classifica. Il testo procede per elenchi, con un «chi» ripetuto riferito a persone e mestieri. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Gaetano sul significato, ma solo il suo commento sulla scelta dell’introduzione. Rolling Stone Italia nel 2020 l’ha presentata come «la canzone perfetta contro la paura»: è una lettura del giornale, non una dichiarazione dell’autore.
Mad World, Tears for Fears (1982)
La scrisse Roland Orzabal e la canta Curt Smith. Fu il terzo singolo dei Tears for Fears e il loro primo successo: nel novembre 1982 arrivò al 3° posto in Gran Bretagna ed è stato il dodicesimo singolo più venduto dell’anno nel Regno Unito. Orzabal ha raccontato che il brano nacque quando abitava sopra una pizzeria a Bath, da dove guardava il centro della città; ha scherzato dicendo che Bath è «molto pazza» e che avrebbe dovuto intitolarlo «Bourgeois World». Le letture più psicologiche del testo sono interpretazioni di chi commenta, non sue dichiarazioni. Nel 2001 Michael Andrews e Gary Jules ne incisero una versione per pianoforte per la colonna sonora di Donnie Darko: la registrarono in circa un’ora e mezza. Uscita come singolo il 15 dicembre 2003, quella cover fu numero uno di Natale nel Regno Unito il 21 dicembre 2003, davanti ai Darkness, e restò al primo posto per tre settimane.
Maledetta primavera, Loretta Goggi (1981)
Il testo è di Amerigo Cassella, la musica di Gaetano «Totò» Savio. Fu pubblicata nel 1981 sul 45 giri con «Mi solletica l’idea» e nell’album Il mio prossimo amore. Al Festival di Sanremo 1981 si piazzò seconda, dietro «Per Elisa» di Alice. Nella classifica italiana raggiunse il primo posto nella settimana del 21 marzo 1981 e restò in classifica per quattordici settimane. Il brano nacque con il titolo provvisorio «Benedetta primavera» e doveva essere la sigla finale del programma Hello Goggi su Canale 5; poiché la messa in onda slittò, fu proposto a Sanremo. Secondo Wikipedia fu la stessa Goggi a insistere sull’aggettivo «maledetta», che i discografici ritenevano troppo aggressivo. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato del testo. Negli anni è diventato un inno del pubblico LGBT. La FIMI ha assegnato un disco d’oro d’annata (29 ottobre 2018) e due dischi di platino (2021 e 2024).
Mamma Mia, ABBA (1975)
Sesto singolo degli ABBA, uscito a settembre 1975 e registrato il 12 marzo ai Metronome Studios di Stoccolma; apre l’album ABBA. È firmato da Benny Andersson, Björn Ulvaeus e Stig Anderson, con Andersson e Ulvaeus alla produzione, e le voci soliste sono di Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad. Il testo racconta il rapporto altalenante della narratrice con un amante ripetutamente infedele; il titolo è un’esclamazione italiana di sorpresa o angoscia. Il suono di marimba in apertura fu aggiunto, secondo la voce consultata, all’ultimo momento. Non era nata come singolo: fu proposta ai Brotherhood of Man, che rifiutarono. Raggiunse il 1° posto nel Regno Unito nel gennaio 1976 e per dieci settimane in Australia, il 32° negli Stati Uniti. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione degli autori che vada oltre il testo.
Marea, Vasco Rossi (1996)
Chiude l’album Nessun pericolo… per te (1996) ed è tornata in primo piano nel 2026: Vasco l’ha eseguita dal vivo per la prima volta durante il tour negli stadi e ne ha fatto il primo singolo dell’album dal vivo Vasco Live 20 | 26 The Essentials, annunciato dopo il tour. Video e singolo sono usciti il 2 ottobre 2026, con l’apertura dei preordini; il disco completo è atteso per il 27 novembre (EMI/Universal). Vasco ha presentato l’anteprima con la formula scherzosa «abusiva, esclusiva, planetaria». Rolling Stone Italia, nel titolo dell’articolo sulla versione dal vivo, parla di una «fotografia dell’abisso»: è una lettura della testata, non una dichiarazione dell’autore. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Vasco sul significato del testo, quindi non gliela attribuisco.
Money, Pink Floyd (1973)
Scritta da Roger Waters, apre il secondo lato di The Dark Side of the Moon (1973). È in gran parte in tempo di 7/4, come ha confermato Rick Wright, e si apre con un loop di sette battiti ottenuto da monete, registratore di cassa e carta strappata. Negli Stati Uniti uscì come singolo il 7 maggio 1973 in una versione accorciata, con gran parte degli assoli tagliati, e raggiunse il 13º posto della Billboard Hot 100, il primo grande successo americano della band; in Italia arrivò al 15º posto. Il testo è una critica al denaro e al capitalismo. Waters ha detto di essere «diventato un capitalista» dopo aver considerato il socialismo, e di sperare che l’umanità evolva in una creatura più cooperativa e meno competitiva.
Moon River, Henry Mancini e Johnny Mercer (1961)
La musica è di Henry Mancini, il testo di Johnny Mercer, e il brano fu scritto per essere cantato da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (1961): sui titoli di testa si sente la versione strumentale, mentre le parole arrivano quando Holly Golightly lo canta seduta sulla scala antincendio. Il titolo di lavoro di Mercer era «Blue River». Il testo viene collegato all’infanzia di Mercer a Savannah, in Georgia, tra corsi d’acqua e more di bosco raccolte da bambino, con un richiamo a Huckleberry Finn. Il critico Robert Wright l’ha letta come un amore per il desiderio di andare altrove, ed è un’interpretazione. Vinse l’Oscar per la migliore canzone originale e ai Grammy del 1962 il premio come registrazione e canzone dell’anno. La versione di Mancini è entrata nella Grammy Hall of Fame nel 1999. Andy Williams ne fece il suo tema: l’album Moon River and Other Great Movie Themes (1962) arrivò al terzo posto della classifica statunitense.
Mr. Brightside, The Killers (2003)
La firmano Brandon Flowers e Dave Keuning: Keuning scrisse la musica prima di conoscere Flowers, che aggiunse testo e ritornello. Fu tra i primi brani della band; un demo fu registrato a Henderson, in Nevada, nel novembre 2001 e distribuito gratis ai concerti nel 2002. Flowers ha attinto a un fatto reale: entrò in un locale di Las Vegas, il Crown and Anchor, e trovò la fidanzata con un altro; la canzone nacque dopo la fine di quella prima storia. Il batterista Ronnie Vannucci Jr. è accreditato per l’attacco di batteria. Esordio su singolo nel Regno Unito il 29 settembre 2003 (Lizard King), ripubblicato il 24 maggio 2004 e inserito in Hot Fuss. Raggiunse il decimo posto in Regno Unito e, nel giugno 2005, anche nella Hot 100 statunitense. È diventata la canzone più longeva nella classifica britannica: nell’aprile 2021 fu la prima a toccare le 260 settimane, e a maggio 2024 divenne la più venduta del Regno Unito mai arrivata al primo posto.
My Way, Frank Sinatra (1969)
È la versione inglese di «Comme d’habitude», scritta nel 1967 da Jacques Revaux su testo di Gilles Thibaut e Claude François. Il testo inglese, che non è una traduzione, è di Paul Anka, che lo scrisse dopo aver ascoltato il brano alla radio in Francia. Frank Sinatra la incise e la pubblicò come singolo nel 1969. Secondo la voce di Wikipedia, il cantante non ne era entusiasta e disse più volte di non apprezzarla; fu la figlia Nancy a convincerlo, vedendovi il mito dell’uomo che si è fatto da sé. L’altra figlia, Tina, ha riferito alla BBC che il padre la giudicava «autoindulgente e autocelebrativa». Nel Regno Unito arrivò quinta, con 75 settimane tra le prime 40 della classifica dei singoli, e nel 2000 entrò nella Grammy Hall of Fame. Sid Vicious ne incise una versione parodistica, uscita nel 1979 in Sid Sings.
N
Nel blu dipinto di blu (Volare), Domenico Modugno (1958)
La musica è di Domenico Modugno, il testo di Modugno e di Franco Migliacci. Secondo il racconto di Migliacci, le prime strofe risalgono al giugno 1957 e nacquero guardando due quadri di Marc Chagall: l’immagine di un uomo che si dipinge di blu e sogna di volare. Il titolo di lavoro era «Sogno in blu». La vedova di Modugno, Franca Gandolfi, ha ricordato nel 2008 che fu una finestra spalancata da un temporale a suggerirgli di aggiungere la parola «Volare» al ritornello. Il brano vinse il Festival di Sanremo il 1° febbraio 1958 e, all’Eurovision del 12 marzo a Hilversum, arrivò terzo. Negli Stati Uniti raggiunse il primo posto della Billboard Hot 100 il 18 agosto 1958 e fu la canzone dell’anno secondo Billboard. Ai primi Grammy (1959) vinse come disco e canzone dell’anno, prima registrazione a ottenere entrambi i premi. Tra le versioni successive ci sono quelle di Dean Martin, dei Gipsy Kings e di David Bowie.
Nights in White Satin, The Moody Blues (1967)
Lo scrisse Justin Hayward a diciannove anni, durante un tour in Belgio; il titolo viene dalle lenzuola di raso regalate da una fidanzata. Nell’album Days of Future Passed compare come segmento intitolato “The Night”. Fu registrata l’8 ottobre 1967 con la produzione di Tony Clarke, e il singolo uscì il 3 novembre 1967 per Deram. L’orchestra londinese diretta da Peter Knight suona l’introduzione e la parte finale, mentre il corpo del brano si regge sul Mellotron di Mike Pinder, diventato un suono tipico del gruppo. In classifica ebbe due vite: nel 1967-68 si fermò al 19° posto nel Regno Unito; con la riedizione dell’agosto 1972 arrivò al secondo posto della Billboard Hot 100 e al nono nel Regno Unito. Hayward l’ha definita una canzone molto personale: scrisse le due strofe tra la fine di un amore e l’inizio di un altro.
No Woman, No Cry, Bob Marley (1974)
La versione in studio è su Natty Dread (1974, registrata agli Harry J Studio di Kingston), ma la più nota è quella dal vivo incisa al Lyceum Theatre di Londra il 17 luglio 1975 e uscita su Live!, poi pubblicata in singolo. I crediti vanno a Bob Marley e Vincent Ford, amico di Marley che gestiva una mensa popolare a Trenchtown: si ritiene che Marley abbia scritto il brano, o almeno la melodia, e che il credito a Ford servisse a finanziare quell’attività. Il refrain, in patois giamaicano, significa «donna, non piangere»; è un fraintendimento frequente leggerlo come «se non c’è una donna, non c’è motivo di piangere». I riferimenti del testo rimandano ai Government Yards di Trenchtown, il quartiere di Kingston dove Marley crebbe. La versione dal vivo arrivò al 22° posto nel Regno Unito nel 1975, è al 37° posto della lista Rolling Stone delle 500 migliori canzoni ed è nella Grammy Hall of Fame dal 2005.
Nothing Compares 2 U, Sinéad O’Connor (1990)
Il brano fu scritto da Prince per la sua band The Family, che lo incluse nell’album d’esordio del 1985 senza pubblicarlo come singolo; il demo di Prince del 1984 è uscito solo nel 2018. La versione che tutti conoscono è quella di Sinéad O’Connor, nell’album I Do Not Want What I Haven’t Got (1990), prodotto da lei con Nellee Hooper: quattro settimane al numero uno della Billboard Hot 100, primo posto anche nel Regno Unito, in Irlanda e in Australia, e “World Single” numero uno del 1990 per Billboard. Il video di John Maybury ottenne tre MTV Video Music Awards, compreso Video of the Year. O’Connor ha spiegato che le lacrime nel video erano vere: non le aveva pianificate, ma decise di lasciarle andare, pensando alla madre, morta in un incidente stradale nel 1985.
Nothing Else Matters, Metallica (1991)
È firmata da James Hetfield e Lars Ulrich, con il testo di Hetfield, e sta nel disco Metallica (1991), il «Black Album»; uscì come terzo singolo il 20 aprile 1992. Hetfield la scrisse nel 1990 durante un tour, pensandola per sé e senza voglia di farla sentire; Ulrich ne ascoltò la demo e la band decise di inciderla. Hetfield ha detto che parlava di una ragazza di allora, ma che le parole sono abbastanza larghe da adattarsi ad altre relazioni: è l’unica indicazione dell’autore che ho trovato nelle fonti. L’arrangiamento orchestrale è di Michael Kamen, con la London Symphony Orchestra; l’assolo è suonato dallo stesso Hetfield. In classifica arrivò 6ª nel Regno Unito, 4ª in Italia e 34ª nella Hot 100. Il videoclip, diretto da Adam Dubin, ha superato il miliardo di visualizzazioni su YouTube nell’agosto 2021.
Numb, Linkin Park (2003)
Chiude Meteora, secondo album dei Linkin Park, ed è stata pubblicata come terzo singolo l’8 settembre 2003; il brano è accreditato al gruppo nel suo insieme e prodotto da Don Gilmore con la band. Negli Stati Uniti arrivò all’11° posto della Hot 100 (febbraio 2004) e restò 12 settimane al primo posto della classifica Modern Rock; è certificata quattro volte platino dalla RIAA. La versione mescolata con Jay-Z, «Numb/Encore», ha vinto il Grammy come miglior collaborazione rap/cantata. Nel marzo 2022 è diventata la seconda canzone della band, dopo «In the End», a superare il miliardo di ascolti su Spotify. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato del testo, né dichiarazioni di Chester Bennington o Mike Shinoda in merito, quindi non attribuisco al brano un significato preciso: ogni lettura è un’interpretazione di chi ascolta.
O
Ob-La-Di, Ob-La-Da, The Beatles (1968)
È credita a Lennon–McCartney ma l’ha scritta Paul McCartney, che la cominciò a Rishikesh, in India, nei primi mesi del 1968 e ne incise un demo acustico a maggio. Compare nel “White Album”, uscito il 22 novembre 1968. Le sedute di registrazione, a luglio, furono tese: Lennon, secondo le fonti, detestava il pezzo, e l’ingegnere del suono Geoff Emerick lasciò il lavoro dopo uno scontro tra McCartney e George Martin. La frase del titolo è, per McCartney, “solo un modo di dire”; la usava il percussionista nigeriano Jimmy Scott, che ne rivendicò senza successo la paternità. Nelle fonti che ho consultato non c’è un’altra spiegazione dell’autore sul significato del testo. In Regno Unito e Stati Uniti non fu un singolo dei Beatles; la cover dei Marmalade arrivò invece al primo posto in Regno Unito nel gennaio 1969, prima band scozzese a riuscirci. Negli Stati Uniti la versione originale uscì come 45 giri solo nel 1976 e arrivò al 49° posto.
One, Metallica (1988)
Scritta nel novembre 1987 da James Hetfield e Lars Ulrich (il testo è di Hetfield), compare in …And Justice for All (1988) ed è uscita come terzo singolo il 10 gennaio 1989. Racconta di un soldato della prima guerra mondiale gravemente ferito da una mina. Ulrich ha spiegato che il film antimilitarista Johnny Got His Gun (1971), tratto dal romanzo di Dalton Trumbo del 1939, ha un tema simile, ed è per questo che compare nel videoclip; la band ne acquistò poi i diritti per evitare le royalty dovute a ogni trasmissione. Hetfield ha detto di aver ricavato il giro di accordi iniziale da «Buried Alive» dei Venom. Il brano vinse il Grammy per la miglior performance metal, il primo mai assegnato in quella categoria; raggiunse il 35° posto della Hot 100 statunitense, il 13° nel Regno Unito e il primo in Finlandia. Nel 2023 Rolling Stone l’ha collocata all’11° posto tra le 100 migliori canzoni heavy metal di sempre.
Ordinary World, Duran Duran (1992)
È il primo singolo dell’album Duran Duran (1993), noto come The Wedding Album. Il testo è di Simon Le Bon, che sviluppò anche la melodia del ritornello; John Taylor, Nick Rhodes e Warren Cuccurullo contribuirono alla musica, e la produzione è della band con John Jones. Uscì negli Stati Uniti il 19 dicembre 1992 e nel Regno Unito il 18 gennaio 1993, dopo una fuga di notizie in radio che ne accelerò la pubblicazione. Raggiunse il terzo posto della Billboard Hot 100, il sesto nel Regno Unito e il primo in Canada e in Italia. Le Bon ha spiegato che il brano parla di chi si ritrova all’improvviso in “un mondo un po’ pazzo” e vorrebbe riavere la vita di prima; fu ispirato dalla morte per overdose, nel 1986, del suo caro amico David Miles. Dopo l’accoglienza fredda dell’album Liberty (1990) rilanciò la carriera del gruppo; ottenne una candidatura all’Ivor Novello Award.
Over the Rainbow, Judy Garland (1939)
Musica di Harold Arlen, testo di E.Y. «Yip» Harburg; la canta Judy Garland nei panni di Dorothy ne Il mago di Oz (1939), poco dopo l’inizio del film. Garland la incise negli studi MGM il 7 ottobre 1938. Harburg ha raccontato di aver pensato a una ballata per una bambina nei guai che sogna di fuggire da un Kansas «arido e senza colori»; Arlen cercava una melodia «dal respiro lungo e ampio» e ne trovò l’idea d’improvviso, mentre la moglie guidava su Sunset Boulevard. Lo studio la considerava un freno al ritmo dell’inizio e volle eliminarla, ma produttore e regista insistettero per tenerla. Vinse l’Oscar come migliore canzone originale, fu prima nella lista Songs of the Century di RIAA e NEA e la registrazione Decca del 1939 entrò nella Grammy Hall of Fame nel 1981. Nel marzo 2017 la Library of Congress l’ha inserita nel National Recording Registry.
P
Paint It Black, The Rolling Stones (1966)
Firmata Jagger-Richards, fu incisa il 6 e 9 marzo 1966 agli RCA Studios di Los Angeles con la produzione di Andrew Loog Oldham e pubblicata come singolo a maggio; la virgola nel titolo originale fu un errore della Decca. La melodia di sitar è di Brian Jones, e Bill Wyman sostenne che il pezzo andasse accreditato al collettivo Nanker Phelge. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato: i commentatori leggono il testo come il lutto per una perdita improvvisa, reso con metafore di colore, mentre altre letture (un’esperienza allucinogena, la guerra in Vietnam) sono considerate meno probabili. Fu numero 1 negli Stati Uniti per due settimane e numero 1 nel Regno Unito. È entrata nei titoli di coda di Full Metal Jacket (1987), figura al 213° posto nella lista delle 500 migliori canzoni di Rolling Stone ed è nella Grammy Hall of Fame dal 2018.
Paradise City, Guns N’ Roses (1987)
Compare su Appetite for Destruction (1987) ed è uscita come singolo a novembre 1988; è l’unico brano del disco con un sintetizzatore. Gli autori sono Slash, Axl Rose, Izzy Stradlin, Duff McKagan e Steven Adler. Secondo Slash, il pezzo nacque sul retro di un furgone preso a noleggio, di ritorno da un concerto a San Francisco: lui trovò l’attacco con la chitarra acustica, gli altri si aggiunsero e il riff pesante arrivò alla fine. Axl Rose spiegò a Hit Parader nel 1988 che le strofe parlano della vita nella giungla, mentre il ritornello evoca il ritorno a casa, nel Midwest o altrove. Nel 1989 raggiunse la 5ª posizione della Hot 100 statunitense, la 6ª nel Regno Unito e la 1ª in Irlanda. Il chitarrista degli Hanoi Rocks Andy McCoy sostiene che alcuni riff siano ripresi dal suo gruppo.
Paranoid, Black Sabbath (1970)
Uscì come singolo ad agosto 1970 per la Vertigo, il primo singolo dei Black Sabbath, estratto dall’album Paranoid. Fu incisa il 16 giugno 1970 agli Island Studios di Londra con Rodger Bain alla produzione; la firmano Geezer Butler, Tony Iommi, Ozzy Osbourne e Bill Ward. Butler ha raccontato a Guitar World nel 2004 che il pezzo fu un ripiego: all’album serviva un brano di circa tre minuti, Iommi trovò il riff e lui scrisse il testo in fretta; Osbourne lo lesse mentre lo cantava. Nel Regno Unito arrivò al quarto posto, in Germania e in Danimarca al primo; negli Stati Uniti si fermò al 61° posto della Hot 100, il primo ingresso della band in quella classifica. Una riedizione del 1980 raggiunse il 14° posto britannico.
Paranoid Android, Radiohead (1997)
Credita a tutti e cinque i membri dei Radiohead, uscì il 26 maggio 1997 come primo singolo di OK Computer, prodotto da Nigel Godrich insieme alla band. Dura circa sei minuti e mezzo ed è divisa in quattro sezioni, con la terza scritta da Jonny Greenwood. Thom Yorke ha raccontato che il testo nasce da una serata in un locale di Los Angeles, dove sconosciuti sotto l’effetto della cocaina e una donna diventata violenta dopo che le avevano versato addosso da bere gli lasciarono un ricordo sgradevole. Sul titolo, tratto da Guida galattica per autostoppisti, ha detto che era uno scherzo e che il resto della canzone non ha niente di personale. Nel Regno Unito raggiunse il 3° posto, il migliore della band fino a quel momento, e fu candidata come miglior singolo britannico ai Brit Awards del 1998. Il video è un’animazione dello svedese Magnus Carlsson.
Penny Lane, The Beatles (1967)
Accreditata a Lennon–McCartney ma scritta soprattutto da Paul McCartney, con Lennon che collaborò al testo e alla terza strofa, fu incisa dal 29 dicembre 1966; l’assolo di tromba piccolo di David Mason fu registrato il 17 gennaio 1967, dopo che McCartney lo aveva visto suonare in una trasmissione della BBC dedicata al Concerto brandeburghese n. 2 di Bach. Uscì come doppio lato A con «Strawberry Fields Forever» (13 febbraio 1967 negli Stati Uniti, 17 febbraio nel Regno Unito): negli USA arrivò al primo posto della Billboard Hot 100 per una settimana; nel Regno Unito la classifica Record Retailer la fermò al secondo posto, mentre per Melody Maker fu prima per tre settimane. Penny Lane è una strada del sobborgo liverpoolese di Mossley Hill, dove i due si incontravano al capolinea degli autobus. McCartney nel 2009 la definì «un po’ nostalgica», ma legata a un luogo che entrambi conoscevano, e citò la poesia Fern Hill di Dylan Thomas come ispirazione. Nelle fonti che ho consultato non c’è altra spiegazione dell’autore sul significato; Ian MacDonald vi legge un’influenza dell’LSD, Wilfrid Mellers un confine incerto tra ricordo e illusione.
Pensieri e parole, Lucio Battisti (1971)
Il testo è di Mogol, la musica di Lucio Battisti. Uscì nel 1971 come singolo, con «Insieme a te sto bene» sul lato B, ed entrò pochi mesi dopo nell’album Vol. 4. Rimase 14 settimane al primo posto della classifica italiana e fu il singolo più venduto del 1971 in Italia. Battisti lo presentò anche in tv, a Teatro 10, in playback e sovrapponendo due immagini di sé per le due parti vocali. Esiste una versione di circa cinque minuti con una coda orchestrale curata da Gian Piero Reverberi e dallo stesso Battisti, di cui le fonti non chiariscono il motivo. Tra le riprese ci sono quelle di Mia Martini con Maurizio Giammarco (1991) e di Massimo Ranieri (2007). Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato: le letture del testo restano interpretazioni.
Perfect Day, Lou Reed (1972)
Compare in Transformer, secondo album solista di Lou Reed, ed è uscita nel novembre 1972 come doppio lato A con Walk on the Wild Side. Fu registrata il 31 agosto 1972 ai Trident Studios di Londra, con produzione di David Bowie e Mick Ronson, che scrisse anche l’arrangiamento d’archi e suonò il pianoforte. Reed la scrisse dopo una giornata a Central Park con la fidanzata di allora, Bettye Kronstad. Alcuni commentatori vi hanno letto un’allusione all’eroina, anche per l’uso nel film Trainspotting (1996); Reed definì questa lettura «risibile» e nel 2000 disse di aver inteso «esattamente quello che dicevo»: una giornata con una ragazza e della sangria al parco. Nel novembre 1997 una versione benefica della BBC per Children in Need, con Reed tra gli ospiti, rimase tre settimane al primo posto nel Regno Unito.
Personal Jesus, Depeche Mode (1989)
È stata scritta da Martin Gore e pubblicata il 29 agosto 1989 da Mute Records come primo singolo di Violator (1990). Gore ha spiegato di essersi ispirato a Elvis and Me, il libro di Priscilla Presley del 1985, e ha descritto il brano come una canzone sull’essere un Gesù per qualcun altro: dare speranza e attenzione a un’altra persona. Secondo lui il cuore di ognuno è in qualche modo un dio, e si recitano parti divine per gli altri pur senza essere perfetti. Nel Regno Unito arrivò al 13° posto, negli Stati Uniti al 28° e al 3° posto della classifica alternative; in Italia, Danimarca, Grecia e Spagna fu terza. Nel 2002 Johnny Cash ne incise una versione per American IV: The Man Comes Around, in un arrangiamento blues costruito con John Frusciante su richiesta di Rick Rubin: la definì «probabilmente la canzone più evangelica» che avesse mai registrato.
Piazza Grande, Lucio Dalla (1972)
Presentata al Festival di Sanremo 1972, dove si classificò ottava pur essendo data tra le favorite, è firmata da Lucio Dalla e Ron per la musica e da Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti per il testo; l’arrangiamento è di Ruggero Cini. Uscita per la RCA con «Convento di pianura» sul retro, in origine doveva raccontare il viaggio della Mayflower nel 1620, con titolo provvisorio «America»: secondo la ricostruzione di Wikipedia, durante un tour promozionale a Manhattan Baldazzi cambiò soggetto in un senzatetto che preferisce la libertà alla comodità. Il titolo rimanda a piazza Cavour a Bologna, vicino al luogo di nascita di Dalla; la RCA voleva chiamarla «Canal Grande», ma lui rifiutò. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Dalla sul significato. Ha raggiunto la decima posizione in Italia nel 1972 e il settimo posto nel 2012, con doppio platino FIMI; tra gli interpreti figurano Fiorella Mannoia, Gianni Morandi e Fiorello.
Pigro, Ivan Graziani (1978)
Brano che dà il titolo all’album Pigro (1978, Numero Uno), pubblicato anche come singolo con “Paolina” sul lato B. Il disco è considerato uno dei lavori chiave di Graziani, impegnato in quegli anni a cercare una via italiana al rock, e viene descritto come una “provincia italiana in chiave rock”: personaggi indolenti, indecisi, a tratti buffi. Secondo la lettura di Rockol, la title track ritrae un intellettuale arrogante e inconsistente che nasconde la propria incapacità di vivere dietro la cultura esibita. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Graziani sul significato del pezzo, quindi quella resta un’interpretazione. Alle registrazioni parteciparono Walter Calloni alla batteria, Hugh Bullen al basso e Claudio Maioli alle tastiere; la copertina mostra un maiale con occhiali dalla montatura rossa.
Più bella cosa, Eros Ramazzotti (1996)
Uscita nel febbraio 1996 come primo singolo estratto da Dove c’è musica, settimo album in studio di Ramazzotti, ha musica di Claudio Guidetti e testo di Adelio Cogliati. È dedicata a Michelle Hunziker, allora fidanzata del cantante, che compare nel video; la loro figlia Aurora nacque pochi mesi dopo, il 5 dicembre 1996. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Ramazzotti sul significato del brano: la dedica alla compagna è il dato riportato, il resto è lettura del testo. Fu la sigla del Festivalbar 1996, dove il singolo vinse il premio come migliore canzone e l’album quello come miglior disco, e nel 1997 ottenne un MTV Europe Gold Award. Esiste una versione in spagnolo, “La cosa más bella”, inclusa nell’edizione spagnola dell’album.
Pride and Joy, Stevie Ray Vaughan (1983)
È nel disco d’esordio Texas Flood, uscito il 13 giugno 1983; il singolo arrivò a fine anno per la Epic. Il pezzo era già nel repertorio dal vivo di Vaughan e dei Double Trouble prima di entrare in studio. Secondo il batterista Chris Layton, Vaughan lo scrisse per la ragazza che frequentava in quel periodo. È uno shuffle texano in dodici battute, scritto in mi ma suonato con la chitarra accordata mezzo tono sotto. Raggiunse il ventesimo posto nella classifica Mainstream Rock; sul retro del singolo c’è «Rude Mood».
Purple Haze, The Jimi Hendrix Experience (1967)
Purple Haze è opera di Jimi Hendrix, prodotta da Chas Chandler e uscita il 17 marzo 1967 nel Regno Unito come secondo singolo del gruppo; negli Stati Uniti arrivò il 19 giugno, e apre l’edizione nordamericana di Are You Experienced. Le sessioni iniziarono l’11 gennaio 1967 ai De Lane Lea Studios di Londra, con voci e chitarre aggiunte agli Olympic Studios a febbraio. Hendrix la descrisse come una canzone d’amore: il protagonista è così preso da una ragazza da non sapere più in che stato si trovi. In un’intervista del 28 gennaio 1967 disse inoltre di mettere in musica i propri sogni, citandone uno in cui camminava sotto il mare. La lettura come brano sulle droghe è un’interpretazione diffusa, ma non è la spiegazione che diede l’autore. Raggiunse il n. 3 nel Regno Unito e il n. 65 nella Hot 100. Nel 2000 è entrata nella Grammy Hall of Fame; Rolling Stone l’ha collocata seconda tra le migliori canzoni chitarristiche.
Purple Rain, Prince (1984)
Uscì come singolo il 26 settembre 1984, il terzo estratto dall’album omonimo, colonna sonora del film. La base fu registrata dal vivo il 3 agosto 1983 al First Avenue di Minneapolis, in un concerto benefico per il Minnesota Dance Theatre, e fu il debutto dal vivo di Wendy Melvoin con i Revolution. Le sovraincisioni vennero fatte tra agosto e settembre a Los Angeles. Sul disco dura 8 minuti e 41; la registrazione originale arrivava a circa undici minuti. Prince ha spiegato la pioggia viola con l’immagine del sangue nel cielo, rosso e blu che fanno viola, e l’ha legata alla fine del mondo, allo stare con la persona amata e al lasciarsi guidare dalla fede. Lisa Coleman l’ha descritta come un nuovo inizio. Nel film il pezzo è presentato come una dedica al padre del protagonista. Negli Stati Uniti si fermò al secondo posto, dietro Wham!.
Q
Quello che le donne non dicono, Fiorella Mannoia (1987)
Pubblicata nel 1987 da Fiorella Mannoia con l’etichetta DDD, ha testo di Enrico Ruggeri, musica di Luigi Schiavone e arrangiamento di Celso Valli. Ruggeri la scrisse in prima persona femminile, pensando in un primo momento di adattarla a un punto di vista maschile; soddisfatto del risultato, decise di affidarla a un’interprete donna e valutò Lena Biolcati e Fiordaliso prima di arrivare a Mannoia, ritenuta più credibile per il percorso artistico alle spalle. La cantante presentò il brano al Festival di Sanremo 1987, dove vinse il Premio della Critica «Mia Martini». Sul significato, nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione complessiva dell’autore; Mannoia ha dichiarato di aver cambiato un passaggio del testo che leggeva come un’ammissione di inferiorità. Chiuse il 1987 al 48° posto della classifica annuale dei singoli e nel 2011 ottenne il disco d’oro per le vendite online. Nel 2014 Mannoia l’ha ripreso in duetto con Laura Pausini.
R
Radio Ga Ga, Queen (1984)
È firmata dal solo batterista Roger Taylor, è il brano d’apertura di The Works ed è uscita come singolo il 23 gennaio 1984. Il titolo nasce da una frase del figlio di Taylor che, in auto a Los Angeles, rispose con «radio ca-ca» a una canzone che non gli piaceva. Il testo è una difesa nostalgica della radio davanti alla televisione e all’ascesa dei videoclip e di MTV; Taylor ha spiegato che «la parte visiva sembra quasi più importante». Arrivò al 2° posto nel Regno Unito, dietro Relax dei Frankie Goes to Hollywood, e al 16° nella Hot 100. Al Live Aid del 13 luglio 1985 Queen la eseguirono in versione più veloce e il pubblico di Wembley batté le mani a tempo.
Ragazzo solo, ragazza sola, David Bowie (1970)
È la versione italiana di Space Oddity, incisa da David Bowie il 20 dicembre 1969 ai Morgan Studios di Londra e pubblicata nel febbraio 1970 da Philips, perché l’originale non aveva venduto bene in Italia. La musica è di Bowie, il testo di Mogol, che non ha alcuna attinenza con quello originale: racconta di un ragazzo e di una ragazza abbandonati dai rispettivi amori. Alla produzione c’è Claudio Fabi, che curtò anche l’accento italiano di Bowie; al pianoforte e al mellotron suona Rick Wakeman. Prima della sua incisione il brano era stato affidato ai Computers, gruppo della Numero Uno, il cui 45 giri arrivò al 23° posto in classifica. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Bowie o di Mogol sul significato. Fa parte della colonna sonora del film Io e te di Bernardo Bertolucci.
Rebel Rebel, David Bowie (1974)
Scritta e prodotta da David Bowie, esce nel Regno Unito il 15 febbraio 1974 come primo singolo di Diamond Dogs, con Queen Bitch sul lato B. È il brano che chiude la stagione glam di Bowie e il suo pezzo più reinterpretato da altri artisti. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato del testo; le sue dichiarazioni riguardano soprattutto il riff, che definì «favoloso», e la richiesta ai musicisti in studio di renderlo simile al suono dei Rolling Stones. Nel 1974 raggiunse il quinto posto in Regno Unito e il secondo in Irlanda e Danimarca, mentre negli Stati Uniti si fermò al 64° posto della Hot 100; per il mercato americano Bowie preparò un nuovo missaggio, poi ritirato dopo pochi mesi perché non ne era soddisfatto. In Regno Unito è certificato disco di platino.
Redemption Song, Bob Marley (1980)
È l’ultima traccia di Uprising, il dodicesimo album di Bob Marley & The Wailers, pubblicato dalla Island. Nella versione dell’album Marley canta accompagnandosi solo con la chitarra acustica, senza ritmo reggae; un’edizione con la band fu stampata in singolo in Regno Unito e Francia il 7 ottobre 1980. Alcuni passaggi del testo derivano da un discorso di Marcus Garvey, The Work That Has Been Done, tenuto nell’ottobre 1937 a Sydney, in Nuova Scozia, che Marley avrebbe recitato in pubblico nel luglio 1979. Tra le letture dei commentatori, il biografo Timothy White l’ha definita uno «spiritual acustico» e Rita Marley ha detto che in quel periodo lui provava un dolore che non mostrava e si misurava con la propria mortalità, visibile soprattutto qui. Marley morì di cancro nel 1981. Rolling Stone l’ha messa al 66° posto nel 2004 e al 42° nel 2024 nella lista delle migliori canzoni; nel Regno Unito ha un disco d’oro.
Rehab, Amy Winehouse (2006)
Scritta da Amy Winehouse e prodotta da Mark Ronson, è il singolo che aprì Back to Black: uscì nel Regno Unito il 23 ottobre 2006 per la Island. È autobiografica e racconta il rifiuto di entrare in una clinica per alcolisti dopo le pressioni del suo management. Ronson ha raccontato alla BBC Radio 1 (luglio 2011) che fu lui a proporle di trasformare in canzone l’episodio che Winehouse gli aveva narrato a New York, cioè il tentativo del padre di farla ricoverare e la sua risposta; Mitch Winehouse scrive invece, nel libro Amy, My Daughter (2012), che la frase era già annotata da anni su un quaderno di Amy. Nel Regno Unito entrò al 19º posto con i soli download e salì al settimo con l’uscita fisica; negli Stati Uniti arrivò al nono posto, unica top 10 americana della cantante. Ai Grammy del 10 febbraio 2008 vinse Registrazione e Canzone dell’anno, oltre alla miglior interpretazione pop femminile; nel 2007 aveva ricevuto l’Ivor Novello come miglior canzone contemporanea.
Respect, Aretha Franklin (1967)
L’autore di Respect è Otis Redding, che la incise nel 1965 per la Volt (produttore Steve Cropper) arrivando al n. 35 della Billboard Hot 100. La versione che tutti ricordano è quella di Aretha Franklin, registrata il 14 febbraio 1967 e uscita il 10 aprile con un nuovo arrangiamento e un testo modificato: n. 1 nella Billboard Hot 100 per due settimane, n. 1 nella classifica R&B e n. 10 nel Regno Unito. Vinse due Grammy nel 1968 ed è entrata nella Grammy Hall of Fame (1987) e nella National Recording Registry (2002). Rolling Stone l’ha messa al primo posto tra le 500 migliori canzoni nell’edizione 2021. Alla domanda se fosse audace, Franklin rispose che non la trovava affatto tale: per lei era naturale che tutti vogliano rispetto e debbano ottenerlo. La lettura come inno femminista e dei diritti civili è una valutazione critica successiva; il biografo di Redding, Gould, vede nel finale dell’originale la richiesta di una dignità umana elementare.
Rock the Casbah, The Clash (1982)
Firmata da Topper Headon, Joe Strummer e Mick Jones, uscì l’11 giugno 1982 come secondo singolo di Combat Rock. La musica è quasi interamente di Headon, che registrò da solo batteria, pianoforte e basso mentre gli altri erano assenti; Strummer scrisse il testo dopo aver ascoltato la base. Il testo è una favola: un re vieta il rock occidentale, il popolo risponde con concerti di protesta, il sovrano manda i caccia a bombardarli e i piloti, invece, accendono la radio e si uniscono alla festa. Le fonti consultate non riportano una spiegazione dell’autore più ampia di questo racconto. Negli Stati Uniti arrivò all’8° posto della Billboard Hot 100, unico top 10 americano della band; nel Regno Unito si fermò al 30°. Durante la guerra del Golfo del 1991 fu scelta come primo brano trasmesso dalla radio delle forze armate americane nell’area, un uso che Strummer, secondo un documentario del 2007, avrebbe vissuto con amarezza.
Rocket Man, Elton John (1972)
La musica è di Elton John e il testo di Bernie Taupin. Il brano è il singolo che ha anticipato Honky Château: fu registrato il 16 gennaio 1972 al Château d’Hérouville, in Francia, con la produzione di Gus Dudgeon, e uscì negli Stati Uniti il 31 marzo. Raggiunse il secondo posto nel Regno Unito e il sesto nella Billboard Hot 100. Secondo le fonti, il testo è ispirato al racconto The Rocket Man di Ray Bradbury (da L’uomo illustrato), che parla di un astronauta lontano dalla famiglia per mesi; una ricostruzione riportata nella biografia His Song aggiunge che Taupin avrebbe visto una stella cadente o un aereo lontano. Taupin ha negato che Space Oddity di David Bowie sia stata un modello e ha riconosciuto un debito verso l’omonimo brano dei Pearls Before Swine del 1970. Nelle fonti che ho consultato non c’è una sua spiegazione più ampia del significato. Nel 1991 Kate Bush ne ha inciso una cover in chiave reggae, arrivata al dodicesimo posto nel Regno Unito.
Rolling in the Deep, Adele (2010)
Scritta da Adele Adkins e Paul Epworth (anche produttore), è il singolo che apre 21 ed è uscita in digitale il 29 novembre 2010. Negli Stati Uniti restò sette settimane al primo posto della Hot 100, fu il suo primo numero 1 americano e il singolo numero 1 di fine 2011; ai Grammy del 2012 vinse Record of the Year e Song of the Year, oltre al premio per il video. Sul significato ci sono parole dell’autrice: Adele l’ha definita un brano “dark blues-y gospel disco”, scritto in un pomeriggio con Epworth dopo la fine della sua storia con il fidanzato, come reazione a chi le diceva che la sua vita sarebbe stata noiosa e solitaria e che restare nella relazione era una debolezza. Si sentì offesa e rispose con questa canzone. Che il testo racconti l’ira di chi è stato tradito è invece una lettura della critica. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autrice sul significato del titolo.
Roxanne, The Police (1978)
“Roxanne” è stata scritta da Sting e pubblicata come singolo il 14 aprile 1978, prima dell’album Outlandos d’Amour; fu il primo singolo del gruppo per la A&M. Secondo la ricostruzione di Wikipedia, Sting si ispirò alle prostitute viste vicino al suo albergo di Parigi nell’ottobre 1977, mentre il nome viene dal personaggio di Rossana nel Cyrano de Bergerac, il cui manifesto era appeso nell’atrio. Pensata in origine come bossa nova, prese la forma di un tango per suggerimento di Stewart Copeland. Alla prima uscita non entrò in classifica; il manager Miles Copeland la usò per ottenere il contratto con la A&M, e la ristampa britannica dell’aprile 1979 arrivò al 12° posto (32° nella Hot 100 americana). È entrata nella Grammy Hall of Fame nel 2008.
Ruby Tuesday, The Rolling Stones (1967)
Firmata Jagger–Richards, fu registrata a novembre 1966 agli Olympic Studios di Londra durante le sedute di Between the Buttons, con la produzione di Andrew Loog Oldham. La paternità non è del tutto chiara: Bill Wyman attribuisce il testo a Keith Richards e la parte musicale al contributo di Brian Jones, che suona il flauto dolce contralto; Wyman e Richards si dividono il contrabbasso. Keith Richards ha dichiarato che il testo parla di Linda Keith, sua compagna a metà degli anni Sessanta. Mick Jagger, nel 1995, ha detto di amare cantarla pur non avendola scritta. Uscita a gennaio 1967 in doppio lato A con “Let’s Spend the Night Together”, arrivò al 1° posto della Billboard Hot 100 e al 3° nel Regno Unito. Comparve sull’edizione americana dell’album, non su quella britannica.
S
Sally, Vasco Rossi (1996)
Scritta da Vasco Rossi e Tullio Ferro, con arrangiamento di Celso Valli, compare nell’album Nessun pericolo… per te (1996). Il testo segue una donna che ripensa alla propria vita, agli errori e al dolore subito, e nel finale trova la forza di andare avanti. Vasco ha raccontato di averla scritta di getto, durante una vacanza a Saint-Tropez, dopo una serata in un locale, e di avere poi capito che nel pezzo era finito molto di sé: «Pensavo a una donna di trenta, trentacinque anni, poi mi sono accorto che nel pezzo era finito tantissimo di me» (dichiarazione riportata nel libro di Andrea Pedrinelli Vasco Rossi. La storia dietro le canzoni, 2017). Il brano ha superato le 300.000 copie vendute e ha ottenuto la certificazione di platino FIMI. La fonte consultata non indica la posizione massima in classifica.
Sapore di sale, Gino Paoli (1963)
Scritta e incisa da Gino Paoli, esce nel 1963 come singolo RCA Italiana, con «La nostra casa» sul lato B, ed è contenuta nell’album Basta chiudere gli occhi. Fu registrata a Roma con l’arrangiamento e la direzione d’orchestra di Ennio Morricone, mentre l’assolo di sax è di Gato Barbieri. Raggiunse il 2º posto in Italia; la versione in spagnolo arrivò all’8º in Spagna nell’ottobre 1964. Paoli ha raccontato di averla scritta a Capo d’Orlando, in Sicilia, in una casa isolata vicino a una spiaggia deserta, mentre lavorava in una sala da ballo del posto. Secondo Stefania Sandrelli, con cui Paoli aveva una relazione quando era sposato, la canzone fu ispirata da lei. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione diretta dell’autore sul significato del testo.
Senza una donna, Zucchero (1987)
Zucchero la incise per l’album Blues (1987). Secondo il suo racconto, la scrisse al pianoforte nella camera da letto di una piccola casa dove viveva da solo durante una separazione, mentre tentava di salvare il matrimonio; dovendo cucinare per sé per la prima volta, ne ricavò le immagini domestiche del testo. Musica e parole in circa un’ora ciascuna, con un demo fatto di drum machine Roland 808, una tastiera Korg e la sua voce. Zucchero ricorda di non volerla inserire nel disco perché la giudicava troppo semplice, e di averla tenuta su consiglio di manager e produttore. Il significato è quello di una ballata sulla solitudine dopo la fine di un amore, e qui coincide con quanto dichiarato dall’autore. La versione inglese, con testo tradotto da Frank Musker e in duetto con Paul Young, uscì come singolo il 18 marzo 1991: Young aveva ascoltato l’originale in vacanza in Italia e chiese di farne una cover. Raggiunse il primo posto in Italia, Belgio, Norvegia e Svezia e la top ten in 18 paesi.
Shape of My Heart, Sting (1993)
Sting la scrisse con il chitarrista Dominic Miller per Ten Summoner’s Tales, e uscì come singolo ad agosto 1993. Il titolo parla di cuore, ma il narratore è un giocatore di carte. Sting ha detto di aver voluto ritrarre uno che gioca meno per vincere che per trovare un ordine nascosto nel caso, una legge quasi scientifica o religiosa. L’immagine delle carte attraversa il brano. Il riff, nato secondo Miller come esercizio di riscaldamento, ha dato vita a una canzone che nel 1994 passa sui titoli di coda di Léon.
Should I Stay or Should I Go, The Clash (1982)
Scritta nel 1981 e pubblicata nel 1982 in Combat Rock, è accreditata a Topper Headon, Mick Jones, Paul Simonon e Joe Strummer, con Jones come autore principale. Per anni si è ipotizzato che parlasse della relazione di Jones con Ellen Foley; nel 1991 lo stesso Jones ha dichiarato che il brano “non parlava di nessuno in particolare” e che non anticipava un suo addio alla band. Strummer improvvisò i cori in spagnolo, con il testo tradotto per telefono dalla madre di Eddie Garcia. All’uscita raggiunse il 17º posto nel Regno Unito; dopo l’uso in uno spot Levi’s, il singolo fu ripubblicato il 18 febbraio 1991 e arrivò primo in classifica, l’unico numero uno britannico dei Clash.
Smells Like Teen Spirit, Nirvana (1991)
Andò in radio il 27 agosto 1991 e uscì come singolo il 10 settembre, il primo estratto da Nevermind. Il testo è di Kurt Cobain, la musica è accreditata a tutto il trio ed è l’unico brano del disco con tre firme. Fu registrata a maggio ai Sound City di Van Nuys con Butch Vig; Cobain disse di voler scrivere «la canzone pop definitiva», con l’alternanza di piano e forte dei Pixies. Il titolo viene da una scritta: Kathleen Hanna dei Bikini Kill scrisse sul muro di Cobain «Kurt smells like Teen Spirit», che era un deodorante; Cobain, che non lo sapeva, lo prese per uno slogan rivoluzionario. Sul senso, nel 1991 parlò di un tema da rivoluzione adolescenziale legato ai suoi amici, poi disse che era soprattutto un modo di prendere in giro l’idea di una rivoluzione, «ma è un bel pensiero». Dave Grohl ha detto di non credere che ci sia un messaggio, perché Cobain scrisse il testo in fretta. Nel 1994 Cobain ammise di suonarla quasi con imbarazzo. Negli Stati Uniti arrivò al sesto posto della Hot 100 e al primo nella classifica Modern Rock, nel Regno Unito al settimo; nel 2021 Rolling Stone l’ha messa al quinto posto tra le 500 migliori canzoni di sempre.
Smoke on the Water, Deep Purple (1972)
Compare in Machine Head (1972) ed è firmata da Blackmore, Gillan, Glover, Lord e Paice. Racconta l’incendio del Casinò di Montreux nel 1971, scoppiato durante un concerto di Frank Zappa and the Mothers of Invention: qualcuno tra il pubblico sparò un razzo di segnalazione contro il soffitto rivestito di rattan. La polizia svizzera indicò come sospettato Zdeněk Špička, che lasciò il paese poco dopo; il direttore del festival, Claude «Funky» Nobs, aiutò alcuni spettatori a uscire. Persa la sala, i Deep Purple, che avevano il Rolling Stones Mobile Studio ma nessun posto dove registrare, incisero gran parte dell’album al Grand Hôtel de Territet. Il riff di Ritchie Blackmore è una melodia di quattro note sulla scala blues in sol minore, armonizzata in quarte parallele e suonata con una Stratocaster. Il singolo uscì in Germania nel maggio 1973 e raggiunse il 4° posto della Billboard Hot 100 in estate.
Smooth Criminal, Michael Jackson (1987)
Scritta da Michael Jackson e prodotta da Quincy Jones con Jackson stesso, compare nell’album Bad (1987) ed è uscita come singolo il 13 ottobre 1988, settimo estratto dal disco. Raggiunse la settima posizione della Billboard Hot 100 e la seconda nella classifica Hot Black Singles, ed ebbe il primo posto in Belgio, Islanda, Paesi Bassi e Spagna. Il testo racconta di Annie, aggredita nel suo appartamento: il narratore trova un tappeto macchiato di sangue e un corpo privo di sensi. Secondo la scheda di Wikipedia il ritornello è ispirato a Resusci Anne, il manichino usato nei corsi di rianimazione. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato: la storia e il riferimento al manichino sono presentati come retroscena, non come parole di Jackson. Il video di Colin Chilvers, parte del film Moonwalker (1988), ambienta la scena in un locale anni Trenta e rende omaggio a Spettacolo di varietà con Fred Astaire. Nel 2001 gli Alien Ant Farm ne hanno inciso una cover nu metal di successo internazionale.
Song 2, Blur (1997)
Seconda traccia dell’album Blur, dura appena due minuti ed è stata prodotta da Stephen Street. Il testo è di Damon Albarn, la musica porta la firma di tutti e quattro i membri. Uscita negli Stati Uniti a febbraio 1997 e nel Regno Unito il 7 aprile 1997, arrivò al secondo posto in Regno Unito e al sesto della classifica alternative statunitense. Secondo Graham Coxon era nata come scherzo sulla casa discografica: spinse per una versione più veloce, rumorosa e volutamente rozza, e si stupì quando i dirigenti la apprezzarono, perché la band la riteneva «troppo estrema». Albarn ne aveva registrato prima una demo acustica più lenta. Il brano fu usato come sigla di FIFA: Road to World Cup 98 e da allora è un classico degli stadi. Il video è diretto da Sophie Muller.
Space Oddity, David Bowie (1969)
Scritta da David Bowie e uscita come singolo l’11 luglio 1969, apre anche il suo secondo album. Il titolo e il tema devono molto a 2001: Odissea nello spazio di Kubrick: Bowie raccontò di averlo visto sotto l’effetto di droghe e di esserne rimasto sconvolto. Tra le altre suggestioni ci sono la foto della Terra vista dalla Luna scattata dall’Apollo 8 e la fine della relazione con la danzatrice Hermione Farthingale. Sul senso del brano l’autore disse che il suo Major Tom è prima di tutto un essere umano, e lo definì «un antidoto alla febbre dello spazio». Il singolo fu pubblicato in fretta per sfruttare lo sbarco dell’Apollo 11 e la BBC lo usò come sottofondo, salvo smettere di trasmetterlo finché l’equipaggio non fu rientrato, per via dei toni cupi. Arrivò quinto in Regno Unito nel 1969 e primo con la ripubblicazione del 1975. Nel 2013 l’astronauta Chris Hadfield ne registrò una versione dalla Stazione Spaziale Internazionale.
Stairway to Heaven, Led Zeppelin (1971)
Uscì l’8 novembre 1971 in Led Zeppelin IV e dura 8 minuti e 2 secondi. La musica è di Jimmy Page, che la cominciò nel 1970 a Bron-Yr-Aur, in Galles; il testo è di Robert Plant, che scrisse i primi versi a Headley Grange. Il brano ha tre parti che crescono in tempo e volume: un inizio acustico con chitarra e flauti dolci, una parte elettrica lenta con il lungo assolo, un finale hard rock più veloce, e in chiusura un breve epilogo a sola voce.
Sul significato ci sono dichiarazioni dirette di Plant, rilasciate nel 2022 a Kory Grow di Rolling Stone. Alla domanda se gli ascoltatori l’abbiano interpretata nel modo giusto ha risposto di non averne idea, ricordando però di averla definita già ai tempi dei Led Zeppelin una «canzone di speranza». Dopo aver ricevuto la musica, gli altri gli chiesero come intendesse procedere e lui cominciò a scrivere un testo che colloca nello stesso registro di «The Rover» e «The Rain Song»: un po’ di ottimismo e la riflessione di un giovane, lui stesso, che aveva circa 23 anni. Plant ha aggiunto che la costruzione musicale era «qualcosa di molto speciale» e che Page e gli altri ne erano orgogliosi. Oggi, riascoltandola, dice di sentirsi sopraffatto e la lega a un clima di lotta per farcela e al contesto post-Vietnam dell’epoca. La lettura come canzone contro l’egoismo è invece dell’intervistatore, non di Plant, ed è un’interpretazione.
Negli Stati Uniti non fu mai pubblicato come singolo: il manager Peter Grant rifiutò le richieste della Atlantic nel 1972 e nel 1973. Nel 2020 si chiuse la causa per plagio sul brano «Taurus» degli Spirit: la corte d’appello diede ragione ai Led Zeppelin e la Corte Suprema rifiutò di riesaminare il caso.
Stand by Me, Ben E. King (1961)
Il brano è accreditato a Ben E. King, Jerry Leiber e Mike Stoller (sul singolo compare lo pseudonimo «Elmo Glick», usato da Leiber e Stoller). Fu registrato il 27 ottobre 1960 e pubblicato nel 1961 dalla Atco. Sull’origine ci sono dichiarazioni dirette: King disse che il titolo veniva da «Stand by Me Father», uno spiritual di Sam Cooke e J. W. Alexander, e che nel 1960 aveva rielaborato l’inno gospel del primo Novecento di Charles Albert Tindley, a sua volta ispirato al Salmo 46. Secondo King lo aveva scritto per i Drifters, che non lo incisero; Stoller racconta invece di aver creato armonie e il basso caratteristico mentre King cantava la melodia a cappella. Nel 1961 arrivò al 4° posto della Billboard Hot 100 e al primo nella classifica R&B. Dopo il film Stand by Me (1986) e una pubblicità Levi’s tornò al primo posto nel Regno Unito nel gennaio 1987. È nella Grammy Hall of Fame dal 1998 e nel 2015 la Library of Congress ha inserito l’originale nel National Recording Registry.
Starman, David Bowie (1972)
Scritta da David Bowie e prodotta con Ken Scott, è il primo singolo tratto da The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Fu registrata il 4 febbraio 1972 ai Trident Studios di Londra come aggiunta dell’ultima ora, al posto di una cover di Chuck Berry, e pubblicata dalla RCA il 28 aprile 1972 con «Suffragette City» sul lato B. Arrivò al 10º posto in Gran Bretagna e al 65º negli Stati Uniti, ed è stato il suo primo successo dopo «Space Oddity». L’esibizione a Top of the Pops, registrata il 5 luglio 1972 e trasmessa il giorno dopo, è considerata dai biografi il momento in cui Bowie diventa una star. Sul significato c’è una dichiarazione dell’autore: in un’intervista a Rolling Stone con William S. Burroughs Bowie spiegò che Ziggy viene a sapere in sogno dell’arrivo di uno starman, e che gli «starmen» sono viaggiatori interdimensionali che passano da un universo all’altro.
Strawberry Fields Forever, The Beatles (1967)
Scritta da John Lennon (firmata Lennon–McCartney), prende spunto dai ricordi d’infanzia di Strawberry Field, un istituto dell’Esercito della Salvezza vicino alla casa di Woolton, a Liverpool, dove Lennon giocava da bambino. Lennon stesso disse che il brano rifletteva la sensazione di essere stato “diverso” per tutta la vita, e lo definì “psicoanalisi messa in musica”. Le sedute iniziarono il 24 novembre 1966 agli studi EMI di Londra e richiesero 45 ore in cinque settimane: la versione finale unisce due take diverse per tempo e tonalità, giuntate da George Martin e Geoff Emerick, con mellotron, strumenti invertiti e uno swarmandal indiano. Uscita a febbraio 1967 in doppio lato A con “Penny Lane”, si fermò al 2° posto in Gran Bretagna, dietro “Release Me” di Engelbert Humperdinck, e all’8° negli Stati Uniti. Nessuno dei due brani entrò in Sgt. Pepper.
Sultans of Swing, Dire Straits (1978)
Scritta da Mark Knopfler, è il brano che ha aperto la strada ai Dire Straits e compare nell’album d’esordio, uscito il 19 maggio 1978. Knopfler l’aveva composta su una chitarra National Steel in accordatura aperta, trovandola noiosa; cambiò idea dopo aver comprato una Fender Stratocaster nel 1977, dichiarando che i nuovi giri di accordi «si sono messi a posto da soli». Il testo prende spunto da una band di jazz tradizionale che suonava in un pub semivuoto di Deptford, a sud di Londra: il cantante presentò il gruppo come «Sultans of Swing» e Knopfler trovò divertente il contrasto con l’ambiente dimesso. Il demo, inciso al Pathway Studios nel luglio 1977, fu trasmesso dal dj Charlie Gillett su BBC Radio London e portò al contratto con la Phonogram. Nel Regno Unito non entrò in classifica all’uscita e arrivò all’ottavo posto con la ripubblicazione del febbraio 1979; negli Stati Uniti raggiunse il quarto posto della Hot 100.
Sunday Bloody Sunday, U2 (1983)
Apre l’album War ed è uscita come terzo singolo il 21 marzo 1983, in alcuni paesi europei. Fu registrata ai Windmill Lane Studios di Dublino con Steve Lillywhite; Steve Wickham aggiunse il violino elettrico. The Edge scrisse il riff e una prima bozza del testo nel 1982, poi Bono rielaborò le parole. Il riferimento è alla Bloody Sunday di Derry del 1972, quando i soldati britannici uccisero 14 manifestanti disarmati, ma la band ha detto che i versi richiamano anche la Bloody Sunday del 1920 e non riguardano specificamente nessuna delle due. Larry Mullen Jr. ha spiegato che parla di persone che muoiono per rancore e odio, senza schierarsi; Bono, a Belfast nel 1983, disse al pubblico: «Non è una canzone ribelle». La versione dal vivo del Red Rocks (giugno 1983) è nel film Under a Blood Red Sky.
Sweet Child o’ Mine, Guns N’ Roses (1988)
È in Appetite for Destruction (1987) e uscì come singolo negli Stati Uniti il 3 giugno 1988, in Gran Bretagna ad agosto. È l’unico numero uno della band nella Billboard Hot 100. La firmano tutti e cinque: Axl Rose, Slash, Izzy Stradlin, Duff McKagan e Steven Adler. Il riff nacque durante una prova nella casa del gruppo sulla Sunset Strip: Slash si scaldava con un giro “da circo” facendo smorfie ad Adler, Stradlin gli chiese di ripeterlo e lo arricchì di accordi, McKagan aggiunse il basso, Adler la batteria. Il testo è di Axl Rose, che lo scrisse pensando alla fidanzata Erin Everly, figlia di Don Everly, mentre ascoltava la prova dal piano di sopra. Rose ha detto di aver voluto dare al pezzo un calore che gli veniva dai Lynyrd Skynyrd e, in un’intervista a Rolling Stone del 1989, di detestare la versione radiofonica, che toglieva il lungo assolo lento di Slash, la parte che sentiva più sua. Per il disco, ho scritto la recensione di Appetite for Destruction.
Sweet Dreams (Are Made of This), Eurythmics (1983)
La scrissero Annie Lennox e David A. Stewart; Stewart la produsse. Titolo dell’album e quarto singolo, uscì il 21 gennaio 1983 per la RCA. Stewart creò base e riff con un nuovo sintetizzatore, la batteria viene da un Movement Systems Drum Computer e Lennox rispose aggiungendo un secondo sintetizzatore. Sul significato c’è una dichiarazione diretta: Lennox ha detto che il testo riflette il periodo cupo seguito allo scioglimento dei Tourists, quando si sentiva «priva di speranza e nichilista», e ha escluso che le frasi sull’essere usati riguardino il sesso o pratiche sadomaso. Stewart trovò il testo troppo tetro e fece aggiungere un verso più luminoso. Nel Regno Unito raggiunse il secondo posto nel marzo 1983; negli Stati Uniti arrivò al primo posto della Hot 100 nella prima settimana di settembre 1983.
Sweet Home Alabama, Lynyrd Skynyrd (1974)
Il testo è di Ronnie Van Zant, la musica di Gary Rossington e Ed King, autore del riff d’apertura. Uscì come singolo il 24 giugno 1974 da Second Helping, prodotto da Al Kooper. Il gruppo la scrisse in risposta a Southern Man e Alabama di Neil Young, che sentiva come un’accusa all’intero Sud per la schiavitù: Young è citato per nome nel testo e Van Zant disse che lui «sparava a tutte le anatre per colpirne una o due». Nella sua autobiografia del 2012 Young ha scritto che la propria Alabama si meritava quella risposta. Salì all’8° posto nella Hot 100, il miglior piazzamento del gruppo. Sul passaggio dedicato al governatore George Wallace, Van Zant sostenne che fosse stato frainteso.
Sweet Jane, The Velvet Underground (1970)
È un brano di Lou Reed uscito sull’album Loaded nel novembre 1970. Esiste in più versioni: quella in studio manca di un ponte, rimasto fuori dal disco e recuperato solo nelle edizioni successive (Peel Slowly and See, 1995, e la Fully Loaded Edition, 1997), mentre il ponte compare nella registrazione dal vivo al Max’s Kansas City dell’agosto 1970. Secondo una testimonianza di Doug Yule del 2005, il riff principale fu definito in studio poco prima della registrazione; Yule suonò anche basso e batteria, perché Maureen Tucker era assente per una gravidanza. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato del testo. Il pezzo ha avuto una lunga vita fuori dal gruppo: la cover dei Mott the Hoople (1972), la versione hard rock di Rock ‘n’ Roll Animal (1974) e quella dei Cowboy Junkies (1988), che Reed indicava spesso come la sua preferita.
Sympathy for the Devil, The Rolling Stones (1968)
Firmata Jagger–Richards ma scritta in gran parte da Mick Jagger, apre l’album Beggars Banquet (6 dicembre 1968, Decca), prodotto da Jimmy Miller. Le sessioni iniziarono agli Olympic Studios di Londra il 4 giugno 1968. Jagger ha citato come ispirazioni Baudelaire e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, oltre al viaggio a Bahia, in Brasile, nel 1968; fu Keith Richards a suggerire il cambio di tempo che trasformò il pezzo in una samba. Il brano è narrato dal diavolo in prima persona e alimentò le voci su un presunto satanismo della band. Spesso viene legato ad Altamont, ma quella sera, quando Meredith Hunter fu ucciso, i Rolling Stones stavano suonando Under My Thumb: Sympathy for the Devil era stata eseguita prima e interrotta da una rissa. Rolling Stone lo colloca al 106º posto nella lista del 2021 delle 500 canzoni più grandi.
T
Tears in Heaven, Eric Clapton (1991)
La scrissero Eric Clapton e Will Jennings dopo la morte del figlio di Clapton, Conor, quattro anni, caduto da una finestra del 53º piano a New York il 20 marzo 1991. Nacque per la colonna sonora del film Rush (1991); il singolo uscì il 18 dicembre 1991. Clapton la eseguì per MTV Unplugged nel gennaio 1992 ai Bray Studios, nel Berkshire, e quella registrazione finì nell’album Unplugged. Nel 1992 disse che il pezzo «non aveva davvero una ragione di esistere» finché non si trovò a lavorare a quel film. Raggiunse il secondo posto della Hot 100 statunitense (primo per Cash Box) e il quinto nel Regno Unito; ai Grammy del 1993 vinse Registrazione, Canzone e Interpretazione pop maschile dell’anno. Nel 2004 Clapton smise di suonarla, dicendo di non sentire più la perdita allo stesso modo; l’ha ripresa nel 2022.
Tender, Blur (1999)
Brano d’apertura di 13 e primo singolo dell’album, uscito in Regno Unito il 22 febbraio 1999. La musica è firmata da tutti e quattro i membri, il testo da Damon Albarn e Graham Coxon; la produzione è di William Orbit, mentre i cori sono del London Community Gospel Choir. Albarn e Coxon dividono la voce solista. Secondo le fonti consultate il pezzo parla della fine della relazione tra Albarn e Justine Frischmann, cantante degli Elastica, che ha raccontato di aver pianto al primo ascolto per poi sentirsi imbarazzata e arrabbiata. Alex James ha detto che sentire la voce in studio gli sollevò l’umore in una giornata difficile. Debuttò al secondo posto della classifica britannica, l’undicesima top ten dei Blur. Smash Hits lo definì singolo della quindicina.
The Miracle (of Joey Ramone), U2 (2014)
Apre Songs of Innocence ed è il primo singolo dell’album: la band la suonò per la prima volta a un evento Apple il 9 settembre 2014 e il 15 settembre arrivò alle radio statunitensi. È un omaggio a Joey Ramone. Da ragazzi, gli U2 entrarono di nascosto a un concerto dei Ramones e vedere Joey cantare fece sentire Bono meno a disagio con la propria voce. Il pezzo nacque nel 2010 con Danger Mouse, da un loop di batteria e una chitarra acustica, e fu sviluppato con Ryan Tedder e Paul Epworth. Marky Ramone lo apprezzò, notando però che il nome di Joey nel testo non compare. In Italia arrivò al terzo posto della classifica radiofonica EarOne.
The Sound of Silence, Simon & Garfunkel (1964)
Paul Simon la scrisse a 21 anni; secondo Art Garfunkel nacque nel novembre 1963 e il testo fu completato il 19 febbraio 1964. La versione acustica, incisa il 10 marzo 1964, uscì nell’album Wednesday Morning, 3 A.M. (19 ottobre 1964), che inizialmente vendette circa 3.000 copie. Nel 1965 il produttore Tom Wilson aggiunse chitarre elettriche, basso e batteria senza consultare il duo: il singolo, pubblicato a settembre, arrivò al primo posto della Billboard Hot 100 nella settimana del 1° gennaio 1966. Nel 2004 è entrato nella Grammy Hall of Fame. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Simon sul significato, solo racconti sulla composizione (la scrisse in bagno, dove l’eco delle piastrelle lo aiutava a concentrarsi). Garfunkel nel 1966 la descrisse come una canzone sull’incapacità delle persone di comunicare tra loro; i commentatori ne hanno fatto una formula dell’alienazione degli anni Sessanta.
There Is a Light That Never Goes Out, The Smiths (1986)
Contenuta in The Queen Is Dead (1986), è firmata da Johnny Marr (musica) e Morrissey (testo). Tra le letture dei commentatori, Simon Goddard accosta la vicenda narrata dal testo al film Gioventù bruciata, mentre Uncut cita come influenza il dramma sociale Sabato sera, domenica mattina. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione di Morrissey sul significato; Marr ha invece detto che, quando la band la suonò per la prima volta, la considerava “la canzone più bella che avesse mai sentito”, e che doveva essere il brano dell’album adatto a diventare singolo. Morrissey ha raccontato che il gruppo la voleva lanciare “nella giungla del pop”, preferendo però Bigmouth Strikes Again come singolo successivo. Uscì come singolo nel Regno Unito solo il 12 ottobre 1992, a band sciolta, e raggiunse il 25º posto. Nel 2014 l’NME la mise al 12º posto tra le migliori canzoni di sempre e nel 2021 Rolling Stone al 226º.
Thriller, Michael Jackson (1982)
È stata scritta da Rod Temperton e prodotta da Quincy Jones; è la title track dell’album Thriller e uscì come singolo il 12 novembre 1983 (negli Stati Uniti il 23 gennaio 1984), settimo e ultimo estratto. Temperton ha raccontato di aver riscritto il testo durante un viaggio in taxi, di notte, verso lo studio, con l’idea di un’atmosfera da horror; esisteva una demo con il titolo provvisorio «Starlight», poi scartata. Nelle fonti che ho consultato non ci sono altre dichiarazioni sue sul significato. La parte parlata è di Vincent Price. Raggiunse la 4ª posizione della Hot 100 e la prima in Francia e Belgio. Il videoclip di John Landis, nella versione integrale di 13 minuti e 42 secondi, è considerato tra i primi con trama, coreografia ed effetti speciali di grande budget; nel 1985 Making Michael Jackson’s Thriller vinse il Grammy come miglior video album. Per il disco c’è la recensione dell’album.
Ti regalerò una rosa, Simone Cristicchi (2007)
Scritta e cantata da Simone Cristicchi, è la canzone che ha vinto il 57º Festival di Sanremo (2007) nella sezione Campioni ed è contenuta nell’album Dall’altra parte del cancello, uscito nello stesso anno. Il testo è una lettera scritta da Antonio, un uomo ricoverato in un ospedale psichiatrico, alla sua amata Margherita, anch’essa passata per il manicomio: ricorda l’amore nato lì dentro, che lo faceva sentire vivo, e decide di sorprenderla un’ultima volta. Secondo la fonte consultata il brano si ispira alle storie dei pazienti degli ospedali psichiatrici italiani incontrati dall’autore. Al Festival ha ottenuto anche il Premio della Critica «Mia Martini» e il Premio Sala Stampa Radio-Tv, mentre il video, diretto da Alberto Puliafito, ha vinto il Premio Videoclip Italiano 2007 come artista uomo. Le vendite indicate superano le 60.000 copie. Nelle fonti che ho consultato non c’è una dichiarazione diretta dell’autore sul significato del brano.
Time After Time, Cyndi Lauper (1984)
Time After Time è stata scritta da Cyndi Lauper e Rob Hyman (che canta anche i cori) e prodotta da Rick Chertoff. Compare nel disco d’esordio She’s So Unusual (1983) ed è uscita come secondo singolo nel 1984. Il titolo nacque come segnaposto, preso da una voce della TV Guide sul film Time After Time (1979); Lauper ha poi detto che era diventato parte essenziale del brano. Secondo la fonte consultata, entrambi gli autori attraversavano difficoltà sentimentali simili. Tra i commentatori, un critico di Blogcritics la legge come una canzone d’amore devota, in cui chi si sente indegna è sostenuta da chi la ama: è un’interpretazione, non una dichiarazione degli autori. È stata il primo n. 1 di Lauper nella Billboard Hot 100 (giugno 1984, due settimane), il n. 3 nel Regno Unito, e ha ottenuto una candidatura ai Grammy come canzone dell’anno. Miles Davis ne incise una versione strumentale nel 1985, che Lauper ha definito il riconoscimento più importante.
Tiny Dancer, Elton John (1971)
Il testo di Tiny Dancer è di Bernie Taupin, la musica e l’interpretazione di Elton John. Il brano apre l’album Madman Across the Water (1971) e uscì come singolo nel 1972. Taupin lo scrisse dopo il suo primo viaggio negli Stati Uniti, nel 1970, con l’intento di restituire lo spirito della California. In un’intervista a Rolling Stone del 1973 Taupin disse che la canzone parla di Maxine Feibelman, allora sua moglie. Nel 1972 ebbe un successo contenuto: n. 41 nella Billboard Hot 100, n. 19 in Canada e n. 13 in Australia. La sua fama attuale deve molto al film Almost Famous (2000), la cui presenza nella colonna sonora ne fece crescere la popolarità.
Tom Sawyer, Rush (1981)
Apre l’album Moving Pictures ed è uscita come singolo nel maggio 1981. Il testo non nasce dalla band: parte da una poesia di Pye Dubois, dei Max Webster, intitolata “Louis the Warrior”, che Neil Peart rielaborò mentre Geddy Lee e Alex Lifeson scrivevano la musica. Secondo Peart, i versi originali di Dubois ritraevano un ribelle moderno e libero di spirito; lui vi aggiunse il tema della distanza tra ciò che una persona è e ciò che gli altri vedono, e la riconciliazione tra il ragazzo e l’uomo che convivono in ciascuno. Il titolo richiama il personaggio di Mark Twain, ma il legame è soprattutto di atmosfera. Fu registrata a ottobre e novembre 1980 al Le Studio di Morin-Heights, in Québec, con la produzione di Terry Brown. Negli Stati Uniti raggiunse la 44ª posizione della Hot 100 e l’8ª nella classifica rock; è ancora tra i brani più trasmessi dalle radio classic rock americane.
Toxicity, System of a Down (2002)
È il secondo singolo dell’album Toxicity dei System of a Down, uscito il 22 gennaio 2002. La musica è di Shavo Odadjian e Daron Malakian, il testo di Serj Tankian; la produzione è di Malakian e Rick Rubin. Odadjian presentò l’idea con il titolo provvisorio «Version 7.0» e il pezzo rischiò di restare ai margini delle sessioni, prima che Malakian lo riprendesse. Sul testo ci sono dichiarazioni dirette: Tankian collega il passaggio sul silenzio sacro alla spiritualità dei nativi americani e all’influenza dell’autore di manuali di sopravvivenza Tom Brown Jr., mentre Malakian spiega che i semi di girasole richiamano un’abitudine armena e fanno da contrasto quotidiano al commento sociale del brano. Nel 2002 raggiunse il 70° posto della Billboard Hot 100, il 3° della classifica Alternative Airplay e il 25° nel Regno Unito; è triplo platino negli Stati Uniti e doppio platino in Italia. VH1 lo ha collocato al 14° posto tra i 40 migliori brani metal.
U
Un senso, Vasco Rossi (2004)
È il terzo singolo estratto da Buoni o cattivi, l’album di Vasco Rossi uscito il 2 aprile 2004, primo in classifica FIMI per 15 settimane non consecutive e disco più venduto in Italia di quell’anno. Spesso attribuita al solo Vasco, la canzone ha per autori Saverio Grandi (testo e musica) e Gaetano Curreri (musica), con Vasco Rossi. Fu usata nel film Non ti muovere di Sergio Castellitto e ottenne un Nastro d’argento nel 2005; il brano ebbe una forte rotazione radiofonica. Nel 2009 Pier Luigi Bersani lo scelse come slogan per la candidatura a segretario del PD. Il tema è il senso della vita, ma nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore: né Vasco, né Grandi, né Curreri vi risultano citati sul significato, che resta affidato all’interpretazione di chi ascolta e dei commentatori.
Unchained Melody, The Righteous Brothers (1965)
La canzone nasce per il cinema: la musica è di Alex North, il testo di Hy Zaret, e fu scritta come tema del film carcerario Unchained (1955). Nella pellicola la cantava Todd Duncan, e il brano ottenne una nomination all’Oscar per la migliore canzone originale nel 1956. La versione più nota è quella dei Righteous Brothers del 1965, con la voce solista di Bobby Hatfield: uscita come lato B di “Hung on You”, fu preferita dai disc jockey e salì al quarto posto della Billboard Hot 100 e al quattordicesimo nel Regno Unito. Nel 1990 l’uso della registrazione nel film Ghost ne rilanciò la fortuna: la riedizione arrivò al primo posto nel Regno Unito per quattro settimane, mentre una nuova incisione di Hatfield e Bill Medley raggiunse il diciannovesimo posto negli Stati Uniti. Secondo l’editore, esistono più di 1.500 registrazioni di oltre 670 artisti. Nelle fonti che ho consultato non ci sono dichiarazioni degli autori sul significato.
Under Pressure, Queen e David Bowie (1981)
Fu registrata a settembre 1981 ai Mountain Studios di Montreux, in una sola lunga serata; voci e missaggio furono completati un paio di settimane dopo al Power Station di New York. I crediti vanno a tutti e cinque (Mercury, May, Taylor, Deacon e Bowie). Uscì come singolo il 27 ottobre 1981 negli Stati Uniti e il 2 novembre nel Regno Unito, e finì poi su Hot Space (1982). Fu prima nel Regno Unito (secondo numero uno dei Queen, terzo di Bowie) e 29ª nella Hot 100. Sul testo, Brian May ha detto a Mojo nel 2008 che «David ha preso in mano il brano dal punto di vista del testo»; nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione degli autori sul significato. La paternità del celebre giro di basso è contesa tra Deacon e Bowie. Nel 1990 Vanilla Ice ne campionò l’attacco in «Ice Ice Baby»: dopo la causa, Queen e Bowie ottennero il credito d’autore.
Under the Bridge, Red Hot Chili Peppers (1991)
“Under the Bridge” è l’undicesima traccia di Blood Sugar Sex Magik (1991), pubblicata come singolo dalla Warner Bros. nel febbraio 1992. Il testo è di Anthony Kiedis e nasce come poesia: fu il produttore Rick Rubin a trovarla nel suo taccuino e a spingere la band a inciderla, mentre Kiedis la riteneva troppo emotiva per lo stile del gruppo. Kiedis l’ha scritta in un periodo depresso, dopo circa tre anni di sobrietà da eroina e cocaina, sentendosi lontano dai compagni; il testo richiama la dipendenza passata, una relazione con Ione Skye e l’acquisto di droga sotto un ponte nel centro di Los Angeles. John Frusciante scrisse accordi in tono più luminoso, in contrasto con la tristezza delle parole. È il singolo di maggior successo della band: 2° posto nella Billboard Hot 100 e 13° nel Regno Unito.
V
Vattene amore, Amedeo Minghi e Mietta (1990)
Brano scritto da Amedeo Minghi e Vanda Di Paolo, pseudonimo di Pasquale Panella, e portato al Festival di Sanremo 1990, dove arrivò terzo. Minghi lo aveva pensato per Mina e Ornella Vanoni, poi lo affidò a Mietta dopo un provino; la versione in solitaria fu sostituita all’ultimo da un duetto con lo stesso Minghi. Il testo racconta una coppia che si rende conto di non poter tornare indietro. Secondo Wikipedia, titolo e ritornello si ispirano all’aria “Non più andrai” delle Nozze di Figaro di Mozart, e in un’intervista del 2021 Minghi ha detto che il pezzo è frainteso e che dietro il ritornello c’è Mozart: è l’unica dichiarazione diretta che ho trovato. In classifica arrivò al numero uno per undici settimane non consecutive e fu il secondo singolo più venduto in Italia nel 1990, dopo “Un’estate italiana”. Vinse l’OGAE Song Contest e ottenne dieci dischi di platino.
Via del Campo, Fabrizio De André (1967)
Il testo è di Fabrizio De André, l’arrangiamento di Gian Piero Reverberi, mentre la musica risulta accreditata alla SIAE a Enzo Jannacci: deriva da «La mia morosa la va alla fonte» (1965), scritta da Jannacci con Dario Fo per uno spettacolo teatrale. La canzone uscì nel 1967 come lato A del singolo con «Bocca di Rosa» e nello stesso anno nell’album Volume I. È ambientata in via del Campo, una strada dei carruggi di Genova, città natale dell’autore, che negli anni Sessanta era un luogo di prostituzione e piccoli traffici. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato: le letture dei personaggi, a partire dalla «bambina», sono interpretazioni dei commentatori. Il brano è stato ripreso in duetto da Madame e Izi a Sanremo 2023, nella serata delle cover, ed è certificato disco di platino dalla FIMI.
Video Killed the Radio Star, The Buggles (1979)
Gli autori sono Trevor Horn, Geoff Downes e Bruce Woolley. Woolley ne pubblicò per primo una versione, con i Camera Club, nel giugno 1979; quella dei Buggles uscì il 7 settembre 1979 per Island come primo singolo, poi incluso in The Age of Plastic. Arrivò al primo posto nel Regno Unito nell’ottobre 1979 e in altre quindici classifiche nazionali, tra cui Australia e Giappone, mentre negli Stati Uniti si fermò al quarantesimo posto; le vendite stimate sono di circa cinque milioni di copie. Horn indica tra le ispirazioni il racconto The Sound-Sweep di J.G. Ballard e l’influenza dei Kraftwerk; in un’intervista del 2018 spiegò che Ballard immaginava un futuro con i computer negli scantinati delle case discografiche. Il video di Russell Mulcahy fu il primo trasmesso da MTV negli Stati Uniti, alle 00.01 del 1° agosto 1981.
Vienna, Billy Joel (1977)
Compare in The Stranger, l’album del 1977 di Billy Joel, ed è uscita solo come lato B di Just the Way You Are: non è mai stata un singolo a sé. Joel ha spiegato di averla ispirata in parte a una visita a Vienna e in parte al padre, che lasciò la famiglia quando lui era bambino, e ha detto che potrebbe essere stata scritta, in modo inconsapevole, proprio pensando a lui. In un’intervista del 2008 ha descritto il brano come una metafora della vecchiaia: nessuno ha l’obbligo di correre attraverso i vent’anni e i trent’anni inseguendo il sogno americano, e invecchiare ha un suo scopo. Nei primi anni Venti del nuovo secolo è tornata in auge anche grazie a TikTok e al film 13 Going on 30 (2004). Oggi è certificata tre volte platino negli Stati Uniti.
Vincent, Don McLean (1971)
È un omaggio a Vincent van Gogh, scritto da Don McLean e inserito nell’album American Pie (1971); il singolo è del febbraio 1972. Il verso d’apertura richiama il dipinto Notte stellata (1889). Qui c’è una dichiarazione diretta dell’autore: McLean ha raccontato di aver scritto il testo nel 1970, dopo aver letto una biografia del pittore, e di averlo steso su un sacchetto di carta guardando una stampa della Notte stellata. Voleva sostenere che Van Gogh non fosse “pazzo”: a suo giudizio soffriva di una malattia, come il fratello Theo, e i sintomi gli sembravano compatibili con un disturbo bipolare, un’opinione sua e non una diagnosi accertata. Letture critiche come quella di AllMusic, che vede nella morte del pittore una risposta sana a un mondo folle, sono invece interpretazioni. Fu numero 1 nel Regno Unito per due settimane e arrivò al 12° posto della Hot 100 statunitense; fu primo anche in Italia e in Irlanda.
Vita spericolata, Vasco Rossi (1983)
Fu presentata al Festival di Sanremo il 3 febbraio 1983, seconda partecipazione di Vasco, che tornò sul palco contro il parere della casa discografica. La musica è di Tullio Ferro; il testo è di Vasco, che secondo il racconto riportato lo scrisse in fretta, in auto accanto a un campo sportivo vuoto, durante un tour in Sardegna. Sulle intenzioni ha detto che il brano parla della paura di una vita piatta, senza emozioni. A Sanremo arrivò venticinquesimo su ventisei con 1.932 voti, davanti al solo Pupo, e le reazioni furono divise: l’ANSA scrisse che Vasco «ha deluso». Eppure il pezzo salì al sesto posto della hit parade e restò in classifica quattro mesi. Il riferimento al Roxy Bar è, per sua dichiarazione, un omaggio a Fred Buscaglione. Nelle fonti che ho consultato non compare l’album di appartenenza.
W
Wake Me Up When September Ends, Green Day (2005)
Quarto singolo estratto da American Idiot (2004), uscito il 13 giugno 2005. Il testo è di Billie Joe Armstrong, che lo scrisse pensando alla morte del padre, avvenuta nel settembre 1982: il giorno del funerale, secondo il racconto riportato, si chiuse in camera e disse alla madre di svegliarlo quando settembre fosse finito. Armstrong ha detto di aver evitato per anni di scrivere del padre, finché non è arrivato a una svolta. Molti ascoltatori l’hanno letta anche come omaggio alle vittime dell’11 settembre, ma questa è un’interpretazione del pubblico. Produce Rob Cavallo. Negli Stati Uniti raggiunse il 6° posto della Billboard Hot 100, nel Regno Unito l’8°. Il video, diretto da Samuel Bayer, ha come protagonisti Jamie Bell ed Evan Rachel Wood.
Walk on the Wild Side, Lou Reed (1972)
Walk on the Wild Side è il brano più noto di Lou Reed, tratto dal suo secondo album solista Transformer (1972), prodotto da David Bowie e Mick Ronson. Reed ha spiegato che l’idea nasce dal romanzo A Walk on the Wild Side (1956) di Nelson Algren: abbandonato il progetto di un musical tratto dal libro, trasformò i personaggi in persone che conosceva dalla Factory di Andy Warhol. Ogni strofa è dedicata a una “superstar” warholiana: Holly Woodlawn, Candy Darling, Joe Dallesandro, Jackie Curtis e Joe Campbell. Il testo affronta temi allora tabù, come persone transgender, droghe e prostituzione maschile. Uscito nel gennaio 1973 come doppio lato A con Perfect Day, raggiunse il n. 16 della Billboard Hot 100 e il n. 10 in Regno Unito, dove è disco di platino. Nel 1972 la RCA fornì alle radio una versione senza il riferimento al sesso orale, ma la maggior parte delle stazioni trasmise comunque l’originale. Nel 2015 è entrato nella Grammy Hall of Fame.
War Pigs, Black Sabbath (1970)
Apre Paranoid, il secondo album dei Black Sabbath uscito il 18 settembre 1970 per la Vertigo. La firmano Tony Iommi, Ozzy Osbourne, Geezer Butler e Bill Ward; produzione di Rodger Bain. Il titolo originale era «Walpurgis»: Butler ha detto che il testo parlava del sabba delle streghe, «una specie di Natale per i satanisti», ma che il vero male era la guerra. Secondo il suo racconto la casa discografica trovò il titolo troppo satanico e lo cambiò, lasciando il testo com’era. Butler ha anche detto che il brano è contro la guerra del Vietnam e contro i politici ricchi che mandano gli altri a combatterla, e di aver temuto la chiamata alle armi. Osbourne ha dato un’altra versione: la band non sapeva nulla del Vietnam e scrisse semplicemente un pezzo contro la guerra. Nelle classifiche recenti ha raggiunto il 47° posto nei singoli britannici e il quarto in quella rock e metal del Regno Unito; nel Regno Unito ha il disco d’oro.
Waterloo Sunset, The Kinks (1967)
Scritta e prodotta da Ray Davies, uscì come singolo il 5 maggio 1967 e compare su Something Else by the Kinks. Fu registrata in tre giornate di aprile ai Pye Studios di Londra. Davies disse nel 1967 di avere la linea melodica in testa da due o tre anni; il titolo iniziale era «Liverpool Sunset», cambiato dopo l’uscita di Penny Lane dei Beatles. Nel 2008 la descrisse come «una fantasia su mia sorella che se ne va con il fidanzato verso un mondo nuovo». Sempre nel 1967 aveva suggerito che gli amanti fossero modellati su Terence Stamp e Julie Christie, ipotesi che poi smentì. Raggiunse la seconda posizione nel Regno Unito e la prima nei Paesi Bassi; non entrò in classifica negli Stati Uniti. Rolling Stone l’ha collocata al quattordicesimo posto nell’elenco del 2021, e fu eseguita alla chiusura delle Olimpiadi di Londra 2012.
Welcome to the Jungle, Guns N’ Roses (1987)
Apre Appetite for Destruction (1987) ed è firmata da Slash, Axl Rose, Izzy Stradlin e Duff McKagan, con la produzione di Mike Clink. Il singolo uscì nel Regno Unito il 21 settembre 1987, poi fu ripubblicato nel 1988: negli Stati Uniti arrivò al n. 7 della Billboard Hot 100. Sul significato le dichiarazioni dei musicisti non coincidono. Rose disse di aver scritto il testo durante una visita a un amico a Seattle, città che gli sembrava più rurale di Los Angeles, e di aver «scritto come la vedevo». Stradlin lo definì un brano sulle strade di Hollywood e «fedele alla realtà». La versione secondo cui il testo nasce dall’incontro con un senzatetto a New York, attribuita a Rose, è segnalata da Wikipedia come non verificata. Slash ricorda che fu il primo pezzo scritto insieme dalla band, in circa tre ore. McKagan ha raccontato di aver ricavato la parte centrale da «The Fake», scritta nel 1978 per i Vains. Qui trovi la recensione dell’album.
What a Wonderful World, Louis Armstrong (1967)
Il brano è firmato da Bob Thiele (accreditato all’epoca con lo pseudonimo «George Douglas», mentre il suo vero nome compare nei crediti dal 1988) e da George David Weiss. Louis Armstrong lo registrò il 16 agosto 1967 e la ABC lo pubblicò in singolo a settembre, con «Cabaret» sul lato B. Quanto al senso, Weiss racconta nel libro di Graham Nash Off the Record di averlo scritto apposta per Armstrong, ispirato dalla sua capacità di riunire persone di razze diverse: è una dichiarazione dell’autore, mentre le letture più ampie sul testo restano dei commentatori. Negli Stati Uniti il pezzo fu un insuccesso, perché il presidente della casa discografica, Larry Newton, non lo amava e non lo promosse: vendette meno di mille copie e arrivò al 116° posto della classifica «Bubbling Under». Nel Regno Unito invece fu primo in classifica nell’aprile 1968 e il singolo più venduto dell’anno. Tornò in auge con il film Good Morning, Vietnam (1987): la ristampa del 1988 arrivò al 32° posto della Billboard Hot 100. Nel 1999 è entrato nella Grammy Hall of Fame.
Where Is My Mind?, Pixies (1988)
È la settima traccia di Surfer Rosa, pubblicato il 21 marzo 1988 dalla 4AD. La scrisse Black Francis (Frank Black) quando studiava all’Università del Massachusetts a Amherst. Secondo quanto riportato, il testo nacque da un episodio avvenuto durante un’immersione nei Caraibi, quando un piccolo pesce lo seguì sott’acqua; il racconto compare in un articolo del Guardian del 2020. Cosa significhi il pesce e come l’episodio si leghi al resto del testo resta un’interpretazione. La canzone è tornata popolare dopo che, nel 1999, è stata scelta per la scena finale del film Fight Club. Non ebbe grandi risultati in classifica: per esempio, il 17° posto nella classifica indipendente britannica nel 2022.
Where the Streets Have No Name, U2 (1987)
Brano d’apertura di The Joshua Tree, uscì come terzo singolo il 31 agosto 1987, con produzione di Daniel Lanois e Brian Eno. I versi sono di Bono, la musica è accreditata alla band. Secondo Bono, il testo nasce da una storia su Belfast, dove dalla strada in cui una persona abita si poteva dedurne religione e reddito; a questa idea contrappose l’anonimato provato in un villaggio dell’Etiopia, dove scrisse le parole su un sacchetto per il mal d’aria. Lo definì «uno schizzo di una sensazione»: l’interpretazione resta quindi aperta. The Edge ne compose il demo su un quattro piste la sera prima della ripresa delle sessioni; Eno, per le fonti, pensò di cancellare i nastri per ripartire, ma non lo fece. Raggiunse la quarta posizione in Regno Unito e la numero 13 della Billboard Hot 100. Il video, girato il 27 marzo 1987 sul tetto di un negozio di Los Angeles, vinse un Grammy.
Who Wants to Live Forever, Queen (1986)
Ballata scritta da Brian May per la colonna sonora del film Highlander e inclusa nell’album A Kind of Magic, uscito a giugno 1986; il singolo è del 15 settembre 1986. Secondo la voce di Wikipedia, May la compose sul sedile posteriore dell’auto dopo aver visto un primo montaggio di circa venti minuti con la scena della morte di Heather. Nel film accompagna le scene in cui Connor MacLeod, immortale, vede invecchiare e morire la moglie. Nel film canta Freddie Mercury; sull’album la prima strofa è di May. L’orchestra è arrangiata da Michael Kamen. Il singolo arrivò al 24° posto in Regno Unito. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore che vada oltre il legame con la scena del film: il tema della perdita e del tempo è lettura dei commentatori.
Whole Lotta Love, Led Zeppelin (1969)
Apre Led Zeppelin II ed è uscita come singolo il 7 novembre 1969 in vari paesi, ma non nel Regno Unito. Page dice di aver scritto il riff nell’estate del 1968 sulla sua casa galleggiante sul Tamigi, a Pangbourne; John Paul Jones ha suggerito che derivasse da una versione dal vivo di «Dazed and Confused» degli Yardbirds, cosa che Page nega. Parte del testo è adattata da «You Need Love» di Willie Dixon, incisa da Muddy Waters nel 1962: Dixon non fu citato finché una causa del 1985 si chiuse con un accordo, e da allora compare nei crediti. Fu registrata ad aprile 1969 tra Londra e Hollywood; Page suona chitarre e theremin. Durante il missaggio, Eddie Kramer sentì un’interferenza sulla voce di Plant che non riusciva a togliere e aggiunse dell’eco: a Page piacque. Negli Stati Uniti arrivò al quarto posto, il solo singolo dei Led Zeppelin entrato tra i primi dieci. Per le radio americane uscì una versione ridotta; quella britannica fu cancellata su richiesta di Peter Grant.
Wicked Game, Chris Isaak (1989)
È nel terzo album di Chris Isaak, Heart Shaped World (1989), prodotto da Erik Jacobsen, e Isaak ne è l’autore. Come singolo passò quasi inosservato; il successo arrivò dopo che il brano fu usato in Cuore selvaggio di David Lynch (1990), che spinse un programmatore radiofonico di Atlanta a metterlo in rotazione. Nel marzo 1991 raggiunse il 6° posto della Hot 100 statunitense e il primo in Belgio (classifica fiamminga). Il video di Herb Ritts, girato alle Hawaii con Helena Christensen, vinse due premi agli MTV Video Music Awards 1991. Sul significato c’è una dichiarazione dell’autore, riportata da una fonte del Rock & Roll Hall of Fame: Isaak ha detto di averlo scritto dopo la telefonata di una donna che gli proponeva un incontro, e che parla di ciò che accade quando si è fortemente attratti da persone non necessariamente adatte a noi (parafrasi). La lettura come ballata sull’amore non corrisposto, diffusa tra i commentatori, è un’interpretazione.
Wild Horses, The Rolling Stones (1971)
Firmata Jagger–Richards, Wild Horses fu registrata al Muscle Shoals Sound Studio, in Alabama, tra il 2 e il 4 dicembre 1969 mentre i fratelli Maysles giravano il documentario Gimme Shelter. Uscì nell’album Sticky Fingers e come singolo statunitense il 12 giugno 1971, dopo un ritardo dovuto a un contenzioso con ABKCO e Allen Klein; arrivò al n. 28 della Billboard Hot 100. Sul significato, Mick Jagger ha detto che molti la collegano a Marianne Faithfull ma che, a suo giudizio, non fu scritta per lei, pur ammettendo di essere stato “molto dentro” il pezzo sul piano emotivo. Keith Richards ha parlato del peso di essere in tournée, “a un milione di miglia da dove vuoi essere”, e il brano nacque come ninna nanna per il figlio appena nato. Il titolo viene da una frase che Faithfull pronunciò risvegliandosi dopo un’overdose di sonniferi. I Flying Burrito Brothers ne pubblicarono una versione già nel 1970; tra le cover più note c’è quella di Susan Boyle (2009).
Wind of Change, Scorpions (1990)
Testo e musica sono di Klaus Meine, cantante degli Scorpions, e il brano sta in Crazy World (1990), prodotto da Keith Olsen con la band. Meine ha raccontato che l’idea nacque in Unione Sovietica, dopo l’esibizione al Moscow Music Peace Festival del 13 agosto 1989 allo stadio Lenin, davanti a circa 300.000 persone, mentre guardava il fiume Moscova dal Gorky Park. Uscito come singolo il 21 gennaio 1991, è arrivato primo in Germania, secondo nel Regno Unito e quarto nella Billboard Hot 100. È diventato la colonna sonora della fine della Guerra fredda e della caduta del Muro di Berlino; la band lo ha suonato alla Porta di Brandeburgo il 9 novembre 1999. Nel 2020 il podcast Wind of Change ha indagato la voce di un coinvolgimento della CIA: Meine ha risposto che l’idea è «divertente» ma non è vera. Esistono versioni in russo e in spagnolo.
Wish You Were Here, Pink Floyd (1975)
Il brano è la title track dell’album uscito il 12 settembre 1975, registrato agli Abbey Road Studios tra gennaio e luglio. È firmato da David Gilmour e Roger Waters: il riff iniziale è di Gilmour, che canta, mentre la maggior parte del testo è di Waters. Viene spesso letto come un omaggio a Syd Barrett, ma le dichiarazioni dei due autori non coincidono: Waters ha detto che il testo parla di lui stesso e ha aggiunto che resta aperto a più interpretazioni, mentre Gilmour ha raccontato di pensare sempre a Barrett quando lo esegue. L’apertura con l’effetto di radio sintonizzata è una chitarra a dodici corde trattata per sembrare AM; il violinista jazz Stéphane Grappelli fu invitato a suonare, ma nel mix la sua parte resta quasi inudibile. Rolling Stone l’ha collocata al 302° posto tra le 500 migliori canzoni di sempre (2021).
Wonderful Life, Black (1987)
Il brano è di Colin Vearncombe, che si esibiva con il nome d’arte Black. Uscì una prima volta nel settembre 1986 per la Ugly Man Records, fermandosi al 72º posto della classifica britannica, e fu ripubblicato dalla A&M il 14 agosto 1987, quando arrivò all’8º posto nel Regno Unito e nella top ten di diversi paesi europei; fu primo in Austria e secondo in Francia, Germania, Portogallo e Svizzera. Dà il titolo all’album del 1987. Sul significato esiste una dichiarazione diretta dell’autore: Vearncombe disse di averlo scritto quando era senza soldi e di aver usato un tono ironico, aggiungendo che la maggior parte delle persone lo aveva preso alla lettera. È una precisazione utile, perché il titolo e l’andamento del pezzo si prestano a una lettura da canzone ottimista, che l’autore stesso indica come fraintendimento.
Wonderful Tonight, Eric Clapton (1977)
È una canzone scritta e cantata da Eric Clapton e inclusa in Slowhand (1977); la produzione è di Glyn Johns. Uscì come singolo il 10 marzo 1978 per RSO Records, con «Peaches and Diesel» sul lato B. Il brano è dedicato a Pattie Boyd. Una ricostruzione diffusa colloca la stesura in un momento preciso, mentre lui aspettava che Boyd si preparasse per una festa a casa dei McCartney, ma è un dettaglio privo di fonte puntuale: nelle fonti che ho consultato non c’è una citazione diretta di Clapton che spieghi l’origine del pezzo. Negli Stati Uniti raggiunse il 16° posto della Billboard Hot 100, in Francia il 3°. È disco di platino nel Regno Unito e d’oro negli Stati Uniti. Una versione dal vivo del 1988, eseguita con i Dire Straits al concerto per i 70 anni di Nelson Mandela, entrò nelle classifiche olandesi e belghe.
Wuthering Heights, Kate Bush (1978)
Kate Bush la scrisse nella notte del 5 marzo 1977, a diciotto anni, nel giro di poche ore. Il punto di partenza è il romanzo di Emily Brontë: da bambina aveva visto gli ultimi minuti dell’adattamento della BBC del 1967, poi lesse il libro e scoprì di avere lo stesso compleanno dell’autrice. Il brano uscì il 20 gennaio 1978 come primo singolo dell’album d’esordio The Kick Inside, prodotto da Andrew Powell. Rimase quattro settimane al primo posto in classifica nel Regno Unito, in marzo, e arrivò in vetta anche in Irlanda, Italia, Nuova Zelanda, Australia e Portogallo. Bush fu la prima artista donna a conquistare il numero uno britannico con un brano interamente scritto da sé; nel 2016 Pitchfork lo ha collocato al quinto posto tra le migliori canzoni degli anni Settanta. Sul successo improvviso disse di dover fermarsi, altrimenti non sarebbe più riuscita a scrivere. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autrice sul significato dei versi, oltre al rapporto con il romanzo.
X
Xanadu, Olivia Newton-John e Electric Light Orchestra (1980)
È il brano che dà il titolo al film musicale Xanadu (1980) e fu scritto e prodotto da Jeff Lynne. Venne registrato nel 1979 ai Musicland Studios di Monaco di Baviera: la voce è di Olivia Newton-John, mentre l’Electric Light Orchestra cura strumenti e cori. Il singolo uscì il 13 giugno 1980 e andò al primo posto nel Regno Unito per due settimane, a luglio: resta l’unico numero uno britannico degli ELO. Negli Stati Uniti si fermò all’ottavo posto della Billboard Hot 100 e al secondo nella classifica adult contemporary. Billboard lo definì un brano “scoppiettante”, osservando che Newton-John prendeva di fatto il posto del cantante abituale della band. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato del testo.
Y
Yellow, Coldplay (2000)
“Yellow” è uscita il 26 giugno 2000 come secondo singolo di Parachutes, firmata da Chris Martin, Jonny Buckland, Guy Berryman e Will Champion e incisa ai Rockfield Studios, in Galles, con il produttore Ken Nelson. Secondo la ricostruzione di Wikipedia, la melodia nacque dopo una notte passata fuori dallo studio a guardare le stelle, su invito di Nelson. Sul significato Martin ha dato versioni diverse: ha parlato di un colore legato a luce, speranza e devozione, e di un brano sulla devozione, anche non ricambiata, ma nel 2011, ospite dello show di Howard Stern, ha detto che la parola “yellow” non ha un significato preciso e che semplicemente suonava giusta. Fu il primo singolo dei Coldplay nella top 10 britannica (4° posto), arrivò 48° nella Billboard Hot 100 e vinse il premio di miglior singolo agli NME Awards 2001.
Yellow Submarine, The Beatles (1966)
Il brano è accreditato a Lennon–McCartney, ma Paul McCartney ha dichiarato di aver scritto ritornello, melodia e strofe, con l’aiuto di John Lennon; Lennon ha parlato invece di un contributo di entrambi, e un verso sarebbe di Donovan. È il primo singolo dei Beatles con Ringo Starr alla voce solista. Le sedute di registrazione iniziarono il 26 maggio 1966 e gli effetti sonori furono aggiunti il 1° giugno. Compare in Revolver ed è uscito il 5 agosto 1966 nel Regno Unito come doppio lato A con «Eleanor Rigby»: quattro settimane al primo posto in classifica britannica, secondo posto nella Billboard Hot 100 e primo in quella di Cash Box. Alcuni ascoltatori vi lessero un codice legato alle droghe, lettura che la critica ha respinto; nelle fonti che ho consultato non c’è una smentita diretta degli autori. Nel 1968 ha ispirato il film d’animazione Yellow Submarine.
Yesterday, The Beatles (1965)
È in Help!, uscito nel Regno Unito ad agosto 1965; negli Stati Uniti uscì come singolo il 13 settembre 1965, con «Act Naturally» sul retro. È credita a Lennon–McCartney, ma l’ha scritta Paul McCartney, ed è l’unico Beatle presente nella registrazione. McCartney ha raccontato che la melodia gli venne in sogno, nella casa della famiglia della fidanzata Jane Asher: si svegliò e la suonò subito al piano, poi chiese in giro a gente del mestiere se la riconoscesse, temendo di averla copiata. Il titolo di lavoro era «Scrambled Eggs» e il testo si chiuse durante un viaggio in Portogallo, nel maggio 1965. Sul significato, McCartney ha lasciato aperta l’ipotesi che una riga riguardi la madre, scomparsa quando lui aveva 14 anni («it could be», ha detto); la lettura più comune, quella di una ballata sull’amore perduto, è un’interpretazione. Negli Stati Uniti restò quattro settimane al primo posto della Hot 100 dal 9 ottobre 1965. Le cover sono moltissime, ma il numero esatto e il primato di brano più reinterpretato sono discussi.
Z
Ziggy Stardust, David Bowie (1972)
Bowie scrisse il brano all’inizio del 1971, a pochi giorni da «Lady Stardust», e ne incise un demo acustico negli studi londinesi di Radio Lussemburgo. La versione definitiva fu registrata l’11 novembre 1971 ai Trident Studios con gli Spiders from Mars (Mick Ronson, Trevor Bolder, Mick Woodmansey) e uscì il 16 giugno 1972 nell’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars; non fu mai pubblicato come singolo originale. Sul personaggio Bowie disse a Rolling Stone nel 1976: «Mi è stato facile diventare ossessionato dal personaggio giorno e notte. Sono diventato Ziggy Stardust», aggiungendo che «Ziggy» era uno dei pochi nomi propri che riusciva a trovare con la Z. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione verso per verso del testo da parte dell’autore. Tra i commentatori, Peter Doggett legge il brano come una cronologia «dalla nascita alla morte» e come il centro narrativo del disco; Chris O’Leary osserva che la voce narrante resta ambigua. Ne esiste una cover dei Bauhaus (1982), arrivata al n. 15 della classifica britannica. Sul sito trovi la recensione dell’album.
Zitti e buoni, Måneskin (2021)
Scritta da Damiano David, Victoria De Angelis, Thomas Raggi ed Ethan Torchio, è uscita il 3 marzo 2021 come secondo estratto di Teatro d’ira – Vol. I, di cui apre la scaletta. Secondo quanto riporta Wikipedia citando il gruppo, il pezzo nacque nel 2016 come ballata e fu poi rielaborato in chiave rock. Ha vinto il Festival di Sanremo 2021 con il 40,68% dei voti e poi l’Eurovision Song Contest di Rotterdam con 524 punti: per l’Italia era la prima vittoria dal 1990. Nelle fonti che ho consultato non c’è una spiegazione dell’autore sul significato del testo; la lettura più diffusa tra i critici, e quindi un’interpretazione, lo vede come un atto d’accusa verso le generazioni adulte che non danno spazio ai giovani. Nel Regno Unito ha debuttato al 17° posto, primo brano italiano in top 20 dopo «Miserere» (1992). Non sono mancate accuse di plagio, respinte dalla casa discografica.
Zombie, The Cranberries (1994)
“Zombie” è stata scritta da Dolores O’Riordan in risposta all’attentato dell’IRA a Warrington del 1993, in cui morirono due bambini, Johnathan Ball (3 anni) e Tim Parry (12). È uscita il 19 settembre 1994 come primo singolo di No Need to Argue, prodotto da Stephen Street. Il brano è stato numero uno in Australia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Islanda, ha raggiunto il 14° posto nel Regno Unito e ha vinto il premio come miglior canzone agli MTV Europe Music Awards 1995. Il video, diretto da Samuel Bayer, fu vietato nella versione originale da BBC e RTÉ. Dopo la morte di O’Riordan, nel 2018, il pezzo è diventato un inno sportivo irlandese, cantato in particolare dai tifosi del Limerick e della nazionale di rugby. Nel 2020 è stato il primo brano di un artista irlandese a superare il miliardo di visualizzazioni su YouTube.
Fonti
• Wikipedia — Every Breath You Take, Shape of My Heart, A Whiter Shade of Pale, Do You Really Want to Hurt Me, La donna cannone, Purple Rain, La cura, Ace of Spades, Stairway to Heaven, Light My Fire, Whole Lotta Love, Pride and Joy, The Miracle (of Joey Ramone), Fade Into You, Toxicity, Earth Song, Beat It, Redemption Song, No Woman, No Cry, Stand by Me, What a Wonderful World, The House of the Rising Sun, Generale, Vattene amore, Caruso, Bocca di rosa, Almeno tu nell’universo, Hotel Supramonte (scheda dell’album), Should I Stay or Should I Go, There Is a Light That Never Goes Out, Knockin’ on Heaven’s Door, Jolene, I Look to You, Alice, Come Together, Highway to Hell, Il mio canto libero, Il vecchio e il bambino (scheda dell’album Radici), Lust for Life, Maledetta primavera, Welcome to the Jungle, Ziggy Stardust, Thriller, My Way, I giardini di marzo, Luci a San Siro, La canzone dell’amore perduto, Anna e Marco, Canzone per un’amica, Under Pressure, Imagine, Nothing Else Matters, Coming Around Again, Più bella cosa, Come saprei, La cura per me, Space Oddity, Rebel Rebel, Quello che le donne non dicono, Paint It Black, One, Kashmir, Jeremy, Heart-Shaped Box, Gimme Shelter, Enter Sandman, Zitti e buoni, Jump, In the Air Tonight, Immigrant Song, Numb, Vincent, Killer Queen, Rolling in the Deep, Wicked Game, Ob-La-Di, Ob-La-Da, Love Will Tear Us Apart, Fix You, Lithium, Blue Monday, Rock the Casbah, Paranoid Android, Personal Jesus, Don’t Stop Believin’, Wonderful Tonight, Hey Ya!, Ciao amore, ciao, Eleanor Rigby, Gianna, Il cielo in una stanza, Ma il cielo è sempre più blu, Penny Lane, Piazza Grande, Smooth Criminal, The Sound of Silence, Un senso, Buoni o cattivi (scheda dell’album), Alive, Baba O’Riley, Black, Born to Be Wild, Everlong, Hey Joe, Layla, Lola, Lose Yourself, Radio Ga Ga, Ragazzo solo, ragazza sola, Heart of Glass, Enjoy the Silence, Everybody Wants to Rule the World, Wake Me Up When September Ends, I Will Always Love You, Free Bird, Who Wants to Live Forever, Fields of Gold, Mamma Mia e Sweet Home Alabama
• Libreriamo — «Cambiare» di Alex Baroni, «E ti vengo a cercare» di Franco Battiato, «Generale» di Francesco De Gregori e «A muso duro» di Pierangelo Bertoli
• Rockol — Robert Plant spiega il significato di «Stairway to Heaven» e «Pigro» di Ivan Graziani
• Songwriting Magazine — How I wrote «Senza una donna»
• Il Post e Sololibri — «Dio è morto», testo e significato e «Il vecchio e il bambino», analisi
• Wikipedia, altre voci — London Calling, Due vite, Fai rumore, “Heroes”, Smells Like Teen Spirit, Black Hole Sun, Moon River, Like a Rolling Stone, Sweet Child o’ Mine, Paranoid, War Pigs, Iron Man, Billie Jean, Yesterday, Let It Be, Mad World, Born in the U.S.A., Back to Black, Where Is My Mind?, Creep, Hallelujah, Hurt, Karma Police, Nothing Compares 2 U, Roxanne, Under the Bridge, Wish You Were Here, Yellow, Zombie, Albachiara, Azzurro, Bohemian Rhapsody, Comfortably Numb, Hotel California, Losing My Religion, Smoke on the Water, Hey Jude, Blackbird, Waterloo Sunset, Born to Run, Perfect Day, Sunday Bloody Sunday, Dreams, Tender, Song 2, Where the Streets Have No Name, Africa, Dancing Queen, Il pescatore, Johnny B. Goode, Livin’ on a Prayer, Nel blu dipinto di blu, Rocket Man, Sultans of Swing, Wind of Change, Yellow Submarine, Gloria, Jealous Guy, Killing in the Name, Mr. Brightside, Over the Rainbow, Rehab, Tears in Heaven, Sweet Dreams (Are Made of This), Vienna, Everybody Hurts, Wuthering Heights, Xanadu, Video Killed the Radio Star, Unchained Melody, Ordinary World, Nights in White Satin, Kiss, Jailhouse Rock, I Want to Break Free, Angie, Aqualung, Blowin’ in the Wind, Dust in the Wind, Il ragazzo della via Gluck, L’avvelenata, Money, Sally, Sympathy for the Devil, Ti regalerò una rosa, Wild Horses, Purple Haze, Respect, Fortunate Son, Time After Time, Dancing in the Dark, Tiny Dancer, Fast Car, Bad Moon Rising, Walk on the Wild Side, Another Brick in the Wall, Bitter Sweet Symphony, Come as You Are, Emozioni, La guerra di Piero, Pensieri e parole, Sapore di sale, Starman, Via del Campo, Wonderful Life e Gangsta’s Paradise
• Altre fonti — Sorrisi, «Le_Ali» di Max Pezzali, DiLei, «Marea» di Vasco Rossi, Rolling Stone Italia, «Marea» dal vivo, Il Fatto Quotidiano, «Vita spericolata» e ABC News, «Hotel California»

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